A Banda, frazione di Villar Focchiardo, il tempo sembra essersi fermato: il piccolo borgo, costituito da vecchie case di pietra, è pervaso da un fascino antico e suggestivo.

Il fondo archivistico di Banda, come già quello di Montebenedetto è custodito presso l’Archivio di Stato di Torino: è inserito nel cartario della certosa Torino-Collegno, composto da 135 volumi. Nel 1895 è oggetto di studio da parte di Francesco Saverio Provana di Collegno per una pubblicazione nella Miscellanea di Storia Italiana: “Notizie e documenti d’alcune Certose nel Piemonte”.

Il luogo, a 670 metri di altezza, nasce come possedimento della Certosa di Montebenedetto nel 1205, ad un’altitudine più bassa e più accessibile e acquisisce progressivamente importanza grazie alla vicinanza con il fondovalle e le sue terre più ricche e produttive ed alla coltivazione della vite e del castagno: i superbi alberi che si vedono tuttora nei suoi pressi sono la viva testimonianza di quella presenza certosina. I Monaci danno vita ad una vera e propria azione di accaparramento: nei consegnamenti del 1300-400 i castagneti sono molto numerosi in quota e a valle, ma la maggiore concentrazione si raggiunge attorno a Banda e all’altra grangia: Comboira.

Il processo di accorpamenti di lotti e relativi diritti su Banda inizia, in realtà, nel 1201 con l’acquisizione, dal “dominus” Chiaberto di San Giorio, di un fondo. L’11 febbraio 1205 Enrico Visconte di Baratonia e Consignore di Villar Focchiardo vende ai Certosini tutti i suoi diritti sul luogo. Il 19 febbraio questi comprano altri caseggiati da un certo Bernerio e dai suoi figli Giovanni e Guglielmo, tutti residenti a San Giorio. Banda è ora una grangia che funge da casa bassa e granaio monastico. Qui si curano anche i monaci della Certosa superiore, vi trascorrono l’inverno i più anziani e sostano i pellegrini che desiderano salirvi. Durante il primo mezzo secolo di vita di Montebenedetto, assieme all’altra grangia di Comboira, fa da filtro e protegge la solitudine dei Padri: la maggior parte degli atti monastici sono rogati in questi luoghi, eppure paradossalmente l’ampliamento del patrimonio fondiario urta con quello che è lo spirito della Regola Certosina. In realtà l’obbiettivo è quello di allargare il cosiddetto desertum, una fascia di terreno nella quale nessuno può entrare e tanto meno acquisire terre: il punto focale nella costruzione delle prime certose. Con l’acquisto delle grange, al di fuori dei muri monastici, viene dunque garantito un sempre maggior isolamento dal resto del mondo.

Nei dintorni, poi, così come in quelli di Montebenedetto sono presenti anche le carbonaie da legna, ancora oggi parzialmente riconoscibili: spazi pianeggianti, vagamente circolari, con il terreno scuro. Qui sui monticelli creati dalle talpe o in mezzo agli scavi dei cinghiali emergono talvolta pezzi di carbone. In questi luoghi i Conversi o i Donati accumulano legna di faggio, nocciolo, maggiociondolo e ontano: tronchi e rami vengono parzialmente accatastati attorno a un camino centrale e ricoperti di terra. Da un’apertura si accende il fuoco che deve essere sorvegliato giorno e notte per un po’ di tempo: una combustione troppo veloce consuma la legna anziché trasformarla in carbone.

Il tempo a Montebenedetto scorre lento e cadenzato al ritmo delle stagioni per ben 300 anni. Agli inizi del secolo XV le condizioni di vita diventano precarie per le frequenti inondazioni causate dal rio della Sega e da quello delle Fontanelle che scorrono ai suoi lati. Dopo vari disastri susseguitisi negli anni, nel 1473 un consistente straripamento danneggia irreparabilmente l’intera struttura rendendola inagibile. Questi eventi uniti al fatto che le nuove certose, dotate da sovrani e famiglie potenti di risorse ed edifici prestigiosi e abbelliti dagli artisti famosi dell’epoca, tendono a sorgere appena fuori le città, come Valmanera a un miglio da Asti o Pavia, per cui in un isolamento solo più formale, spingono Montebenedetto a chiedere un trasferimento della Certosa a Banda. La prima richiesta al Capitolo Generale dell’Ordine, nel 1430, è respinta. Nel 1461 i Padri, sempre più disagiati nella loro sistemazione, protestano rifiutandosi di recitare l’Ufficio e celebrare la Messa comune. Nel 1465 il Priore vicario, appoggia la rivolta di alcuni monaci della certosa di Casotto, in Val Casotto, nel comune di Garessio (Cuneo), acquistata poi, nel 1837, dai Savoia, per farne una residenza di caccia. Negli stessi anni il reclutamento di Padri e Conversi, probabilmente per il luogo poco “attraente”, è in crisi: nei documenti sono citati solo quattro Padri, anche se non è detto che corrispondano al numero reale. Un atto con i Canali signori di Villar Focchiardo è stipulato, il 16 febbraio 1468, nella camera del Priore di Santa Maria di Montebenedetto a Banda: forse alcuni monaci, o magari solo il Priore vi soggiornano già stabilmente nel periodo invernale.

Altri rifiuti seguono nel 1473 e nel 1488. Continuano però le firme di rogiti nel luogo: il 13 aprile 1473 la concessione dei signori di Villar Focchiardo relativa alla costruzione, da parte dei Certosini, di una segheria alla confluenza del Gravio e del Fangerello che deve lavorare solo i legnami della certosa: per uso proprio o per vendita. Un atto di consegnamento, “in aula novi loce bande”, porta invece la data del 6 febbraio 1488 e riguarda il riconoscimento della sovranità dell’Abate di San Giusto sulla tenuta almesina di Panzone.

Finalmente il 15 maggio 1498 è concessa l’autorizzazione allo spostamento: il provvedimento è ufficialmente motivato dal degrado degli edifici della Casa Alta e dalla necessità di ricostruirli in un luogo protetto dalla minaccia delle acque. In anni successivi un Certosino anonimo in uno scritto intitolato “Fundatio Cartusiae Montis Benedicti” adduce come ragione anche le “haereticorum incursibus”, incursioni eretiche. La Certosa continua a portare il nome di Montebenedetto con l’aggiunta “trasferta a Banda”. Due anni dopo il trasferimento è completato: quella che prima era una grangia ora è una Certosa pur rimanendo molto simile alla sua configurazione primitiva.

È unica nel suo genere: questo ne renderebbe importante e necessaria la conservazione.

Montebenedetto è ridotta ad edificio per attività silvo-pastorali ed affidata al Procuratore. Ottiene però dal Signore di Villar Focchiardo il permesso di edificare un mulino: sicuramente qualcuno dei Padri vi si reca nei giorni festivi ad officiare la messa, magari, a turno, vi soggiornano anche per qualche tempo, altrettanto certamente qualcuno dei Conversi vi risiede in modo stabile per mandare avanti i lavori agricoli, ma il fatto è alquanto curioso, giustificabile solo con il cattivo stato delle strade, a seguito degli straripamenti dei torrenti, che rendono impossibile un trasporto agevole dei raccolti a valle.

L’atto di concessione è stipulato il 15 settembre presso la casa del nobile alla presenza del Priore di Banda, Francesco de Carminate. Il 15 dicembre 1514 è ratificato, a Torino, da Carlo III Duca di Savoia. In una notte del marzo 1580 viene incendiato da ignoti e poi, poco tempo dopo, assieme alla vicina segheria, totalmente distrutto sempre dalle fiamme: due sospetti catturati denunciano come mandante Giorgio Canali dei Signori del paese. Il processo del 16 marzo 1582 lo condanna al pagamento di un’ammenda di 500 scudi.

Il Priore, non molto tempo prima del trasferimento a Banda, ha ampliato e riqualificato, per fare posto all’intera Comunità, la primitiva costruzione: esistono già cinque celle e probabilmente rimangono tali di numero, un chiostro eretto nel 1435 e a una piccola foresteria che ora è ampliata e si costruisce anche un mulino.

La chiesa intitolata alla Madonna degli Angeli, situata su un roccione a strapiombo, è eretta già fra il 1200 e il 1250, sicuramente ad uso dei Conversi e probabilmente del Procuratore, del Priore e di altri Padri quando si recano alla grangia.

È in stile romanico e orientata. La copertura, con manto in lose, è sormontata dal grande campanile a base quadrata, con una cuspide piramidale in pietra. La navata è unica e rettangolare, con volta a botte.

L’abside piatta con la presenza di una bella finestra trilobata, ha una volta a crociera gotica con costoloni poggianti su colonne addossate. I due capitelli, di fine 1200, della parete di fondo sono figurati: uno con una coppia di volti, l’altro con un mascherone animalesco e in totale violazione della Regola Certosina di raffigurare “imagines curiosae”. Sono riferibili a una bottega molto attiva in Valsusa. Dietro ad essa, volte verso valle, probabilmente alcune celle.

Sulla facciata una finestra quadrata molto rimaneggiata, ma non vi è il portale d’ingresso: secondo gli usi certosini questo riveste poca importanza. Si accede all’interno attraverso una porta che immette nel coro dei Padri, mentre un’altra, usata dai Conversi, è all’angolo. Sulle pareti interne sono visibili tracce di affreschi. Un documento di metà secolo XVI riporta la presenza di un horologium: forse un vero orologio meccanico che permette al sacrestano di dettare con più precisione i tempi del lavoro e della preghiera suonando puntuale la campanella. Con il trasferimento a Banda i monaci si portano dietro il coro ligneo, a diciannove sedute, della chiesa di Montebenedetto: è semplicissimo con stalli chiusi da profondi baldacchini ed è ritenuto uno degli arredi liturgici più antichi in territorio piemontese. È realizzato con due tipi di legno, abete bianco e noce: i Certosini possiedono una segheria in loco e le specie arboree utilizzate sono presenti nell’area, questo porta a pensare che la realizzazione sia opera degli stessi religiosi. L’ambiente interno della chiesa molto danneggiato e lo stato pessimo di conservazione dell’opera, nel dicembre 2011, ne consigliano lo smontaggio ed il successivo trasporto presso i laboratori della Fondazione Centro per la Conservazione ed il Restauro per i Beni Culturali “La Venaria Reale”. Dai risultati delle analisi scientifiche si è potuto concludere che i framezzi, i braccioli e la struttura portante sono costituiti da legno cresciuto nel corso del secolo XIII e utilizzato nel 1300. I dossali invece sono posteriori. L’analisi al radiocarbonio supporta la tesi secondo la quale il coro sia originariamente costruito per Montebenedetto e poi trasferito, con le dovute modifiche, a Banda solo alla fine del 1400. A quest’epoca risalgono anche il trigramma bernardiniano IHS e l’analogo simbolo cristologico XPS dipinti, entro corone d’alloro, sui due stalli posti all’estremità. Il coro è ora ricollocato presso la chiesa parrocchiale di Villar Focchiardo. Altri arredi sono trasferiti altrove, come il trittico su tavola di Jacopino de Mottis del 1491: la Madonna con Bambino e i santi certosini Ugo di Lincoln e Ugo di Grenoble, fatto pervenire al monastero dal Priore della Certosa di Pavia, Ugo Cacherano e ora ammirabile nella cattedrale di San Giusto a Susa. Nella sua sacrestia è invece esposta l’Adorazione del Bambino di Defendente Ferrari, del 1518-20 e restaurata nel 2010, commissionata dai Certosini di Banda: trasferita qui nel 1865 per essere sottratta all’incameramento dei beni ecclesiastici. Il Crocifisso ligneo, di fine secolo XIII-inizio XIV, che la tradizione vuole provenire anch’esso da Montebenedetto è invece custodito, dopo il restauro che ha rivelato una rara decorazione pittorica della croce, al Museo Diocesano di Susa, dove trovano posto altre tre tele del secolo XVII: una natività e altri due santi certosini, attribuiti ai fratelli Recchi, inviati a Banda dalla casa madre di Collegno.

Le nuove costruzioni e i miglioramenti eseguiti a Banda prosciugano le casse della Certosa: è necessario procacciare il denaro a scapito dell’asse patrimoniale. Si vendono due terreni stralciati dalla tenuta di Panzone e un possedimento a Sant’Antonio di Ranverso: gli atti sono firmati l’11 febbraio e il 2 aprile 1500.

Una causa intentata nel 1516 dalla comunità e dai signori di Villar Focchiardo, unitamente alla Certosa di Banda, contro San Giorio, relativa alle acque del Gravio, porta, il 9 giugno 1557, un Commissario ducale ad una ricognizione del suo corso lasciandone una relazione, “la Visitatio fluminis Gravi Valle Secusiae”, che conferma la presenza di un mulino situato a un “tiro di balestra” da Banda e usato anche per la produzione di olio di noci. Una derivazione sotterranea del rio che lo alimenta fornisce l’acqua alla Certosa e vari rivoli irrigano i campi.

Nel periodo compreso fra il 1540 e il 1600, anno del trasferimento ad Avigliana, parecchie sono le liti intercorse fra la Certosa e gli uomini di Villar Focchiardo. Sono giorni tristi per il Piemonte: pestilenze e scorrerie degli eserciti imperiali e francesi che se ne contendono il possesso. I privilegi e le esenzioni di cui ha sempre goduto la Certosa hanno ora poco valore: nel 1542 Villar Focchiardo e San Giorio, come le altre comunità della Valle, sono obbligati a concorrere alle spese della guerra e pretendono lo stesso dai Certosini, in proporzione al valore dei loro poderi situati nei rispettivi comuni. Al rifiuto dei Monaci gli sequestrano quattro mucche per un valore di 49 fiorini.

Il Parlamento installato a Torino in nome del Re di Francia, ordina alla Certosa che vi ha fatto ricorso in seguito al furto delle vacche, con sentenza del 12 luglio 1542, di accatastare i beni posseduti a Villar Focchiardo, Almese e Sant’Antonino come allodiali e di pagare “per detti beni le contribuzioni et allogii dei soldati Reggi deputati per la custodia di questa Patria”. Le somme sono dovute a partire dal 18 luglio 1538: il solo Villar Focchiardo è creditore verso i Monaci di ben 857 fiorini e le spese del tribunale ammontano a 282 fiorini. Al paese, come saldo dei debiti, è assegnata la cascina di Campoverso e altri poderi vicini. Banda versa però, il 25 settembre, ai “Sindaci e Credenzieri” 23 scudi del sole d’oro e il 25 novembre salda definitivamente il debito tenendosi così la grangia. Il 24 agosto si accordano per il rispettivo contributo ai “pubblici gravami”: il patto, da rinnovarsi annualmente, prevede lo sborso al comune della quarta parte dei “frutti prodotti dai poderi della Certosa” sul territorio di Villar Focchiardo.

Un documento del 15 maggio 1545 evidenzia il possesso di un vigneto attiguo alla tenuta della Precettoria di Sant’Antonio di Ranverso, alle falde del monte Musinè, sulla sinistra della Dora e a questa dato in enfiteusi per due sestari, ossia quattro emine di segala all’anno.

A fine 1500 la Certosa revoca, ai discendenti, l’albergamento di alcuni poderi concesso a Tommaso Latodo di Meana, perché due di loro sono valdesi. Ne segue un procedimento giudiziario la cui sentenza è emessa il 10 agosto 1592 e ordina “la remissione de rispettivi beni verso li Padri Certosini” poiché coltivati per la maggiore da “Valdesi et Ugonotti innimici della fede Catholica”.

Con il ritorno dei Savoia, il Duca Emanuele Filiberto, con decreto del 22 gennaio 1562, impone nuove tassazioni. Il 22 ottobre la Certosa rinnova, per farvi fronte, l’accordo con Villar Focchiardo: 30 scudi del sole da versarsi annualmente. Nel 1590, però, avvalendosi dell’esenzione dai tributi di cui anticamente godeva, cessa la contribuzione.

La permanenza dei monaci a Banda dura poco più di cento anni: nel 1598 si trasferiscono ad Avigliana presso il convento degli Umiliati, fondato nel 1357, fuori dalle mura cittadine, dal conte Amedeo VI di Savoia, a cui è annessa la chiesa di Santa Trinità, oggi Madonna delle Grazie. Papa Pio V nel sopprimere l’ordine, con bolla del 6 febbraio 1570, ha ordinato agli appartenenti di Moncalieri ed Avigliana di riunirsi a Santissima Trinità dove dovranno abitare anche tre sacerdoti per officiare la chiesa.

A quest’ultimi è assicurata una annualità di 40 scudi d’oro ognuno. I patrimoni di Moncalieri ed Avigliana sono tenuti in commenda dal chierico Giovanni Carniglia che deve anche assicurare gli officianti: i Certosini cercati da lui o propostisi volontariamente se ne assumono il compito. L’atto è stipulato a Torino, il 15 giugno 1595, alla presenza dell’Arcivescovo Carlo Broglia. Con la chiesa e il convento di Santissima Trinità il Carniglia accorda alla Certosa le “vigne et alteni contigui”, un bosco, dell’estensione di 83 are, con unito un caseggiato, ai confini con Giaveno: le rendite dei beni ammontano a 15 scudi. Il Commendatario trattiene per sé altri possedimenti assieme al titolo di Prevosto della Santissima Trinità. I monaci abitano il monastero e servono la chiesa ancora prima della stipula del contratto.


Santissima Trinità, ora Madonna delle Grazie ad Avigliana

Papa Clemente VIII, con bolla del 15 ottobre 1600, avvalla il loro trasferimento ad Avigliana. I motivi addotti dalla Certosa per giustificare la sua istanza al Pontefice si riassumono nel fatto che le guerre degli anni precedenti e la vicinanza di eretici rendono più sicuro rifugiarsi in un luogo fortificato, tra l’altro vicino ai loro possedimenti, ma anche ai mercati e alle fiere in cui è più semplice vendere i propri prodotti e procacciarsi il necessario per vivere.

In una memoria scritta il 2 aprile 1602 per scongiurare il pericolo di un eventuale ritorno a Banda, raccontano, probabilmente esagerando non poco, che il Duca di Savoia manda, in data imprecisata, un certo Lesona con trecento armati per “salvare il monastero di Banda coi religiosi dagli eretici che volevano devastarlo e raderlo al suolo”. In un’altra occasione i militi inviati sono invece duecento.

Il Governatore, il Giudice, il Podestà ed altre personalità cittadine testimoniano poi la soddisfazione popolare per il loro governo della chiesa. Alla bolla pontificia segue un atto pubblico che riconosce il possesso del convento ai Certosini di Banda: il 6 novembre lo firma il Governatore di Avigliana, Sebastiano Bava, alla presenza di altre personalità.

Foto: Claudio Rosa

Continua: I Certosini ad Avigliana, il ritorno a Banda e l’abbandono definitivo della Certosa valsusina

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.