Santuario della Consolata di Torino

Prima parte

Importanti e decisivi per la storia della Abbazia di Novalesa e per il Piemonte sono stati i rapporti tra la comunità monastica novaliciense e la Chiesa di Sant’Andrea di Torino, oggi Santuario della Consolata. Ripercorriamo questa storia prendendo spunto da un lungo e dettagliato contributo pubblicato su Beato Giuseppe Allamano e che per comodità suddividiamo in quattro puntate.

1. I monaci dell’abbazia di Novalesa

«E sebbene fosse la più remota, con l’ausilio del soccorso divino fu restaurata in modo da divenire la più bella di tutte… Affollata da uomini nobili, nella parte estrema della città, offre a tutti uno spettacolo solenne». Così, poco dopo la metà dell’XI secolo, l’anonimo monaco cronista dell’abbazia di Novalesa descriveva la chiesa di S. Andrea di Torino1.

La chiesa, descritta dal cronista come la più bella di tutte, sorgeva a nord-ovest della città, a ridosso delle antiche mura romane, non lontano da Porta Segusina, ed era stata restaurata dal monaco Bruningo poco prima dell’anno Mille2.

La precedente chiesa, in cui i monaci erano stati accolti, era infatti stata ritenuta da Gezone, abate di S. Pietro di Breme negli anni 980-1002, troppo piccola per la comunità monastica che vi risiedeva da quasi cento anni, dal momento in cui i monaci dell’abbazia dei SS. Pietro e Andrea di Novalesa, guidati dall’abate Domniverto, avevano abbandonato la loro abbazia e si erano rifugiati in Torino. La fuga a Torino dei monaci novalicensi era infatti avvenuta nei primi decenni del secolo X, quando i Saraceni, muovendo da un luogo denominato «Frassinetum Saracenorum», non lontano da Saint-Tropez, erano penetrati nelle Alpi occidentali fino a raggiungere la valle di Susa, provocando in tal modo la fine della vita monastica nell’abbazia di Novalesa3.

Per il monaco cronista, che con una certa retorica ne scriveva la storia, l’abbazia di Novalesa era stata una grande e memorabile istituzione monastica, al punto da rinnovarne la memoria, da provocare sentimenti di nostalgia nei monaci e da essere sempre considerata come la «sancta mater ecclesia», dalla quale erano fuggiti a causa delle scorrerie saracene; e tutto questo anche quando, non molti anni dopo il loro arrivo a Torino, l’abbazia era stata ricostruita a Breme, nella Lomellina, su un terreno donato dal marchese d’Ivrea Adalberto4. La miglior prova del vigore religioso e spirituale di quella antica tradizione monastica – sembra suggerire il cronista – fu data appunto dalla sua sopravvivenza prima a Torino nella chiesa di S. Andrea e poi in S. Pietro di Breme.

L’abbazia di Novalesa fu ricostruita come priorato dipendente da Breme verso la fine del secolo X. L’abate Gezone, durante il suo abbaziato (980-1002), aveva infatti inviato un monaco a Novalesa per restaurare il monastero abbandonato. Egli trovò la casa di Dio piena di sterpi e parte delle mura delle chiese ancora in piedi: «domus Dei plene lucis invenit… moenia vero ecclesiarum minime confringebantur»5. Segno che la chiesa o le chiese non furono completamente distrutte dai saraceni e che il monaco ne fu il restauratore più che il ricostruttore.

La comunità dei monaci, rinnovata l’antica abbazia come priorato dipendente da S. Pietro di Breme, elaborò l’idea di una propria autonomia, fondata sul prestigio del luogo e della sua storia, sulle frequenti donazioni destinate espressamente al priorato dei SS. Pietro e Andrea di Novalesa6 e sulla facoltà concessa ai monaci di eleggere essi stessi il priore, confermato poi dall’abate di Breme.

Il cronista, che si dichiara parente del monaco che restaurò l’abbazia di Novalesa, non sempre è chiaro nel ricostruirne le vicende, soprattutto nell’indicare in quale chiesa di Torino i novalicensi trovarono rifugio. Alcuni degli episodi narrati nella Cronaca, che sconvolsero la vita della comunità nei primi anni del secolo X, a quanto pare furono ricostruiti da eruditi e vennero segnalati come «frammenti» dei capitoli perduti. È forse per questo motivo che i monaci risultano ospitati prima nella chiesa dei SS. Andrea e Clemente, edificata fuori delle mura della città, e poi all’interno nella chiesa di S. Andrea. Due distinte chiese, quindi, che tuttavia non sembrano tali, ma semplicemente una sola chiesa, quella che sorgeva dentro le mura della città.

Il primo di questi frammenti narra come l’abate Domniverto, giunto a Torino, «edificò un monastero in honore dei santi Andrea e Clemente, o, per dir meglio, essendo questo già edificato e membro della sua abbatia, ma scomodo per tanti habitatori, lo riparò meglio, che ei poté, et vi finì i suoi giorni». Il secondo frammento racconta che «v’era in questa città una chiesa dedicata a Sant’Andrea e a San Clemente, che oggi si chiama San Benedetto, presso la porta sigusina, e che già da molto tempo apparteneva all’abbazia novaliciense»7.

Nel testo originale del libro V della Cronaca, al capitolo 5, il cronista afferma invece che il marchese d’Ivrea Adalberto (896-929), «vedendo i nostri possedimenti devastati da pagani e i monaci che morivano di miseria, donò una chiesa consacrata in onore di Sant’Andrea presso le mura della città e prossima alla porta comitale, dove ora i monaci attendono agli uffici divini»8.

È probabilmente questa la versione più esatta del testo riguardante la chiesa in cui i monaci, fuggendo dalla Novalesa, furono ospitati. Non esisteva infatti a Torino, fuori delle mura della città, un luogo o una chiesa in onore di S. Clemente. Anche l’identificazione della chiesa dei SS. Andrea e Clemente, «che oggi si chiama San Benedetto», con la chiesa di S. Benedetto, non è verosimile. Una chiesa dedicata a S. Benedetto esisteva sicuramente in Torino, anch’essa situata presso Porta Segusina, non lontano quindi da S. Andrea, ma aveva annesso un ospedale e dipendeva dalla canonica di Rivalta Torinese, istituita nel 1096 circa da Umberto, abate di S. Maria di Pinerolo, anch’essa dedicata, come la Novalesa, ai SS. Pietro e Andrea, e diventata in seguito, nella seconda metà del XIII secolo, abbazia cistercense. Fuori di Torino, al di là della Dora Riparia, vi era inoltre un luogo denominato «valle di S. Benedetto», che dipendeva anch’esso da Rivalta9.

Infine, un altro episodio, narrato nei frammenti, dove si descrive l’esistenza di un castrum presso Porta Segusina che avrebbe custodito due prigionieri saraceni, i quali fuggendo avrebbero incendiato la chiesa dei SS. Andrea e Clemente, ha tutto il sapore di uno di quegli stereotipi che la paura dei Saraceni aveva ingenerato nella gente e nello stesso cronista. L’episodio è narrato all’inizio del libro V della Cronaca, ma senza tenere conto della successione degli avvenimenti, poiché a quel fatto si accenna nel capitolo primo, mentre avrebbe dovuto essere posteriore alla donazione di S. Andrea da parte del marchese Adalberto. Si tratta comunque di un capitolo assai lacunoso a causa della scomparsa quasi completa della scrittura10.

Lo sdoppiamento delle due chiese non sembra, quindi, avere alcun fondamento. I monaci, fuggendo dalla Novalesa, trovarono il loro primo rifugio nell’unica chiesa dedicata a S. Andrea, che si trovava dentro le mura romane di Torino, presso Porta Segusina, l’attuale santuario della Consolata. Anche Francesco Gabotto e Giovanni Tabacco sono concordi nel ritenere che lo sdoppiamento sia basato sui frammenti del libro quarto della Cronaca e sull’equivoco del cronista, che si rivela non sempre ben informato su quegli avvenimenti, accaduti più di un secolo prima, e sulla topografia della città nel X secolo11.

Un altro problema si affaccia leggendo la Cronaca, quello del monaco Bruningo che verso la fine del secolo X avrebbe ricostruito o, meglio, ristrutturato la chiesa di S. Andrea. Bruningo ricevette l’incarico direttamente dall’abate di Breme Gezone (980-1002), perché, narra il cronista, l’abside della chiesa era considerata piccola: «ut adiret locum ad hunc et strueret absidam sancti Andreę, que tunc parva habebatur». Le espressioni usate sono chiaramente riferite all’abside della chiesa, la parte cioè rivolta a oriente come in tutte le chiese romaniche. Le parole che seguono, ossia che la chiesa fu restaurata in modo da divenire la più bella di tutte, potrebbero però suggerire che la chiesa fosse stata completamente ristrutturata da Bruningo al punto da offrire alla città uno spettacolo solenne: «magnum spectaculum confert omnibus»12.

Il monastero di S. Andrea era certamente già ben costruito nel 1020, come dimostra un documento mediante cui Wala e Autberto, che professavano legge longobarda, ed Everardo, che invece era di legge salica, restituirono all’abate di Breme la metà di un possesso in Caselle o forse Caselette: documento che era stato redatto in Torino «ante ostium monasterii sancti Andree»13.

La morte di Bruningo è ricordata nel Necrologio di Novalesa e in quello del priorato di S. Andrea in una scrittura dell’XI secolo; in esso viene definito «prepositus huius cenobii atque constructor»14. Espressioni alquanto generiche che sembrano suggerire che non solo Bruningo fu uno dei primi prepositi o, meglio, priori della comunità monastica di S. Andrea, ma che egli sia stato colui che ristrutturò e ampliò tutto il complesso della chiesa.

Le sue grandi capacità di architetto-costruttore non possono però riguardare la restaurazione dell’antica abbazia di Novalesa, che, come abbiamo già visto, fu ricostruita da un monaco anonimo, parente del cronista: «quem multi noverunt propinquum (meus) fuisse»15.

Ma, scrive il cronista dell’abbazia di Novalesa, non va dimenticato che Bruningo «andava sovente con il pensiero al monastero della Nuova Luce e mise impegno e strumenti perché fosse riedificata»16.

Venendo a Torino, i monaci novalicensi portarono con loro le reliquie, le croci preziose, i vasi sacri e i codici della loro biblioteca; di questi codici quattrocento furono dati al preposito della Chiesa torinese Riculfo: un numero che indica la ricchezza della biblioteca novalicense, ma che pare eccessivo17.

Questo trasferimento di tutte le loro cose a Torino, rivela la volontà dei monaci di continuare in S. Andrea la vita monastica che avevano vissuto nella loro antica abbazia. È perciò verosimile che essi abbiano portato a Torino anche la loro pietà mariana, ricca di liturgie, inni e racconti che narravano gli interventi prodigiosi della Vergine Maria, tradotti in seguito in una cappella eretta in S. Andrea e dedicata a S. Maria della Consolazione, ora santuario della Consolata18.

La Novalesa continuò, infatti, la sua vita prima a Torino e poi a Breme, ma sempre con la mente e il cuore rivolti alla loro antica sede monastica e alla sua spiritualità. In tal modo la chiesa di S. Andrea divenne una specie di nuova Novalesa e quindi, allorché fu edificata l’abbazia di S. Pietro di Breme, un priorato da essa dipendente, organizzato in tutto come un vero e proprio monastero che può essere ritenuto il primo monastero benedettino maschile di Torino. Quello di S. Pietro, che sorgeva in Torino nell’angolo sud-ovest della città, e che già nel 985 viene definito antico, era un monastero di monache benedettine che accoglieva specialmente donne della nobiltà di Torino e dintorni19.

Note:

1 Il Cronicon dell’abbazia di Novalesa è edito nei Monumenta Novaliciensia vetustiora, a cura di C. Cipolla, II, Roma 1901 (Fonti per la storia d’Italia 32), e, con testo latino e traduzione italiana a fronte, in Cronaca di Novalesa, a cura di G. C. Alessio, Einaudi, Torino 1982. Dopo un’introduzione generale alle pp. VII-XXXIX, in una nota critica l’Alessio dà notizie sul rotolo del Cronicon nelle pp. XLI-LXIV. Il testo citato si trova nel libro quinto del Cronicon, al numero 26, e nell’edizione di Alessio alle pp. 286-289. I documenti dell’abbazia furono pubblicati, sempre a cura di C. Cipolla, nei Monumenta Novaliciensia vetustiora, I, Roma 1898 (Fonti per la storia d’Italia, 31). [Torna al testo]

2 Cronicon, V, 26; Monumenta cit., II, p. 267; Cronaca di Novalesa cit., pp. 286-289. [Torna al testo]

3 C. Patrucco, I Saraceni nelle Alpi occidentali e specialmente in Piemonte, in Studi sulla storia del Piemonte avanti il Mille, Pinerolo 1908 (Biblioteca della Società Storica Subalpina, d’ora in poi B.S.S.S., 32/4); B. Luppi, I Saraceni in Provenza, in Liguria e nelle Alpi occidentali, Bordighera 1952, ma cfr. A. A. Settia, Monasteri subalpini e presenza saracena: una storia da riscrivere, in Dal Piemonte all’Europa: esperienze monastiche nella società medievale (Relazioni e comunicazioni presentate al XXXIV Congresso storico subalpino nel millenario di S. Michele della Chiusa, Torino, 27-29 maggio 1985), Torino 1988, pp. 293-310; Id., I Saraceni nelle Alpi: una storia da riscrivere, in «Studi storici», 28 (1987), pp. 127-143. Per Settia l’arrivo dei saraceni alla Novalesa è da porsi intorno agli anni 920-925. [Torna al testo]

4 Cronicon, V, 16-17 e Appendice 3; Monumenta cit., I, p. 95, doc. 35 regesto; II, pp. 259, 286; Cartario della abazia di Breme, a cura di L. C. Bollea, Torino 1933 (B.S.S.S., 127), pp 1-2, doc. 1-2, prima del 24 luglio 929; Cronaca di Novalesa cit., pp. 276-279; 318-321. [Torna al testo]

5 Cronicon, V, cap. 25; Monumenta cit., II, p. 266; Cronaca di Novalesa cit., pp. 286-287; Bollea, Cartario di Breme cit., p.26, doc. 22. [Torna al testo]

6 Monumenta cit., I, pp. 144-145, 159-161, 163-166 e passim. [Torna al testo]

7 Cronicon cit., IV, fram. 19 dei capitoli 21-29; fram. 22 del capitolo 24; Cronaca di Novalesa cit., pp. 233, 238-239. [Torna al testo]

8 Cronicon cit., V, 5; Cronaca di Novalesa cit., pp. 258-59; Introduzione p. X. Nella nota 1 di p. 259 l’Alessio traccia un breve profilo di Adalberto, figlio di Anscarico I, cui successe tra l’896 e il 900. Morì dopo il 28 febbraio 929, come prova la donazione delle corti di Gonzole e di S. Dalmazzo alla chiesa di S. Andrea. [Torna al testo]

9 Sulla canonica di Rivalta di Torino cfr. il Cartario della prevostura poi abbazia di Rivalta Piemonte fino al 1300, a cura di G. B. Rossano, Pinerolo 1912 (B.S.S.S., 68). In una conferma del vescovo di Torino Milone (1170-1188) di chiese a Rivalta risulta che la chiesa di S. Benedetto sorgeva «infra muros Taurini iuxta portam que secusana dicitur» (op. cit., p. 14, doc. 14); cfr. L. Cibrario, Storia di Torino, II, Torino 1846, pp. 143-144, 160, nota 8. La valle di S. Benedetto è menzionata a p. 168, doc. 151: «in finibus Thaurini, ultra Duriam, ubi dicitur in valle sancti Benedicti». [Torna al testo]

10 Cronicon cit., V, 1; Cronaca di Novalesa cit., pp. 252-253. Il testo è stato ricostruito dal Cipolla, ricavandolo dal Pingon e dal Baldessano, come si legge nei Monumenta cit., II, p. 244, nota 1. [Torna al testo]

11 T. Rossi, F. Gabotto, Storia di Torino, I, Torino 1914, p. 59, nota 6; G. Tabacco, Dalla Novalesa a S. Michele della Chiusa, in Monasteri in alta Italia dopo le invasioni saracene e magiare (sec. X-XII), Torino 1966 (Relazioni e comunicazioni presentate al XXXII Congresso storico subalpino, Pinerolo, 6-9 settembre 1964), p. 492, nota 47. [Torna al testo]

12 Cronicon cit., V, 26; Cronaca di Novalesa cit., pp. 286-289. [Torna al testo]

13 Monumenta cit., I, p. 141, doc. 60; Cartario di Breme cit., pp.61-63, doc. 51, 2 agosto 1020. [Torna al testo]

14 Monumenta cit. I, pp. 288, 315; Cartario di Breme cit., p. 46, doc. 38. [Torna al testo]

15 Cronicon cit., V, 25; Cronaca di Novalesa cit., pp. 286-287. [Torna al testo]

16 Cronicon cit., V, 26; Cronaca di Novalesa cit., pp. 288-289. [Torna al testo]

17 Cronicon cit., IV, fram. 23 dei capitoli 24, 25, 30; Cronaca di Novalesa cit., pp. 240-241. [Torna al testo]

18 G. Casiraghi, Sulle origini del santuario della Consolata a Torino, in «Bollettino storico-bibliografico subalpino», 87 (1989), fasc. I, pp. 45-63. [Torna al testo]

19 G. Casiraghi, Dalla pieve di Quadraciana a S. Maria di Scarnafigi. Evoluzione dell’ordinamento plebano nei secoli X-XIII, in Scarnafigi nella storia, a cura di A. A. Mola, Cuneo 1992 (Biblioteca della Società per gli studi storici, archeologici ed artistici della provincia di Cuneo, 27), pp. 43-74; la documentazione è edita nelle Carte superstiti del monastero di San Pietro di Torino (989-1300), a cura di F. Gabotto, Pinerolo 1914 (B.S.S.S., 69,III), pp. 141-214; G. De Marchi, Documenti dei sec. XI e XII del monastero Sancti Petri puellarum de Taurino, in «Bollettino storico-bibliografico subalpino», 43 (1941), pp. 90-103. [Torna al testo]

Link utili

Tratto da: Beato Giuseppe Allamano – La Chiesa di S. Andrea, ora Santuario della Consolata

Parte seconda: La Chiesa di Sant’Andrea di Torino, oggi Santuario della Consolata (parte 2)

Parte terza: La Chiesa di Sant’Andrea di Torino, oggi Santuario della Consolata (parte 3)

Parte quarta (fine): La Chiesa di Sant’Andrea di Torino, oggi Santuario della Consolata (parte 4-fine)

Di Claudio Bollentini

Presidente di Monastica Novaliciensia Sancti Benedicti - https://www.linkedin.com/in/claudiobollentini/

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.