Le storie di fantasmi sono antiche quanto l’uomo. Già nelle civiltà mesopotamiche abbondano i racconti sulle attività di schiere di demoni e spiriti dell’oltretomba. Lo stesso per quanto riguarda l’Egitto e poi la Grecia. Nel Fedone di Platone (81, c-d), Socrate, discutendo di metempsicosi, parla dei tanti racconti “ sulle anime, che si aggirano attorno alle tombe e nei pressi dei luoghi sepolcrali”.

Nel passo qui riportato, tratto da una lettera che Plinio il Giovane (61-114 d.C.) scrisse a Licinio Sura (40-108 ), la macabra apparizione del fantasma in una domus ateniese, accompagnata dallo sferragliare notturno delle catene, uno dei simboli più emblematici della presenza degli spettri, metterà a dura prova il raziocinio dell’impassibile filosofo Atenodoro.

“V’era ad Atene una casa ampia e comoda, ma malfamata e maledetta. Nel mezzo del silenzio della notte si udiva un suon di ferraglia e, se ascoltavi più attentamente, uno strepito di catene, da lontano prima, poi più da presso; indi, appariva uno spettro, un vecchio estenuato dalla magrezza e dallo squallore, con una lunga barba, i capelli irti; recava i ceppi ai piedi e le catene alle mani e le scuoteva. Perciò gli abitanti della casa trascorrevano vegliando per la paura, delle notti sinistre e spaventose; quelle veglie finivano per produrre una malattia, e, con il crescere del male, la morte. Giacchè anche di giorno, pur essendo il fantasma scomparso, rimaneva negli occhi il ricordo di quella apparizione, sì che il timore durava più a lungo di ciò che l’aveva cagionato. Perciò la casa fu disertata, condannata all’abbandono e lasciata tutta in balia di quel mostro, v’era però appeso un cartello, per il caso che qualcuno, ignorando così gran guaio, volesse acquistarla o affittarla.

Capitò ad Atene il filosofo Atenodoro, lesse il cartello, seppe il prezzo, e messo in sospetto dalla modicità, si informò, venne a conoscenza di tutto e nonostante ciò, anzi a cagione di ciò, prese in affitto la casa. Quando cominciò ad annottare, ordinò che gli preparassero un letto nella parte anteriore dell’edificio, chiese delle tavolette, uno stilo, un lume; mandò tutti i suoi nelle stanze interne ed egli invece si assorbì la mente, gli occhi, la mano, nello scrivere, onde evitare che la mente rimasta inoperosa desse corpo alle storie di spettri che aveva sentito e a vari timori. Dapprima, come ovunque, il silenzio della notte, poi cominciò un agitarsi di ferri, un muover di catene; quello non alza gli occhi, non ripone lo stilo, ma rafforza il proprio coraggio e lo mette a guardia delle orecchie, cresce lo strepito, continua ad avvicinarsi, e già sembra di udirlo sulla soglia, già oltre la soglia. Si volta , vede e riconosce la figura di cui gli avevano parlato. Stava ritta e faceva segno con il dito, come ad invitare qualcuno; ma il filosofo le fa cenno con la mano, come per dirle di attendere un poco, e si rimette alle tavolette e allo stilo. Essa agitava le catene sopra il capo di lui che scriveva; si volta di nuovo, vede che gli fa cenno come prima, senza esitare, prende il lume e la segue. Essa avanzava con passo lento, quasi la gravassero le catene; dopo essere svoltata nel cortile della casa, improvvisamente svanisce, abbandonando chi la segue. Una volta rimasto solo, Atenodoro contrassegna il posto con delle erbe e delle foglie spiccate. Il giorno dopo va dai magistrati, e chiede loro che orinino di far scavare in quel posto. Vi trovano, frammiste e avvolte dalle catene, delle ossa, che il cadavere putrefatto dall’azione del tempo e del terreno aveva lasciate scarnificate e scavate dalle catene; raccolte vengono sepolte a spese della città. La casa non fu più visitata dai Mani, sepolti secondo i riti.”

Fonte: Plinio il Giovane, lettere VII,27,5-11

Di Emerenziana Bugnone

Socia Monastica Novaliciensia Sancti Benedicti, volontaria culturale e accompagnatrice.

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