L’organizzazione del giardino monastico, soprattutto del monastero isolato e quindi autonomo e autosufficiente nella sua struttura, era modellata sui due concetti di Desertum e Hortus conclusus,legati sia alla vita isolata dell’anacoreta che a quella comunitaria del cenobio: i due aspetti si fondevano in un organismo armonico, modello di riferimento per l’organizzazione della società civile. Al binomio desertum-hortus come natura-cultura si riferisce il Silva nel sottolineare la vita santa e utile dei primi monaci: la figura del santo eremita viene inserita nell’ambiente naturale selvaggio, cui si affianca quello della campagna coltivata:
“ Coltivavano le terre e rendevano sani e fertili una quantità di siti incolti. I deserti risuonavano non solo alle loro preghiere, ma al fracasso ancora dell’ascia. Preoccupati di avvantaggiosi progetti, bastantemente istrutti, ripieni di robustezza, di fervore e di perseveranza, essi pervenivano a compiere da sé opere affatto straordinarie, diffondendo su tutti i rami dell’agricoltura nuovi lumi, interessanti pratiche, ed ottenendone fruttuosi risultati”
Esempio di questa figura di frate eremita e contadino nello stesso tempo è quella di San Fiacre, molto venerato in Francia come protettore della Corporazione dei Giardinieri, rappresentato con in mano la vanga e il Vangelo. Una incisione dei fratelli Giovanni e Raffaele Sadelet, nell’opera di Martino de Vos, del 1595, dal titolo “ Solitudo”, sive vitae patrorum eremicolarum”, conservata presso la Biblioteca Maraculliana di Firenze, spiega nella didascalia:
“ Fiacro, irlandese coltiva un orticello e compie prodigi, segna la terra e quella si copre di piante, siede su un sasso e quello si trasforma in cattedra”
Ma il modello costruttivo del giardino monastico, con aiuole rialzate di forma quadrata o rettangolare, contenente verdure e fiori, in una sistemazione articolata a scacchiera, si trova nel poemetto Walafrid Strabo, monaco di Reichenau vissuto nel IX secolo, intitolato “ Liber de cultura hortorum” noto anche con il nome “ Hortulus”.

E’ un esempio di struttura di giardino monastico del primo Medio Evo si può ricostruire facilmente attraverso la pianta del monastero di San Gallo, degli inizi del IX secolo, realizzata al momento della riedificazione dell’abbazia, in cui è rappresentata la differenziazione degli spazi tra giardini ed orti. Essa raffigura l’impianto ideale di un monastero carolingio: una micro città cinta da mura, nella quale i luoghi di preghiera e di lavoro sono equamente distribuiti.

Pianta ricostruttiva del monastero di San Gallo

Nella pianta di San Gallo si distinguono le zone destinate alla raccolta delle verdure per l’alimentazione, dalle aree adibite alla coltura di erbe medicinali (semplici) situate di solito nelle immediate vicinanze dell’infermeria. Attigui a queste due zone specifiche vi erano il cimitero-frutteto e il “claustrum”, un quadrato lungo lateralmente 100 piedi, circoscritto da un recinto, come voleva la regola benedettina. I monaci dovevano coltivare l’orto per le loro necessità di alimentazione, annaffiando la terra col sudore della fronte, mentre, quando si dedicavano al giardinaggio, era come se si avvicinassero alla visione del perduto paradiso biblico.

L’assetto era ancora simile a quello delle “villae rusticae” della campagna romanizzata, corredate da quattro tipologie di spazi coltivati: orti, frutteti (pomaria), giardini con alberi (viridaria),erbari ( herbaria). Lo spazio risultava così diviso geometricamente da aiuole separate e da vialetti coperti da pergole e costituito da varie parti, ognuna delle quali aveva una sua propria destinazione ben definita. Realtà e simbolo sovente si confondevano nell’ambito dell’esperienza monastica benedettina di Cluny. Qui, assai considerevole risulta lo spazio destinato ai chiostri e alle aree coltivate dove si percepivano profumi ed essenze in qualche modo affini sia alla realtà effettiva, sia all’universo allegorico spirituale. L’immaginario collettivo del mondo cristiano legato alla vita claustrale, dai Benedettini ai Certosini, fino ai Cistercensi di Bernardo di Chiaravalle spesso si identifica col processo simbolico del giardino. Per citare un pensiero di Bernardo di Chiaravalle: “troverai più nei boschi che nei libri, alberi e rocce ti insegneranno ciò che nessun maestro ti dirà”
Solo nel XII secolo la scuola di Chartres diffuse un approccio nuovo nei confronti della natura, concepita come un insieme di cause dotate di un ordine preciso, di origine divina, senza quelle espressioni simboliche ricorrenti nell’alto medioevo. Il giardino era un frammento di natura modellato dall’uomo, una specie di rifugio ben delimitato e distinto dal mondo esterno, interdipendente nei suoi aspetti culturali e naturali. Nonostante la sua tendenza intrinseca verso l’eterna primavera, doveva comunicare costantemente la sua essenza artificiale e precaria. La sua inviolabilità rimandava all’antica concezione persiana del “paradiso”, nel suo originario significato di giardino, concepito come un luogo delimitato e protetto. Questo senso di intimità e isolamento è una connotazione antica e costante del giardino, termine questo che attraverso il francese “Jardin” ci porta a “jart”, derivante da un probabile franco “gard”, con significato, appunto, di “chiuso”.
I giardini della Genesi, quelli del Vangelo, i nuovi cieli e nuova terra dell’Apocalisse di Giovanni, sono i modelli di riferimento di tutta l’esperienza altomedievale, ai quali si aggiunse in epoca successiva un nuovo archetipo l”Hortus conclusus” del Cantico dei Cantici che recita: “ giardino chiuso tu sei, sorella mia, sposa; giardino chiuso, fontana sigillata”.
Bernardo di Chiaravalle, commentando il cantico, descrive il giardino come un continuo gioco di nascondersi e cercarsi tra amante e amato, cioè tra creatura e creatore. I suoi alberi devono produrre frutti che tolgono la fame e la sete in antitesi a quelli dell’albero della vita, nel Paradiso Terrestre, che donavano l’immortalità. La sua forma quadrata deve riflettere i quattro angoli dell’universo, la Gerusalemme celeste; il suo centro è costituito da un albero (albero della vita) oppure da un pozzo o fonte (fonte di sapienza, simbolo del Cristo e dei quattro fiumi del Paradiso). Tre tipologie allegoriche di giardino nella visione bernardiana devono interagire con le differenti ambizioni spirituali delle anime elette: il noceto di Susanna (Hortus nucum) espressione delle sofferenze della vita terrena, l’”Hortus deliciarum” dimora primordiale di Adamo, e la divina visione dell’”Hortus conclusus”.
L’Hortus Conclusus e l’Hortus deliciarum sono le due tipologie che più frequentemente si ritrovano nei documenti. Mentre il secondo è la rappresentazione del Paradiso Terrestre, frequentato dagli amanti, spesso raffigurato con al centro la fontana della giovinezza, l’Hortus conclusus è un giardino segreto e fantastico, che all’interno del chiostro offre riparo dal male. Qui trovano posto fiori e frutti densi di significato simbolico: la rosa (fiore sacro a Venere, attributo delle Grazie) rappresenta la Vergine ma per le sue spine è anche simbolo del sangue divino oltre che delle pene di amore; il giglio (nato da latte versato da Giunone mentre allattava Ercole), simbolo della purezza e della povertà, le violette (nascono dal sangue del dio Atti), simbolo della modestia e dell’umiltà; la melagrana (nasce dal sangue di Bacco) rappresenta la salda unità della chiesa; la palma (prima della nascita di Romolo e Remo due palme appaiono in sogno a Rea Silvia), simbolo di giustizia, vittoria e fama; il fico (albero sacro a Saturno), metafora della dolcezza, della fertilità, del benessere e della salvezza; l’olivo (pianta sacra a Minerva), simbolo della misericordia, della pace, e il trifoglio che allude alla Trinità.

Bibliografia:
G.van Zuylen – Il giardino paradiso del mondo
Fra Domenico Palombi – La medicina dei semplici, erbe officinali
M.A. Giusti – I giardini dei monaci
M.Macera – E. Ragusa – Abbazia di Staffarda –

Di Emerenziana Bugnone

Socia Monastica Novaliciensia Sancti Benedicti, volontaria culturale e accompagnatrice.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.