“Il paesaggio rappresenta uno spazio di vita in cui riconoscersi, un antidoto allo spaesamento generato da non-luoghi senza identità, relazione e storia. La perdita più grande, sia per i residenti nella montagna alpina che per i suoi frequentatori più sensibili, rischia di essere quella di trovarsi al cospetto di uno scenario muto, fatto di cose anonime, museificate ed alienanti. Sono queste le ragioni per le quali non vogliamo che i paesaggi alpini vengano messi a tacere. Le nostre Alpi devono continuare a comunicare la propria anima alle future generazioni, pur con le necessarie trasformazioni imposte dai tempi e dalla natura delle cose”.

Un appassionante viaggio alla scoperta dei paesaggi alpini è quello in cui ci conduce Annibale Salsa, profondo conoscitore delle terre alte e vera e propria autorità in materia, nel libro I paesi delle Alpi. Un viaggio nelle terre alte tra filosofia, natura e storia. Filosofo della montagna, Salsa ha dedicato la vita a decifrare i segni che l’uomo ha lasciato sul paesaggio alpino: il sogno di conoscere le Alpi lo ha portato a percorrerle in tutta la loro estensione, arrivando negli anni ottanta a compierne a piedi la traversata completa. L’interesse per le Alpi e per le popolazioni che le abitano lo ha spinto ad andare a vivere in montagna, dove allo studio ha affiancato la conoscenza diretta e partecipata delle comunità storiche di quei territori. Il suo sguardo sul mondo alpino unisce quindi l’attitudine dello studioso a quella dell’esploratore, la visione del filosofo a quella dello storico, la prospettiva dell’antropologo a quella di chi vive in montagna e ne conosce le dinamiche profonde. Attraverso la sua lente il paesaggio alpino passa dall’essere visto all’essere vissuto, diventando uno spazio di vita. I paesaggi delle Alpi sono l’esito della continua interazione nel tempo tra l’uomo e lo spazio montano: l’attività umana lascia delle tracce, che diventano segni, simboli, testimonianze stratificate di storie e di eventi. È l’essere umano, in altre parole, a «fare il paesaggio», ed è in esso che possiamo cogliere l’ibridazione tra natura e cultura. Per comprendere i paesaggi alpini è necessario ripercorrerne la genesi, individuando i fattori e gli eventi che hanno inciso sulla loro costruzione, ma anche guardare ai processi individuali e collettivi di creazione di senso sulla base dei quali questi luoghi vengono abitati. Tenendo insieme queste due prospettive è possibile capire come una prassi responsabile, attenta all’uso delle risorse, cosciente del valore del limite, fondata sul senso di appartenenza e sulla partecipazione sia l’unica strada per trasformare uno spazio fragile come quello alpino senza distruggerlo, permettendo a chi lo abita di continuare a farlo. Il cambiamento climatico, che ha mostrato la sua forza distruttiva nella tempesta Vaia che si è abbattuta sul Nord-est nel 2018, rende ancora più urgente una riflessione su questi temi. Il declino, lo spopolamento, l’abbandono, l’inselvatichimento delle montagne non sono un destino ineluttabile. Al contrario, le terre alte rappresentano un’opportunità per ritrovare un equilibrio tra sviluppo economico, coesione sociale e rispetto del paesaggio.

“L’agricoltura di montagna e l’allevamento bovino devono svolgere (…) una funzione di riequilibrio fra uomo e natura. Ciò, attraverso il mantenimento di paesaggi aperti onde contrastare i veloci progressi di inselvatichimento cui soggiace la montagna alpina da ormai molto tempo. Il fenomeno del terrazzamento dei versanti montani più scoscesi ha avuto proporzioni vaste in molte aree geografiche della Terra. La rivoluzione agraria medievale, legata a una colonizzazione capillare delle regioni montane, ha generato paesaggi terrazzati di grande pregio e di elevata biodiversità. Viticoltura, cerealicoltura, olivicoltura sono stati gli elementi propulsori dell’antropizzazione nelle terre alte. (…) Che cosa sarebbero questi territori senza quel lavoro di manutenzione che oggi rischia di perdersi? Molti terrazzamenti sono già stati invasi dalla vegetazione arbustiva e dai segni preoccupanti di una wilderness di ritorno, salutata da molti ambientalisti, insensibili al paesaggio culturale, come una provvidenziale ri-naturalizzazione. Un malinteso ambientalismo salottiero non rende un buon servizio al paesaggio, accelerando la sua trasformazione in “deserto verde”. Spesso il turista cittadino dà per scontata l’esistenza dei paesaggi terrazzati, dimenticando la fatica della braccia e delle mani degli uomini che li hanno prodotti. Una distorta visione ecologista di matrice urbana dimentica, talvolta, che cosa può essere accaduto nei secoli passati allorquando si è posto mano alla costruzione dei terrazzamenti. Grandi sbancamenti che oggi verrebbero dichiarati anti-ecologici hanno cambiato la morfologia delle montagne. L’avanzata del bosco e la crescita esponenziale degli animali selvatici in generale, e dei grandi predatori in particolare, rischia di rendere impraticabile un’economia basata sull’allevamento del bestiame e sull’agricoltura eroica di montagna. Allora diventa pura retorica caldeggiare il ritorno dei giovani alla vita lavorativa in montagna in contrasto con gli abbandoni del passato e, contemporaneamente, enunciare il principio di “lasciar fare la natura”, spesso dentro l’orizzonte rassicurante di discussioni salottiere a sfondo ideologico”.

Immagine in copertina: Giovanni Segantini, “Pascoli di primavera”, 1911.

Scheda libro:

Annibale Salsa

I Paesaggi delle Alpi. Un viaggio nelle terre alte tra filosofia, natura e storia

Prefazione di Gianluca Cepollaro e Alessandro de Bertolini

Donzelli Editore, 2019

Di Claudio Bollentini

Presidente di Monastica Novaliciensia Sancti Benedicti - https://www.linkedin.com/in/claudiobollentini/

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