Il manoscritto più antico conservato nella biblioteca abbaziale, la Regola Benedettina di Breme, compilata dallo scriptorium novalicense alla fine del secolo XI-inizio XII, ci ha fornito il pretesto di gettare uno sguardo sulla selva di norme con cui Benedetto da Norcia ha voluto regolare la vita dei suoi monaci. Precedentemente ci siamo occupati dell’abate, figura centrale per il mondo benedettino, dell’importanza della preghiera, del silenzio, del lavoro e dello studio. Abbiamo trattato i temi dell’ospitalità e dell’accoglienza dei postulanti, ma il Frate Umbro non ha tralasciato nessun aspetto della quotidianità monasteriale e per ogni trasgressione ha previsto una punizione.

Ogni aspetto del vivere quotidiano è normato da Benedetto da Norcia. Il cenobio, secondo il Capitolo LXV, dev’essere possibilmente indipendente, dotato di acqua, mulino, orto e “vari laboratori”, affinché i monaci non abbiano necessità di “girellare fuori, il che non giova affatto alle loro anime“. Sia punito chi esce, per un qualsiasi motivo, senza il consenso dell’abate.

Il LXII è una breve esortazione allo zelo e alla carità fraterna: i fratelli si “prevengano l’un l’altro nel rendersi onore“, sopportino le rispettive “miserie fisiche e morali“, gareggino nell’obbedirsi, nessuno cerchi il proprio vantaggio. Ancora: amino sinceramente il loro abate e fraternamente, senza egoismo, si amino fra loro, temano Dio e non gli antepongano nulla.

Nella comunità ognuno conservi il posto che gli spetta secondo la data del suo ingresso o l’esemplarità della sua condotta o la volontà dell’abate“: questo si legge nel Capitolo LXIII. In nessuna occasione, quindi, l’età costituisca un criterio distintivo o un pregiudizio. I più giovani trattino con riguardo i più anziani, che a loro volta li ricambino con amore. “Anche quando si chiamano tra loro, nessuno si permetta di rivolgersi all’altro con il solo nome, ma gli anziani diano ai giovani l’appellativo di -fratello- e i giovani usino per gli anziani quello di -reverendo padre-, come espressione del loro rispetto filiale. L’abate poi sia chiamato – signore e abate -“. I primi, incontrandoli, chiedano la benedizione ai secondi e cedano loro il posto a sedere.

I più piccoli e i “giovanetti” occupino in coro e in refettorio i posti loro spettanti, ma “fuori di lì siano sorvegliati e tenuti dappertutto sotto la disciplina, finché non avranno raggiunto un età più matura“.A governare, invece, tutto quanto concerne il dormitorio ci pensa il capitolo XXII: ciascuno abbia un proprio letto, tutti dormano nello stesso locale e qualora ciò non sia possibile “riposino a dieci o venti per ambiente insieme con gli anziani incaricati della sorveglianza“. I più giovani non siano vicini, ma alternati ai più maturi e una luce rimanga accesa per tutta la notte. Ognuno dorma vestito per essere pronto ad alzarsi senza ritardo.Il Capitolo LV norma la fornitura dei letti: un pagliericcio, una coperta di grossa tela, un coltrone e un cuscino di paglia o di crine. Devono essere frequentemente ispezionati dall’abate “per vedere se non ci sia nascosta qualche piccola proprietà personale” e se così fosse si sottoponga a “una gravissima punizione” il trasgressore.Il precedente Capitolo XXXIII già insisteva sulla proibizione del possesso privato di qualsiasi bene: “nessuno si azzardi a dare o ricevere qualche cosa senza il permesso dell’abate, né pensi di avere nulla di proprio, assolutamente nulla, né un libro, né un quaderno o un foglio di carta e neppure una matita“. Concetto rafforzato dal LIV che vieta, senza il suo permesso, di accettare, da chiunque, lettere o regali così come farli o scambiarli. Questi può anche assegnare il dono a chi vuole: il monaco a cui è destinato non deve farsi di questo un “motivo di afflizione, per non dare occasione al diavolo“.

FOTO 2: il Chiostro

Il Capitolo XXII mette anche ordine nell’abbigliamento monacale: deve essere sufficiente sia in quantità e qualità, semplice ed economico, adatto al clima ed alla località secondo quanto stabilito dall’Abate. Ad ognuno bastano due cocolle, di lana pesante per l’inverno e leggera o lisa per l’estate, due tonache, due scapolari per il lavoro: per potersi cambiare la notte e per lavarli, “il di più è superfluo e dev’essere eliminato“.Colore e qualità non hanno importanza: ci si accontenti dei manufatti locali “più a buon mercato“. L’abate però badi alla taglia “in modo che non siano troppo corti“. La fornitura completa che egli deve garantire, “per strappare fin dalle radici il vizio della proprietà“, oltre a questi capi comprende calze, scarpe, cintura, coltello, ago, fazzoletti e il necessario per scrivere. Chi riceve gli indumenti nuovi deve restituire i vecchi, comprese le calze: verranno distribuiti ai poveri.”I monaci mandati in viaggio”, ricevano gli abiti occorrenti, da restituire lavati al ritorno: cocolle e tonache siano in miglior stato di quelle vestite usualmente.I Capitoli XXXVI e XXXVII ordinano alla comunità monastica di prendersi cura dei più deboli: l’assistenza agli infermi deve avere la precedenza su tutto, ma i malati non “opprimano con eccessive pretese i fratelli che li assistono“. Si dedichi loro un locale adatto e un infermiere diligente e gli si conceda l’uso dei bagni “tutte le volte che ciò si renderà necessario a scopo terapeutico; ai sani, invece, e specialmente ai più giovani venga consentito più raramente“. I malati più deboli hanno anche il permesso di mangiare carne, ma solo per ristabilirsi.Tra i vari momenti della quotidianità un posto importante è occupato dai pasti e dal cibo in generale . Il Capitolo XXXV stabilisce che tutti i monaci, tranne il Cellerario, servano a turno nella cucina: sono dispensati solo per malattia o per un impegno di maggiore importanza.”Al sabato il monaco che termina il suo turno settimanale, faccia le pulizie. Si lavino gli asciugatoi usati dai fratelli per le mani e i piedi”. Chi termina e chi subentra nella mansione lavi i piedi a tutti. Il primo consegni “puliti e intatti al cellerario tutti gli utensili di cui si è servito nel proprio turno”. Questi li affidi al fratello che “entra in servizio, in modo da sapere quello che dà e quello che riceve“.

Un’ora prima di iniziare il servizio, oltre alla quantità di cibo stabilita pe tutti, ricevano un po’ di pane e vino. Alla domenica, subito dopo le Lodi, quelli che iniziano e quelli che terminano la corvè, assieme agli incaricati della lettura in refettorio, che seguono la stessa turnazione, si inginocchino in coro davanti a tutti, chiedendo loro una preghiera.

Il Capitolo XXXVIII prescrive l’ascolto delle Sacre Scritture durante i pasti. Alla lettura è delegato un fratello scelto non per l’anzianità, ma l’incarico va affidato solo a chi è in grado di “edificare i propri ascoltatori“.Vige la norma del silenzio: non si deve sentire “alcun bisbiglio o voce, all’infuori di quella del lettore. I fratelli si porgano a vicenda il necessario per mangiare e per bere, senza che ci sia bisogno di chiedere nulla. Se poi proprio occorresse qualche cosa, invece che con la voce, si chieda con un leggero rumore che serva da richiamo“. È proibito fare domande sulla lettura per non dare adito a conversazioni: “solo il superiore” può “dire poche parole di edificazione“. Prima di iniziare il suo compito il lettore “prenda un po’ di vino aromatico, sia per rispetto alla santa Comunione, sia per evitare che il digiuno gli pesi troppo“. Mangerà poi con i fratelli occupati in cucina e refettorio.Il Capitolo XXXIX regola la quantità del cibo: “Volendo tenere il debito conto delle necessità individuali, riteniamo che per il pranzo quotidiano fissato – a seconda delle stagioni – dopo Sesta o dopo Nona, siano sufficienti due pietanze cotte” e se c’è modo di procurarsi frutta o legumi secchi si aggiunga una terza portata. In quanto al pane ne è sufficiente circa un mezzo chilo al giorno per ognuno, sia quando “c’è un solo pasto, che quando c’è pranzo e cena“: il cellerario ne metta da parte un terzo per la sera. Ai “ragazzi più piccoli” vanno servite porzioni minori, “salvaguardando in tutto la sobrietà” e a tutti, tranne malati e debilitati fisicamente, è proibita la carne di “quadrupedi“.Il Capitolo successivo si occupa del vino: “per quanto si legga che il vino non è fatto per i monaci, siccome oggi non è facile convincerli di questo, mettiamoci almeno d’accordo sulla necessità di non bere fino alla sazietà, ma più moderatamente“. Per cui “tenendo conto della cagionevole costituzione dei più gracili” è sufficiente circa un quarto di litro a testa perché il vino “fa apostatare i saggi: se il clima locale, il lavoro o la calura estiva lo richiedono è possibile aumentare la quantità. I monaci residenti in cenobi in cui non è possibile procurarsi la bevanda “benedicano Dio e non mormorino” e quanto ai fratelli che hanno ricevuta da Dio “la forza di astenersene completamente, sappiano che ne riceveranno una particolare ricompensa“.Il Capitolo XLI prescrive l’orario per i pasti, che varia in funzione delle stagioni: “sia l’ora del pranzo che quella della cena devono essere fissate in maniera che tutto si possa fare con la luce del sole”. Il XXXVII invita però a tenere conto della fragilità di piccoli e anziani: “con amorevole indulgenza, si conceda loro un anticipo sulle ore fissate per i pasti“.Nel Capitolo XLIII si intima che “nessuno poi si permetta di mangiare o di bere qualcosa prima dell’ora stabilita“, mentre nel LI si ordina al monaco impegnato in commissioni giornaliere fuori dal convento di non “mangiare fuori”. Questo anche qualora venisse “pregato con insistenza da qualsiasi persona, a meno che l’abate non gliene abbia dato il permesso. Se contravverrà a questa prescrizione, sarà scomunicato“.Nel 1600 la legge ecclesiastica impone, nel periodo quaresimale, di non mangiare carne e latticini. In una lettera al Nunzio Apostolico la comunità della Novalesa chiede una deroga almeno sui latticini: non c’è altro cibo. I periodi più critici sono i mesi di marzo, aprile e maggio, in cui arrivano 2.000 poveri a chiedere l’elemosina: una pagnotta di segala.

FOTO 3: affreschi nella cappella di Sant’Eldrado

Tutte le violazioni alla Regola vanno punite. I Capitoli dal XXIII al XXX stabiliscono una scala graduale di pene: ammonizione privata e reprimenda pubblica: se qualcuno sbaglia “lo rimproverino una prima e una seconda volta in segreto, secondo il precetto del Signore. Se non si migliorerà, venga ripreso pubblicamente di fronte a tutti”. Quando anche questo provvedimento è inefficace ” sia scomunicato, purché sia in grado di valutare la portata di una tale punizione“, altrimenti venga sottoposto al castigo corporale. La scomunica e, in genere, la punizione disciplinare dev’essere proporzionata alla gravità della colpa ed è di competenza dell’abate. Questi deve prendersi “cura dei colpevoli con la massima sollecitudine” agendo come “un medico sapiente“: affianchi loro dei monaci anziani e prudenti che spingano verso “un’umile riparazione“. Per le mancanze meno gravi vi è l’esclusione dalla mensa comune: si mangia da soli dopo la comunità. Simultaneamente, nel coro, non si possono intonare salmi e antifone ma neanche “recitare lezioni“: prima bisogna riparare alle trasgressioni. Il monaco colpevole di violazioni più gravi non deve essere avvicinato dai confratelli e non può parlare con loro. Lavora in solitudine, mangia nella quantità e nell’ora che l’abate giudica più conveniente e non può essere “benedetto da chi lo incontra e non si benedica neppure il cibo che gli viene dato“. Chi ha rapporti, senza permesso, con uno scomunicato è soggetto alla stessa punizione.Qualora, il rimprovero prima e la scomunica poi, non siano sufficienti si passi alla flagellazione e, come ultima risorsa, all’espulsione: “l’abate, metta mano al ferro del chirurgo” allontanando il “malvagio” “perché una pecora infetta non debba contagiare tutto il gregge“. Il reo, però, su sua richiesta, deve essere riammesso: ovviamente “all’ultimo posto per provare la sua umiltà“, ma dopo tre espulsioni ogni sua richiesta può essere ignorata.”Ogni età e intelligenza dev’essere trattata in modo adeguato“: bambini, adolescenti e tutti coloro che non sono in grado di comprendere la gravità delle loro manchevolezze devono essere puniti con “gravi digiuni o repressi con castighi corporali, perché si correggano“.Il Capitolo XLIII castiga il ritardo all’Ufficio Divino notturno e diurno: “appena si sente il segnale, lasciato tutto quello che si ha tra le mani, si accorra con la massima sollecitudine, ma nello stesso tempo con gravità, per non dare adito alla leggerezza“. Chi è in ritardo non può occupare il proprio posto nel coro ma deve sedersi in fondo o in quelli destinati dall’abate a “questi negligenti, perché siano veduti da lui e da tutti” e al termine faranno penitenza innanzi ai fratelli. Non è opportuno che rimangano fuori perché “ci potrebbe essere qualcuno che ritorna a dormire o si siede fuori o si mette a chiacchierare, dando così occasione al demonio“.La puntualità è d’obbligo anche a mensa, chi non la rispetta è soggetto a rimprovero per due volte, se persiste dovrà mangiare da solo e senza vino. Chi rifiuta un cibo “quando desidererà quello che ha rifiutato in precedenza o altro, non ottenga assolutamente nulla fino a che non dimostri di essersi debitamente corretto“.

FOTO 4: Manoscritto della Regola

Il Capitolo XLIV sancisce che chi è escluso dal coro o dalla mensa per colpe gravi, all’uscita dell’Ufficio Divino si prostri in silenzio davanti alla porta del coro: rimanga faccia a terra fino a che tutti sono usciti o fin quando “l’abate non giudichi che ha sufficientemente riparato“. Per riprendere a recitare salmi, lezioni o altro deve attendere un suo ulteriore benestare.Il XLV intima a chi commette un errore nel declamare “un salmo, un responsorio, un’antifona o una lezione” di “umiliarsi” di fronte a tutti con una penitenza, altrimenti “sia sottoposto a una punizione più severa“. Nel caso dei ragazzi si ricorra al castigo corporale.Il XLVI prevede che se mentre si è impegnati in una qualsiasi attività si rompe, si perde un oggetto o si incorre comunque in una mancanza, ci si presenti spontaneamente innanzi all’abate e ai fratelli, altrimenti si sia sottoposti “a una punizione più severa, quando il fatto verrà reso noto da altri“.Nel Capitolo LXIX si legge poi che bisogna assolutamente evitare che un monaco prenda le difese di un altro o si assuma la sua protezione, anche se fra loro vi è un vincolo di parentela: ciò può costituire “una pericolosissima occasione di disordini o di scandali“, da punire con la massima severità.Il capitolo successivo proibisce l’abuso opposto: a nessuno è permesso, senza l’autorizzazione dell’abate, infliggere una scomunica o un castigo corporale. I ragazzi, fino a quindici anni, invece “rimangono sotto la disciplina e l’oculata vigilanza di tutti, ma sempre con grande moderazione e buon senso“.

FOTO: Claudio Rosa, Franca Nemo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.