Pochi giorni fa ho incontrato per caso un parroco della Val di Susa e, tra una chiacchiera e l’altra, quando il discorso toccava l’argomento “parrocchia”, il viso si faceva cupo e il tono della voce diventava dimesso. Si lamentava di tutto, ma soprattutto della scarsa partecipazione dei fedeli ai riti, del completo disinteresse della rimanente parte, la maggioranza schiacciante, della popolazione e della possibilità non tanto remota che lui fosse l’ultimo parroco in quel paese e che la parrocchia rimanesse per sempre non più presidiata. Questioni generalizzate che si notano facilmente in qualsiasi territorio e che riguardano tutti gli ambiti della Chiesa ormai attanagliata dalla crisi delle vocazioni e dalla fuga dei fedeli. Chiuse il discorso nella speranza di rivedere figure d’avanguardia e profetiche capaci in qualche modo di dare almeno uno sprone ad un clero che dire demotivato e sfiduciato è dire poco. Ovviamente vennero fuori vari nomi di figure più meno storicamente importanti dalle quali prendere esempio, ma l’attenzione e il discorso finì sul Curato d’Ars. Chi fu san Giovanni Maria Vianney, appunto il curato d’Ars, e quale fu il suo esempio? Rispolvero dai miei virtuali cassetti polverosi un vecchio articolo pubblicato nel 2009, anno sacerdotale, durante il quale l’allora Papa Benedetto XVI raccomandò al clero di rileggere e imitare il santo francese. Se non erro, san Giovanni Maria Vianney è anche il patrono dei parroci. L’articolo in questione, di cui pubblico qui di seguito ampi stralci, è a firma di Enrico Pepe, vedere in calce la fonte.

I tempi erano tristi per la Francia durante il secondo Terrore. A Dardilly, presso Lione, la chiesa parrocchiale era stata chiusa e ogni attività di culto interdetta: lì nacque Giovanni Maria Vianney. Nella prima comunione, celebrata in un casolare di campagna durante una messa clandestina, gli fiorì in cuore il desiderio di diventare sacerdote. L’idea sembrava utopica: era impossibile istruirsi; ma un coraggioso sacerdote, Carlo Balley, aveva aperto una scuola parrocchiale per i candidati al sacerdozio.

L’alunno Giovanni era un caso umanamente quasi disperato: aveva più di 20 anni e conosceva a mala pena i primi rudimenti della lettura e della scrittura. Il Balley ne apprezzò il candore d’anima e la tenacia contadina e lo ammise alla sua scuola. Non fu facile per il giovane seguire le lezioni, soprattutto quelle di latino, mentre riusciva molto bene nell’apprendere e nel mettere in pratica le parole del Vangelo.

La tenacia di ambedue ottenne l’impossibile: il 13 agosto del 1815 il Vianney fu ordinato sacerdote, a condizione che restasse sotto la guida del Balley e non esercitasse il ministero delle confessioni. Per i due sacerdoti seguirono tre anni di convivenza meravigliosa.

Quando però il parroco morì, la curia non ritenne opportuno lasciare nelle mani del Vianney la cura di quella parrocchia importante e lo nominò cappellano di un piccolo villaggio con 40 case e 270 abitanti: Ars. Il paesino non brillava certo per santità: c’era ancora fede, ma nascosta sotto la cenere dell’ignoranza religiosa e di una pratica morale discutibile.

Il giovane sacerdote iniziò il suo lavoro mettendo un po’ di ordine nella chiesetta e prendendo contatto con i suoi parrocchiani. Li andava a trovare nelle case e nei campi, conversava su come andava il raccolto e sulla salute degli animali e così rompeva il ghiaccio e costruiva amicizie. In breve tempo conobbe vizi e virtù della sua gente.

Gli uomini, costretti dal bisogno più che dall’ideologia rivoluzionaria, la domenica mattina preferivano andare al lavoro nei campi e al pomeriggio affollavano le quattro bettole del paese, tra risse e bestemmie, sperperando i pochi soldi di cui disponevano. Le ragazze non avevano il necessario per sposarsi e non avevano possibilità di imparare un mestiere: sapevano solo pascolare le poche pecore della famiglia e raccogliere fieno per l’inverno. Nei giorni solenni il motivo principale di incontro erano le feste da ballo che si protraevano fino al mattino a lume di candela.

Fu allora che il curato coniò una famosa frase: «Lasciate per 20 anni una parrocchia senza prete e vi si adoreranno le bestie!».

Non tutto era così nero. Don Vianney aveva osservato un contadino che ogni sera, tornando dal lavoro, lasciava gli attrezzi fuori della chiesa, entrava e restava seduto in silenzio per lungo tempo. Un giorno gli si avvicinò: «Cosa fate qui, buon uomo, in silenzio?». Il contadino, stupito per la domanda, gli rispose: «Sto davanti al mio Signore: lui guarda me ed io guardo lui».

Per il “curato” il primo compito era quello di pregare. Se gli uomini erano nelle bettole a bestemmiare, lui era in ginocchio davanti al Santissimo ad adorare e preparare il catechismo per bambini e adulti: il Signore gli avrebbe ispirato le parole giuste, più dei libri. Poi, la penitenza: non era difficile praticarla, perché ad Ars la vita era grama per tutti ed egli, che aveva un po’ di patate cotte e un pizzico di sale, era un uomo fortunato! Per scrupolo aveva aggiunto alcune pratiche un po’ esagerate, che pregiudicarono la sua salute: “eccessi di gioventù”, dirà lui stesso più tardi.

Preghiera e penitenza non erano fine a sé stesse. Vedendo la miseria materiale e morale in cui versavano tante ragazze, creò per loro una scuola, dove trovavano cibo, istruzione e imparavano un mestiere: la chiamò “Provvidenza”. Per gli adulti creò due associazioni: una per le donne e un’altra per gli uomini, impegnando tutti in attività di culto e caritative.

Lentamente la fisionomia della parrocchia cominciò a mutare e la fama di quel prete, noto solo per la scarsa preparazione intellettuale, oltrepassò i confini di Ars. Persino nei mercati si udivano contadini che dicevano: «Nessun prete ci ha mai parlato come il nostro curato!». Egli stesso in un momento di entusiasmo si lasciò sfuggire: «Fratelli miei, Ars non è più Ars!», aggiungendo che il piccolo cimitero del paese era pieno di santi.

Si sparse perfino la notizia che ad Ars avvenivano fatti miracolosi: e, in effetti, le conversioni che si verificavano nel confessionale erano di questo timbro. Il Vianney le attribuiva a santa Filomena, ma intanto le persone accorrevano numerose per depositare nel cuore del “santo curato” il fardello dei loro peccati. E anche chi veniva in cerca di guarigioni tornava a casa rinfrancato nello spirito.

Si sparsero pure notizie diffamanti, perché tanti non riuscivano a credere che un prete di campagna, considerato un buono a nulla, potesse operare prodigi. Le male lingue arrivarono al vescovo, il quale ordinò un’inchiesta canonica che portò alla luce l’infondatezza delle accuse e servì per accrescere l’afflusso dei pellegrini ad Ars.

Nel 1845 vi fu mandato anche il famoso Lacordaire che, dopo aver ascoltato la predica del Vianney, gli disse: «Voi mi avete insegnato a conoscere lo Spirito Santo». E il Vianney, dopo averlo fatto parlare in chiesa al suo popolo, commentava con arguzia: «Si dice che talvolta gli estremi si toccano. Questo si è verificato ieri sul pulpito di Ars: si è vista la sublime scienza e l’alta ignoranza». A chi gli chiedeva un giudizio sulla predicazione del parroco ignorantello, Lacordaire rispondeva: «Sarebbe da augurarsi che tutti i parroci di campagna predicassero bene come lui».

Tratto da: Il curato d’Ars, prete d’avanguardia, Città Nuova, mensile, 5 agosto 2009, Roma.

Di Claudio Bollentini

Presidente di Monastica Novaliciensia Sancti Benedicti - https://www.linkedin.com/in/claudiobollentini/

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