Nelle “ STORIE DELL’ANNO MILLE” , Rodolfo il Glabro riferisce che il numero dei pellegrini che si recavano a Gerusalemme presso il Santo Sepolcro, fosse talmente alto da suscitare stupore. Le strade che portavano a Gerusalemme erano molte, ma una in particolare, la grande strada di Francia o Francigena, liberata dalle incursioni saracene, e dall’attività predatoria, attraverso i passi del Moncenisio e Monginevro, convogliava il traffico dell’Europa Occidentale verso la Valle di Susa, dove l’autorità dei marchesi di Torino consentiva la sicurezza necessaria per raggiungere le città portuali della penisola italiana e i Luoghi Santi del vicino Oriente.

Il pellegrinaggio a Gerusalemme s’intrecciava inevitabilmente con quello diretto a Roma e ai luoghi dell’Arcangelo Michele. Esso aveva, per coloro che salivano sul monte Pirchiriano a chiedere protezione all’Arcangelo, un ideale punto di riferimento in una cappella situata presso il monastero, ora denominata Sepolcro dei Monaci, che ricreava il clima spirituale del Santo Sepolcro. Coloro invece che, percorrendo la Via Francigena, raggiungevano Torino, senza salire sul Pirchiriano, s’imbattevano nella chiesa del Santo Sepolcro di Pozzo Strada, la cui dipendenza da San Michele della Chiusa fu sancita da una bolla di papa Innocenzo II del 23 agosto 1134.

Su questo flusso di pellegrini, descritto dal Glabro, a cominciare, come egli dice “ dagli strati più umili della popolazio” fino “ ai più grandi Re, conti, marchesi e vescovi” e “ anche a molte donne nobili accompagnate da altre più povere” la comunità dei monaci della Chiusa costruì il proprio mito, consapevole di essere al centro di una importante corrente di pellegrinaggi diretti a Roma e a Gerusalemme, ma anche ai luoghi dell’Arcangelo, come dichiara espressamente l’anonimo autore della “ NOTIZIA “, affermando che l’Abbazia sorgeva ad uguale distanza dalle altre sedi terrene dell’arcangelo, quella di Mont St. Michel sul monte Tombe, lambito dall’oceano atlantico, a Saint Michel d’Aiguilhe presso Le Puy-en-Velay, su una guglia vulcanica, fino a San Michele della Chiusa nella Langobardia e a monte Sant’Angelo

In Puglia, attraverso una catena ininterrotta di oratori e cappelle.

A questa corrente di pellegrinaggi, che passava dall’Alvernia, dove il fondatore dell’Abbazia aveva i suoi possedimenti, si univa un’altra corrente proveniente dalle regioni della Francia meridionale e dalla Catalogna, anch’esse disseminate da chiese e di antichi monasteri dedicati all’Arcangelo.

A uno di questi pellegrinaggi aveva partecipato il nobile Ugo d’Alvernia, accompagnato dalla moglie Isengarda. Esortato dal Papa a costruire un cenobio in sconto dei propri peccati, come si addiceva ad un potente e devoto pellegrino pentito,mentre sulla via del ritorno si trovava a Susa, ospite di un vecchio amico, progettò di fondare il monastero sul Monte Pirchiriano, e, dopo essersi accordato con le autorità civili e religiose, lo affidò alle cure di un altro pellegrino, l’Abate Atverto, costretto a fuggire dal monastero di Lézat, nel Mezzogiorno della Francia, per essersi opposto a quei monaci che interpretavano diversamente la vita religiosa.

Non esisteva luogo più appropriato. Il nuovo monastero, così inerpicato sulla vetta del monte, rispondeva pienamente a una tradizione spirituale della cristianità, che amava collocare sulla cima dei monti l’Arcangelo della luce. L’isolamento del monte, la difficoltà di ascendere alla sede dell’Arcangelo, erano un invito a dare prova della propria virtù e della propria ascesi spirituale. La stessa grande via di comunicazione europea, che correva nella valle sottostante, disponeva il monastero ad accogliere una straordinaria ricchezza di esperienze culturali e religiose, di cui i pellegrini erano portatori.

I pellegrini che diedero vita a San Michele della Chiusa, rappresentavano dunque la pietà religiosa dell’aristocrazia d’Alvernia e la cultura di un monachesimo tolosano orientato verso Cluny, ma anche verso quel vasto movimento di riforma suscitato nella Francia meridionale dall’Abate Guarino e in Italia da Romualdo di Ravenna.

Non stupisce pertanto se già nei primi decenni del secolo XI l’Abate Benedetto I°, successore di Atverto, fosse descritto dal suo biografo, il monaco Guglielmo, come un grande signore. Una ospitalità prescritta dalla regola benedettina, ma particolarmente richiesta a un monastero fondato da pellegrini, distingueva l’abate Benedetto I° nell’accogliere gli ospiti, che affluivano numerosi dalla Gallia, dall’Aquitania e dalla Spagna e che prima di raggiungere Roma salivano sul monte a chiedere protezione all’arcangelo. Con la sua signorile compitezza ed umiltà, Benedetto I° ricordava gli abati di Cluny, Maiolo ed Odilone, quest’ultimo definito un grande signore umanissimo, originario dell’Alvernia come Ugo, il fondatore. Durante l’abbaziato di Benedetto I° il monastero divenne così luogo di incontro e di amicizia fra grandi personalità, impegnate nel movimento di riforma monastica. Negli anni 1002 – 1003 un nobile salernitano, Alferio, inviato presso il re di Germania da Guaimaro, principe di Salerno, prima di valicare le Alpi, si ammalò e chiese ospitalità a San Michele della Chiusa, ove fece voto di abbandonare il mondo, se fosse guarito. Ristabilitosi, abbracciò la vita monastica e seguì a Cluny l’abate Odilone, che aveva conosciuto nel cenobio clusino.

La sollecitudine verso gli ospiti fu anche una caratteristica dell’abate Benedetto II°. La sua ospitalità era sempre magnifica. In tutto simile al costume dei nobili, con un prodigarsi di monaci intorno agli ospiti illustri, con offerta di cibi delicati, uso di suppellettili perfetti, servizio di bagni, doni di vesti e di cavalli. Non due o tre giorni, narra Guglielmo, si protraeva la lieta ospitalità, ma per mesi talvolta persino anni. Questa munifica ospitalità era rivolta a vescovi, cardinali e canonici, Abati e monaci, ma anche aristocratici, soldati e pellegrini.

All’arrivo degli ospiti Benedetto II° mostrava letizia d’animo e di volto e credeva di essere visitato da Dio quando non solo un ospite, ma molti fossero giunti insieme. A nessuno negava il suo favore e la sua cortesia, durante le feste affidava all’elemosiniere il compito di nutrire i poveri e gli ospiti più largamente del solito. Tanta signorile generosità fu ricambiata dai pellegrini, laici ed ecclesiastici, con numerose donazioni di beni, chiese e monasteri, sparsi in tutta la Francia centro-meridionale, nelle valli del Rodano e dell’arco alpino occidentale e, al di qua delle Alpi, nell’Italia padana, in Liguria, a Siponto di Manfredonia nel Gargano. L’abbazia possedeva in quelle regioni venti chiese, due cappelle e otto monasteri dedicati all’arcangelo Michele.

Nella seconda metà del XII secolo nacque un patto di collaborazione e di unione spirituale con le Abbazie di Cluny, di Mont Saint Michel e di Vezelay. Un patto di reciproca assistenza che prevedeva tra l’altro lo scambio di monaci per ovviare alle difficoltà di governo nelle dipendenze più lontane ed isolate.

Tratto da: Pellegrinaggi e mobilità dei monaci a San Michele della Chiusa – Giampietro Casiraghi

Di Emerenziana Bugnone

Socia Monastica Novaliciensia Sancti Benedicti, volontaria culturale e accompagnatrice.

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