Foto in copertina: Manoscritto della Regola, conservato a Novalesa


Il manoscritto più antico, come già detto precedentemente, conservato nella biblioteca abbaziale, è la Regola Benedettina di Breme, compilata dallo scriptorium novalicense alla fine del secolo XI-inizio XII.

Dopo lo sguardo dato, nel precedente articolo, al prologo, ai vari ordini monastici e all’ampia parte dedicata all’abate, centrale per il mondo benedettino, inoltriamoci ora nelle sue mille prescrizioni.

La Regola insiste sull’obbedienza: “il segno più evidente dell’umiltà è la prontezza nell’obbedienza.

Il Capitolo V la vuole gioiosa e assoluta verso il superiore. I monaci appena ricevono da lui un ordine “non si concedono dilazioni nella sua esecuzione, come se esso venisse direttamente da Dio“. Bando allora a capricci, passioni e gusti personali: si segue il “giudizio e il comando altrui”, felici di essere “sottoposti a un abate“. Il capitolo precedente addirittura esorta ad obbedire ai suoi ordini “anche se – Dio non voglia! – agisse diversamente da come parla, ricordando quel precetto del Signore: -Fate quello che dicono, ma non fate quello che fanno”.

Questa virtù non dev’essere solo esercitata nei confronti dell’autorità, ma anche reciprocamente e se poi qualcuno “dà prova di un carattere litigioso sia debitamente corretto“: così prescrive il Capitolo LXXI.

L’obbedienza è il primo grado, di dodici, dell’umiltà: come i gradini di una scala conducono al Paradiso. Tutti individuati nel capitolo VII, a partire dall’avere timore di Dio: ci si deve astenere dai peccati e dai vizi “dei pensieri, della lingua, delle mani, dei piedi e della volontà propria, come pure dai desideri della carne” perché Dio e i suoi Angeli osservano costantemente l’uomo. Non seguire la propria volontà: “Allontanati dalle tue voglie” per non trovare piacere nel soddisfarne i desideri. Sottomettersi alla volontà dei superiori. Obbedire anche nelle cose più dure e difficili accettando, in silenzio la sofferenza: il capitolo LXVIII sottolinea proprio questo aspetto. Ancora:”manifestare con un’umile confessione al proprio abate tutti i cattivi pensieri” o “le colpe commesse in segreto“. Il sesto grado vuole il monaco accontentarsi “delle cose più misere e grossolane” e considerarsi “un operaio incapace e indegno” nelle imposizioni dell’obbedienza. Il settimo esorta a non trasgredire la Regola e l’esempio di superiori e anziani. Si deve poi parlare solo se interrogati: “l’uomo dalle molte chiacchiere va senza direzione sulla terra” e anche soffocare il riso scomposto: “lo stolto nel ridere alza la voce“. Reprimere l’orgoglio e dimostrarsi umili e pacati verso gli altri.

E’ doveroso esprimere umiltà in tutti gli atteggiamenti esteriori: “durante l’Ufficio divino, in coro, nel monastero, nell’orto, per via, nei campi, dovunque, sia che sieda, cammini o stia in piedi”, si tenga “costantemente il capo chino e gli occhi bassi“.

Per i benedettini il silenzio è una parte importante della propria vita: il Capitolo VI raccomanda moderazione nell’uso della parola ma non proibendo la conversazione se utile. Persino ai migliori “discepoli” bisogna concedere raramente la parola, anche su argomenti “buoni, santi ed edificanti“, in quanto “nelle molte parole non eviterai il peccato” e “morte e vita sono in potere della lingua“. Bandite “la trivialità, le frivolezze e le buffonerie” e, inoltre, il capitolo IV esorta a non essere “mormoratore, maldicente” e a “guardarsi dai discorsi cattivi o sconvenienti“.

Parlare e insegnare è compito del maestro, il dovere del discepolo è tacere ed ascoltare: al superiore ci si rivolge sempre con grande umiltà e rispettosa sottomissione.

Alla sera, dopo la recita della Compieta, il capitolo XLII, decreta che non sia più permesso “ad alcuno di pronunciare una parola” fino al mattino. Chiunque è colto in fallo merita una severa punizione.

L’Abbazia di Novalesa

La preghiera è al centro della vita monastica. I Capitoli dal IX al XVIII si occupano di regolare l’Ufficio Divino scandito dalle Ore: sette del giorno e una di notte. Le orazioni sono stabilite in dettaglio specificando cosa recitare in inverno, in estate, di domenica, nei giorni feriali e in quelli festivi. Dall’inizio di novembre fino a Pasqua, la sveglia è verso le due del mattino e il tempo rimanente dopo l’Ufficio Vigilare è impiegato, da chi ne ha bisogno, nello studio del salterio o nelle lezioni. Da Pasqua in poi, “dopo un brevissimo intervallo nel quale i fratelli possono uscire per le necessità della natura”, a questo segue subito, al primo albeggiare, la recita delle Lodi.

Dice il Profeta: “Sette volte al giorno ti ho lodato“. Questo “sacro” numero “sarà adempiuto” dai monaci innalzando le Lodi al Creatore “a Prima, Seconda, Terza, a Sesta, a Nona, a Vespro e Compieta“. Sia l’abate a “dare il segnale per l’Ufficio Divino“, o affidi il compito a qualcuno di sua fiducia. Monaci da lui designati intonino salmi e antifone e “nessuno si permetta di cantare o di leggere all’infuori di chi è capace di farlo in maniera da edificare i suoi ascoltatori”. Questo si legge nel Capitolo XLVII.

Il XLII dispone per la sera, prima di Compieta, la meditazione comune di Conferenze, Vite dei Padri o di qualche altro scritto, ma non i primi sette libri della Bibbia o quelli dei Re: “ai temperamenti impressionabili non fa bene ascoltare a quell’ora i suddetti testi scritturistici, che però si dovranno leggere in altri momenti“.

Durante la Quaresima, invece, il Capitolo XLIX suggerisce ad ognuno di vigilare “sulla purezza della propria vita“: preghiere “accompagnate da lacrime di pentimento“, studio della parola di Dio, “compunzione del cuore” e digiuno. Tutto, però, dietro approvazione e benedizione dell’abate.

Dinnanzi all’Onnipotente si deve tenere una certa riverenza, sottolineata nel capitolo XIX, mentre il XX intima preghiere brevi: si è esauditi non per le parole, ma per la purezza del cuore. Quella comunitaria addirittura “sia brevissima e quando il superiore dà il segno, si alzino tutti insieme“. Soprattutto “La chiesa sia quello che dice il suo nome, quindi in essa non si faccia né si riponga altro“: il Capitolo LII intima l’uscita a chi, dopo l’Ufficio, non intende dedicarsi all’orazione perché altri non siano “disturbati dalla sua presenza“.

L’abate può scegliere uno dei suoi monaci per l’ordinazione a Diacono o Sacerdoteper il servizio della comunità“: lo delibera il Capitolo LXII “Il monaco ordinato si guardi dalla vanità e dalla superbia e non creda di poter fare altro che quello che gli ordina l’abate“. In caso di malo comportamento, dopo l’ammonizione e l’eventuale intervento del vescovo, se non si ravvede, sia espulso.

Ingresso della chiesa abbaziale

“Ora et labora”: il lavoro ha uguale dignità dell’innalzare lodi a Dio. L’ozio è nemico dell’anima, perciò i monaci devono dedicarsi al lavoro in determinate ore e in altre, pure prestabilite, allo studio della parola di Dio“. Il Capitolo XLVIII determina il tempo da dedicargli quotidianamente: varia in funzione delle stagioni ma mai inferiore alle cinque ore.

Compito dell’Abate è assicurarsi non solo che tutti lavorino, ma lo facciano in maniera commisurata alle loro capacità: agli infermi e ai più deboli va affidata un’attività leggera.

Ai monaci occupati nei campi o in viaggio viene chiesto, quando è tempo e nei limiti del possibile, nei Capitoli L e LI di unirsi per la preghiera in spirito con i confratelli del cenobio, “mettendosi in ginocchio per la reverenza dovuta a Dio“. I secondi, in particolare, nel Capitolo LXVII, sono raccomandati alle preghiere di tutti i confratelli e dell’abate: nell’orazione conclusiva dell’Ufficio Divino si ricordino sempre tutti gli assenti. Nel giorno del rientro in monastero devono prostrarsi in coro implorando la preghiera della comunità per i peccati commessi nel viaggio “guardando o ascoltando qualcosa di male o perdendosi in chiacchiere“. Nessuno, sotto pena di castigo, si permetta di riferire ad altri quello che ha visto o udito fuori del monastero, perché questo sarebbe veramente rovinoso“.

Quando in un monastero ci sono fratelli esperti “in un’arte o in un mestiere, li esercitino con la massima umiltà, purché l’abate lo permetta. Ma se qualcuno di loro monta in superbia, perché gli sembra di portare qualche utile al monastero, sia tolto dal suo lavoro” fino a che non adempia alla “necessaria penitenza“. Così dispone il Capitolo LVII, unitamente alla prescrizione di vendere il loro prodotti “un po’ più a buon mercato dei secolari

Lo studio e la lettura, come sottolineato nei capitoli L e LI, sono altrettanto importanti: fratelli anziani compiano “il giro del monastero” nelle ore ad essi dedicati. Sorprendano i fannulloni e li rimproverino o, se recidivi per più di due volte, li puniscano a dovere. All’inizio della Quaresima ciascun monaco riceva poi dalla biblioteca un libro e lo legga “ordinatamente da cima a fondo“.

L’odierna biblioteca abbaziale

La tradizione dell’ospitalità caratterizza i Benedettini di ogni epoca. Gli ospiti devono essere ricevuti “come lo stesso Cristo“. L’Abate o i suoi incaricati li accolgano con cortesia, in modo particolare i confratelli e i pellegrini. Così si legge nel Capitolo LIII: “Per prima cosa preghino insieme e poi entrino in comunione con loro“, scambiandosi il bacio della pace che non “dev’essere offerto prima della preghiera per evitare le illusioni diaboliche“. Con il capo chino o il corpo prostrato a terra si “adori” in loro il Cristo che così è accolto nella comunità. Siano condotti a pregare e poi gli si usino tutte le attenzioni possibili. L’abate versi l’acqua sulle loro mani per la consueta lavanda e lui stesso, poi, tutta la comunità sciacquino ad essi i piedi. Qualora sia un giorno di digiuno “inviolabile” l’abate è comunque autorizzato a romperlo per fare loro compagnia. Gli ospiti non hanno il diritto ad unirsi al resto della comunità senza il suo permesso. Durante la permanenza sono affidati alla protezione di un fratello: nessun altro può intrattenerli, per cui i monaci li salutino umilmente e passino oltre dichiarando di non avere il permesso di conversare.

La foresteria, fornita del necessario, sia affidata ad un monaco “pieno di Timor di Dio“.

Ben accetti soprattutto, come detto, i monaci. Nel Capitolo LXI Benedetto scrive che “Se un monaco forestiero”, vuole trattenersi nel cenobio, contento di “quello che trova” e “senza disturbare la comunità con le sue pretese, sia accolto per tutto il tempo che desidera“. Volendo poi risiedervi in modo stabile, se ha rispettato la Regola lo si accetti, altrimenti lo si allontani “per evitare che le sue miserie contagino anche gli altri“. “Si guardi“, se questi proviene da un “monastero conosciuto“, di avere il consenso e le lettere commendatizie del suo superiore.

L’ammissione dei Postulanti è una materia precedentemente regolata dalla Chiesa ai cui insegnamenti si adegua anche Benedetto. Nel Capitolo LVIII: “Quando si presenta un aspirante alla vita monastica, non bisogna accettarlo con troppa facilità“. Dopo tre-quattro giorni di rifiuti “poco lusinghieri“, se persevera nella richiesta, lo si accolga in foresteria e poi lo si avvii al noviziato affidandolo a un monaco anziano capace di “conquistare le anime“. Dopo due mesi gli si legga per intero la Regola e lo si lasci libero di scegliere: se rimane sia messo a dura prova per altri dieci mesi e, se ancora persiste nel proposito, venga ammesso a pronunciare i voti che lo legheranno a vita al cenobio. I suoi beni materiali li distribuisca, in precedenza, ai poveri o li doni al monastero con un atto ufficiale. Raccolga le sue intenzioni, sotto forma di domanda, in un documento e lo depositi sull’altare, si prostri ai piedi di ciascun fratello chiedendone la preghiera.

Le condizioni per l’ammissione dei ragazzi abbienti, meno abbienti e poveri: “i piccoli oblati“, sono invece disciplinate dal Capitolo LIX. Per i “piccini” sono i genitori, o chi per loro, a scrivere la domanda di voto: la pongano sull’altare, avvolta nella tovaglia, insieme con l’oblazione della Messa. Non possono lasciare ai figli alcuna eredità e neanche procurare loro le possibilità per “qualche sostanza“: se lo desiderano, “per la salute dell’anima loro“, donino i beni al monastero con la clausola eventuale dell’usufrutto.

Non bisogna affrettarsi troppo ad accettare la richiesta di ammissione, anche quando è un Sacerdote a formularla: deve sottomettersi alla disciplina della Regola ed essere un esempio di umiltà per tutti, occupando il posto destinatogli in rapporto alla sua entrata in cenobio e non quello che “gli è stato concesso in considerazione della sua dignità sacerdotale“. Il Capitolo LX ne impone il comportamento: potrà, con il suo permesso, prendere posto dietro l’abate, benedire e recitare le “preci” finali.

Il LXI consente all’abate di assegnare, se li ritiene degni, “un posto un po’ elevato” a monaci, sacerdoti e chierici appena accolti.

Continua : terza parte

FOTO: Claudio Rosa, Franca Nemo

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