Molti sono gli amanti della Valle di Susa, molti percorrono più volte all’anno, se non giornalmente, la statale 25 del Moncenisio che collega la Valle con Torino.

Molti affermano di conoscere bene il territorio, di averlo “ esplorato” con attenzione, di aver visto ogni cosa di interesse…. Eppure provate a chiedere a questi conoscitori della Valle notizie del monumento ad Ermelino Matarazzo a Bruzolo. I più vi guarderanno stupiti, “..ma quale monumento? Mai visto…” e anche non tutti i bruzolesi sapranno darvi indicazioni precise.

Povero Ermelino Matarazzo, troppo spesso dimenticato.

Me ne parlò un giorno un amico, affermando che a Bruzolo c’era un importante monumento, disegnato probabilmente negli anni ’20 del secolo scorso dal suo prozio Giuseppe De Negri e realizzato dallo studio Vandone di Cortemiglia.

Non fu facile, ma alla fine lo trovammo, in località “ Posta”, proprio sul ciglio della statale 25, un po’ arretrato, nascosto dalla vegetazione: non è un monumento piccolo, essendo alto almeno 6 metri, con la figura di una donna piangente, già razionalista ma con sentori ancora liberty.

Trovandosi Ermelino Matarazzo con il fratello Giuseppe la sera del sabato 24 gennaio 1920 a Torino, nel noto ristorante Molinari, decisero una gita al Moncenisio: in auto sino a Susa e poi con le slitte verso la montagna. Naturalmente si sarebbe usata l’automobile che i Matarazzo avevano fatto venire dagli Stati Uniti: una grossa Packard fabbricata a Detroit, 12 cilindri in linea, cambio manuale a quattro velocità, 75 cavalli, omologata per 7 passeggeri.

Facevano parte della comitiva, oltre ai fratelli Matarazzo, Ercole Moggi, giornalista, “Chichinet” Aschieri, comproprietario del ristorante Molinari, e Vittorio Faure, proprietario dell’albergo Moncenisio. Al volante lo chauffeur Antonio Martinotti.

Partiti alle 9.15 di domenica 25 gennaio da Torino,arrivati a Bruzolo, a causa di un ciclista che, spaventato dal grosso mezzo, si era messo a zigzagare, lo chauffeur, anche lui non abituato alla guida a sinistra, sterzò bruscamente, andando ad urtare un paracarro sul ciglio della strada. L’auto si rovesciò nel fossato, schiacciando i passeggeri, tranne Faure che fu sbalzato fuori e rimase incolume. Faure e il ciclista chiamarono i soccorsi: arrivarono alcuni contadini e molti soldati che erano di sentinella lungo la linea ferroviaria e solo dopo molti sforzi e con l’aiuto di altra gente nel frattempo accorsa si riuscì a sollevare la vettura: lo chauffeur Martinotti, Giuseppe Matarazzo ed Ercole Moggi erano vivi, sia pure feriti, ma Chichinet Aschieri ed Ermelino Matarazzo non ce l’avevano fatta.

Ermelino era l’erede designato a guidare l’impero industriale che il padre Francesco, arrivato in Brasile, a Sorocaba, nel 1882 come commerciante di grasso suino, cerchioni per carri, cappelli, zappe ed altri strumenti agricoli, aveva saputo realizzare.

Non doveva essere facile per Ermelino raccogliere l’eredità di un padre così capace, così intraprendente, così dinamico, ma forse proprio lui era l’unico che potesse farlo.

Discendente di una famiglia che vantava, più per tradizione familiare che attraverso documenti, origini nobiliari risalenti al XVI secolo in quel di Velletri, Ermelino, primo dei figli di Francesco a nascere in Brasile, era nato a Sorocaba, che allora era la sede brasiliana principale delle crescenti industrie Matarazzo.

Direttore del colosso industriale a soli 30 anni. Oltre ad occuparsi della parte industriale, durante la guerra assunse la rappresentanza della Croce Rossa, aumentandone il numero dei soci e fornendo sostanziosi supporti economici all’Italia, destinati ai soldati feriti, ai prigionieri, agli ammalati, ai mutilati. Arrivando a raccogliere l’enorme cifra, per allora, di un milione e mezzo…

Dotato di spirito pratico e sagacia gestionale, non esitò ad inserirsi nel mondo del petrolio che stava sostituendo il carbone. A seguito del sequestro per cause belliche della piccola flotta mercantile dei Matarazzo, pensò di riorganizzare ed espandere il settore anche con viaggi verso l’Europa e l’Africa. La sua improvvisa morte non permise lo sviluppo di queste iniziative.

Nel 1919 decise di fare un viaggio in Europa. Dopo alcuni mesi a New York andò in Francia e quindi in Italia dove ritrovò suo padre.

Ma il viaggio finì tragicamente.

Ad Ermelino sono dedicate molte cose: un grande distretto della città di San Paolo, una stazione ferroviaria e poi ancora Centri Sociali e Culturali, biblioteche, e…l’asilo di Bruzolo!

Fonte: UNI.VO.CA. – Unione Volontari Culturali Associati

Di Emerenziana Bugnone

Socia Monastica Novaliciensia Sancti Benedicti, volontaria culturale e accompagnatrice.

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