E’ sicuramente un luogo affascinante, ricco di storia, di arte, e di leggende, alcune con intrecci positivi, altre dai contorni più cupi.

E’ un angolo straordinario della Bassa Valle di Susa: San Mauro, una delle borgate di Almese, e in particolare il suo storico ricetto reso ancora più inconfondibile dalla presenza della torre.

Un lungo e glorioso passato per questo aggregato edilizio di origine medievale che si innalza appena fuori dell’abitato di Almese, alla sinistra del torrente Messa, antico possedimento del monastero benedettino di San Giusto di Susa.

Risale infatti al 1029 il primo documento storico: è l’anno in cui il marchese di Torino Olderico Manfredi donò un terzo dei suoi possedimenti valsusini all’Abbazia di San Giusto, compresa la “ Curtis” di San Mauro di Almese. Note storiche riferiscono che con molta probabilità esistevano già in quel luogo uba chiesa ed il campanile, edificati su un “ masso affiorante”, un basamento roccioso, che nel paesaggio circostante costituiva probabilmente un promontorio naturale sopraelevato sulla pianura fin dalla preistoria e certamente era adoperato dai primi abitatori della valle come punto di osservazione e di avvistamento. Nel tempo, gli interventi architettonici legati ai cambiamenti della società trasformarono in modo radicale l’edificio monastico originale: attorno all’antica “ Curtis” nacque il “ Castrum”, il borgo fortificato diventato poi sede di una castellania che comprendeva anche Rubiana ed Almese.

Anche qui, come in altri piccoli o grandi castelli, non mancano leggende e storie un po’ curiose. La più triste è sicuramente quella che riguarda il tragico destino di una donna di Rubiana, Maria Gotto, considerata una strega, rinchiusa nella Torre e condannata, come capitava alle “ streghe” o presunte tali, nel secolo XVII, al rogo. Fu accusata di aver commesso quei crimini tipici che erano ascritti agli adepti di Satana, anche contro di lei non si trovarono prove certe.

Fu chiamato a testimoniare un certo “ Colombino Pariggio”; fu lui a dichiarare che , nella notte di San Giovanni, mossosi dalla “ Costa verso Rubiana”, fu testimone di un avvenimento che presentava tutte le caratteristiche del sabba delle streghe. Questa la testimonianza “vide un grande fuogho, più scuro dello nostro,attorno del quale vide e sentì che vi era un rumore et brusol et molta gente. Quali balavano et saltavano et facevano orli al suono, come s’apparve a lui, delli violini. Et li parve veder gran cose et gran gente.

Ma da Colombino Pariggio non giunsero altre informazioni, perché l’uomo affermò che a quel ballo nella notte di San Giovanni “ non conobbe alcuna persona, homini né donne, et non vide altro di quello et quanto ha prede posto, perché se ne ritorno con boscho a casa”.

La dichiarazione è contenuta nei verbali del processo contro Maria Gotto.

Nessuna prova certa dunque, ma pare che Maria Gotto fosse una donna emancipata, ricca, più colta delle donne del suo tempo e quindi pericolosa.

Non andò al rogo: fu lei a darsi la morte, impiccandosi nella torre con un lenzuolo. Ma, su decisione del Senato ducale di Torino, il suo corpo venne comunque bruciato in pubblico. Era il 4 agosto 1620. Sarà per questo che, come in tutti i manieri o simili di un tempo che fu, anche nella Torre pare si avvertano, durante certe notti, sospiri e gemiti? Chissà…

Ma la storia più divertente è certo quella che racconta di uno straordinario tesoro nascosto per tanti anni nella cosiddetta “Galleria”, la parte merlata acquistata nel 1889 dallo scalpellino Battista Truccato.

Lo scalpellino, durante i lavori di restauro, trovò una pergamena nella quale si accennava ad un tesoro nascosto in una galleria proveniente da ponente e che arrivava fin sotto la Torre. Forse… un cofano di monete d’oro. Convinto di quanto aveva letto, Truccato scavò nella viva roccia un cunicolo per intercettare questa ipotetica galleria che doveva custodire il tesoro. Scavò per circa 16 metri, dal 1913 al 1918, l’anno in cui morì. E quella galleria divenne poi luogo di rifugio durante le incursioni aeree nella seconda guerra mondiale. Ma del tesoro nessuna traccia.

Forse il tesoro è sotto gli occhi di tutti: in quella affascinante fortificazione di origine medievale che testimonia la nostra storia. Un tesoro da custodire, da conservare con il rispetto che si deve per le opere d’arte.

Tratto da: Passaggi e Sconfini – Bruna Bertolo

Di Emerenziana Bugnone

Socia Monastica Novaliciensia Sancti Benedicti, volontaria culturale e accompagnatrice.

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