Una recente lapide, collocata a sinistra dopo l’ingresso della chiesa parrocchiale di Novalesa, ricorda i due passaggi, avvenuti nel 1804 e nel 1812, di papa Pio VII in val Cenischia. Non manca anche una piccola copia del ritratto dipinto da Jacques-Louis David nel 1805, conservato al Louvre (vedere immagine in calce all’articolo). Fu un grande papa, benedettino, tenne testa a Napoleone e si districò con successo in un periodo storico molto complicato anche grazie al fedele Cardinale Segretario di stato Ercole Consalvi. E’ una storia che vale la pena di essere ricordata e raccontata. Oltre ai passaggi a Novalesa è interessante segnalare che Pio VII fu eletto papa in un conclave che si tenne a Venezia nel monastero benedettino di San Giorgio Maggiore, lo stesso da cui, guarda caso, partirono nel 1973 i quattro monaci che rifondarono l’abbazia di Novalesa.

Il Servo di Dio Pio VII, al secolo Barnaba Niccolò Maria Luigi Chiaramonti, in religione Gregorio, nacque a Cesena il 14 agosto 1742, penultimo figlio del conte Scipione Chiaramonti e di Giovanna Coronata dei marchesi Ghini, donna di profonda religiosità che entrerà in seguito tra le monache carmelitane a Fano.

Al contrario dei suoi fratelli, non completò gli studi nel Collegio dei nobili di Ravenna, ma, all’età di 14 anni, entrò nel monastero benedettino di Santa Maria del Monte nella sua città natale, prendendo il nome di Gregorio. I suoi superiori, resisi conto delle capacità del giovane, lo inviarono prima a Padova e successivamente a Roma, al collegio benedettino di Sant’Anselmo, nell’abbazia di San Paolo fuori le mura, perché si perfezionasse nello studio della teologia.

Divenuto professore di teologia, cominciò a insegnare nei collegi dell’ordine benedettino a Parma e a Roma. Nel febbraio 1775, con l’elezione a papa del concittadino Angelo Braschi (Pio VI), fu nominato priore dell’Abbazia di San Paolo fuori le mura a Roma. Il 1 dicembre 1782, Pio VI lo nominò vescovo di Tivoli. Il 14 febbraio 1785, per l’eccellente condotta tenuta in questa carica, ricevette la porpora cardinalizia e l’episcopato di Imola.

Qui venne ricordato soprattutto per il suo carisma personale e per il suo amore per la cultura. Chiaramonti non faceva mistero di possedere nella sua biblioteca perfino l’Enciclopedia di d’Alembert, simbolo illuminista, del resto erano note le sue aperture alle idee moderne. Nel 1797 suscitò scalpore una sua omelia, pronunciata nella cattedrale di Imola, in cui sosteneva la conciliabilità del Vangelo con la democrazia: “Siate cristiani tutti d’un pezzo e sarete anche dei buoni democratici”.

Conclave a Venezia

Alla morte di Pio VI, il Sacro Collegio convocato dal decano cardinal Giuseppe Albani, si riunì in conclave a Venezia sotto ospitalità austriaca, poiché in quel periodo Roma era occupata dalle truppe francesi. I cardinali si riunirono il 30 novembre 1799 nel monastero benedettino di San Giorgio Maggiore. Ben presto si costituirono due fazioni, che si irrigidirono a tal punto che passarono tre mesi interi senza che si delineasse una soluzione. Finalmente monsignor Ercole Consalvi, addetto all’organizzazione esterna del conclave, riuscì a far convogliare i voti su Chiaramonti. Anche il cardinale e arcivescovo francese Jean-Siffrein Maury ebbe un ruolo decisivo nella sua elezione. Chiaramonti fu eletto papa il 14 marzo 1800, ma non fu incoronato nella basilica di San Marco, poiché – si disse – la sua elezione non incontrava il favore dell’Imperatore d’Austria, bensì in quella di San Giorgio Maggiore. Quindi lasciò Venezia – dopo essersi trattenuto più mesi, durante i quali visitò quasi ogni chiesa e ricevette l’omaggio di tutte le corporazioni religiose (per citare un solo esempio le suore Benedettine di San Zaccaria gli fecero omaggio del calice con cui aveva celebrato la Messa). In questo periodo visitò Padova, dove era stato da giovane nel monastero di Santa Giustina, per poi recarsi a Roma, decidendo di conservare il titolo di vescovo di Imola, carica che mantenne fino al 1816.

Il pontificato

Malgrado la contrarietà dell’imperatore d’Austria, si impose a questi nel suo desiderio di indipendenza e di andare a Roma. Fatta rotta da Venezia a Pesaro, via Fano, dove rese omaggio alle spoglie di sua madre nel Carmelo, in luglio fece finalmente il suo ingresso a Roma, accolto dalla nobiltà romana e dal popolo in tripudio. Trovò una situazione finanziaria disastrosa: il poco che i francesi avevano lasciato era stato finito dai napoletani. In agosto nominò Consalvi, cui in gran parte doveva la tiara, Cardinale diacono e Segretario di stato, per poi iniziare a occuparsi alacremente delle riforme amministrative, divenute ormai improrogabili. Nella scelta del nuovo segretario Pio VII non si fece influenzare dalle potenze straniere, specialmente dall’Impero austriaco, che voleva fosse nominato un prelato di suo gradimento.

La sua attenzione si concentrò subito sullo stato di anarchia in cui versava la chiesa francese la quale, oltre a essere travagliata dal vasto scisma causato dalla costituzione civile del clero, aveva a tal punto trascurato la disciplina che gran parte delle chiese era stata chiusa, alcune diocesi erano prive di vescovo, altre ne avevano addirittura più di uno, mentre il giansenismo si stava diffondendo. Incoraggiato dal desiderio di Napoleone Bonaparte di ristabilire il prestigio della Chiesa cattolica in Francia, Pio VII negoziò il celebre Concordato del 1801, sottoscritto a Parigi il 15 luglio e successivamente ratificato il 14 agosto 1801. L’importanza di questo accordo fu tuttavia notevolmente stemperata dai cosiddetti articoli organici, aggiunti dal governo francese l’8 aprile 1802. La Francia, comunque, ritrovò la libertà di culto che la rivoluzione aveva soppresso.

Nel 1804 Napoleone Bonaparte iniziò a trattare con il papa la propria formale e diretta investitura come Imperatore. Dopo alcune esitazioni Pio VII si lasciò convincere a celebrare la cerimonia nella cattedrale di Notre Dame e a prolungare la sua visita a Parigi per altri quattro mesi ma, contrariamente alle sue aspettative, ne ricevette in cambio solo pochissime concessioni e di secondaria importanza. Durante il viaggio con destinazione Parigi, fece tappa a Novalesa. Rientrato a Roma il 16 maggio 1805, fornì al collegio cardinalizio, convocato allo scopo, una versione ottimistica della sua visita.

Nonostante ciò, lo scetticismo prese presto il sopravvento quando Napoleone cominciò a non rispettare il concordato del 1803, arrivando al punto di pronunciare d’autorità lui stesso l’annullamento del matrimonio del fratello Girolamo Bonaparte con la moglie, un’americana di Baltimora. L’attrito fra la Francia e il Vaticano montò così rapidamente che il 2 febbraio 1808 Roma fu occupata dal generale Miollis e, un mese più tardi, le province di Ancona, Macerata, Pesaro e Urbino furono annesse al Regno d’Italia. Rotte le relazioni diplomatiche fra Napoleone e Roma, con un decreto emesso a Schönbrunn l’11 maggio 1809, l’imperatore annetté definitivamente tutti i territori dello Stato Pontificio.

Per ritorsione Pio VII, pur senza nominare l’imperatore, emise una bolla di scomunica contro gli invasori; nel timore di un’insurrezione popolare il generale Miollis, di propria iniziativa, come sostenne Napoleone in seguito o, più probabilmente, per ordine del generale Radet, prese in custodia il papa stesso. Nella notte fra il 5 e 6 luglio il Palazzo del Quirinale fu aperto con la forza e, in seguito all’ostinato rifiuto di annullare la bolla di scomunica e di rinunciare al potere temporale, il Pontefice fu arrestato e tradotto prima a Grenoble, poi a Savona e infine a Fontainebleau. Insieme con il Papa furono costretti ad abbandonare Roma anche molti alti prelati, come il Maestro Generale dei domenicani Pio Giuseppe Gaddi.

Il Papa si rifiutò con fermezza di convalidare l’investitura dei vescovi nominati da Napoleone e, quando i francesi scoprirono che egli intratteneva segreti scambi epistolari, gli fu addirittura proibito di leggere e scrivere.

Alla fine, con i nervi scossi dall’insonnia e dalla febbre, gli fu estorta la promessa verbale di riconoscere l’investitura dei vescovi francesi. Nel maggio 1812 Napoleone, con il pretesto che gli inglesi avrebbero potuto liberare il papa se questi fosse rimasto a Savona, obbligò il vecchio e infermo pontefice a trasferirsi a Fontainebleau, vicino a Parigi, pasando appunto per la seconda volta da Novalesa. Il viaggio per lo provò a un punto tale che al passo del Moncenisio gli fu impartita l’estrema unzione. Superato il pericolo e giunto in salvo a Fontainebleau, fu alloggiato con tutti i riguardi nel castello per aspettarvi il ritorno dell’imperatore da Mosca. Appena rientrato, Napoleone intavolò immediatamente una serrata trattativa col papa che, il 2 gennaio 1813, accettò un concordato a condizioni tanto umilianti che non riuscì a darsi pace. Tanto che, su consiglio dei cardinali Bartolomeo Pacca e Ercole Consalvi, lo rigettò tre giorni dopo, comunicando la sua decisione per iscritto all’Imperatore (che la tenne segreta) e, in seguito, pubblicamente il 24 marzo dello stesso anno. Nel mese di maggio, infine, osò sfidare apertamente il potere dell’imperatore dichiarando nulli tutti gli atti ufficiali compiuti dei vescovi francesi.

Dopo la sconfitta di Lipsia (19 ottobre 1813) e la conseguente entrata in territorio francese degli eserciti della coalizione, nel gennaio 1814 Napoleone ordinò che il papa fosse ricondotto nella più sicura Savona, dove giunse il 16 febbraio. Il precipitare degli eventi e l’abdicazione del 17 marzo lo costrinsero il giorno stesso a liberarlo definitivamente, consentendogli di rientrare nello Stato Pontificio. Durante il rientro verso Savona il papa soggiornò in diverse città, tra cui San Remo (in provincia di Imperia), dove fu ospite dei Marchesi Borea d’Olmo. Il 19 marzo Pio VII lasciò Savona e rientrò nei suoi Stati dalla parte della Romagna, che lo accolse molto benevolmente, come avvenne a Forlì il 15 aprile, fino a giungere a Roma il 24 maggio, ricevuto da una folla esultante.

Il 7 agosto 1814 con la bolla Sollicitudo omnium Ecclesiarum, il papa ricostituì la Compagnia di Gesù, mentre il Segretario di stato Consalvi, al Congresso di Vienna, si assicurava la restituzione di quasi tutti i territori sottratti allo Stato della Chiesa e si esprimeva a favore dell’abolizione della tratta degli schiavi: anche a seguito della posizione assunta da Pio VII sull’argomento, fu sottoscritta la Dichiarazione contro la tratta dei negri contenuta nell’allegato 15 dell’Atto finale (8 febbraio 1815).

Successivamente venne soppressa nello Stato pontificio la legislazione imposta dai francesi e venne reintrodotta l’Inquisizione. Venne ripristinata anche l’istituzione del Ghetto ebraico.

Al suo ritorno da Vienna, il Consalvi introdusse un’amministrazione più snella e altamente centralizzata, basata in gran parte sul Motu Proprio Quando per ammirabile disposizione, emanato il 6 luglio 1816 da Pio VII. Le novità più rilevanti riguardavano il sistema catastale e la ripartizione territoriale dello Stato, suddiviso in tredici delegazioni e quattro legazioni (Bologna, Ferrara, Forlì, Ravenna), oltre al Distretto di Roma, ribattezzato Comarca di Roma. Nonostante ciò le casse dello stato erano in condizioni disastrose, mentre il malcontento si aggregava principalmente intorno alla Società segreta, di ispirazione liberale-massonica, dei Carbonari, messa all’indice dal papa nel 1821.

Il capolavoro diplomatico del Consalvi fu una serie di concordati, stipulati a condizioni particolarmente vantaggiose con tutti gli Stati di religione cattolica, a eccezione dell’Impero austriaco. Negli ultimi anni del pontificato di Pio VII la città di Roma fu molto ospitale verso tutte le famiglie regnanti, i cui rappresentanti si recarono spesso a Roma; il pontefice fu particolarmente benigno verso i sovrani in esilio, dimostrando una notevole e singolare magnanimità anche nei confronti della famiglia di Napoleone.

Notevole fu anche l’accoglienza riservata ai maggiori artisti dell’epoca, fra cui molti scultori.

Un anno prima della morte eresse sul Pincio l’obelisco, rinvenuto nel XVI secolo e mai innalzato, che l’imperatore romano Adriano aveva fatto scolpire per l’amato e idolatrato Antinoo, annegato a vent’anni e in seguito divinizzato.
Lo scultore protestante Bertel Thorvaldsen costruì lo splendido mausoleo in cui furono deposte le spoglie dello stesso pontefice, che spirò il 20 agosto 1823. I costi furono sostenuti dal Cardinale Consalvi e l’iscrizione ricorda l’affetto del porporato per il “suo” Papa: PIO.VII. CLARAMONTIO.CAESENATI.PONTIFICI.MAXIMO. HERCULES.CARD.CONSALVI ROMANUS.AB.EO.CREATUS

Di Claudio Bollentini

Presidente di Monastica Novaliciensia Sancti Benedicti - https://www.linkedin.com/in/claudiobollentini/

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