FOTO in copertina: Manoscritto della Regola, conservato a Novalesa

Il manoscritto più antico conservato nella biblioteca abbaziale, risalente alla fine del secolo XI-inizio XII, è la Regola Benedettina di Breme, compilata dallo scriptorium novalicense.

All’alba del secolo VIII, il 30 gennaio 726, il Governatore franco Abbone, con il consenso dei vescovi di Saint Jean de Maurienne e di Susa, fonda a Novalesa, su terre di proprietà, un monastero intitolandolo ai santi Pietro ed Andrea.

Vi nomina come primo abate Godone e la comunità si mantiene nell’orbita della vita religiosa franca: negli anni successivi alla fondazione segue almeno due regole diverse, quella dell’irlandese San Colombano e quella di Basilio, proveniente dalla Cappadocia.

In seguito l’abate introduce una regola mista, mutata da quelle di San Colombano e di San Benedetto da Norcia.

Benedetto nasce verso il 480 nella cittadina umbra: il padre Eutropio è Console e Capitano Generale dei Romani in quella regione.

Intorno al 529 su un’altura di Cassino fonda il monastero di Montecassino. Qui, verso il 540, scrive la Regola prendendo spunto da altre precedenti: quelle di san Giovanni Cassiano e san Basilio, ma anche di san Pacomio, san Cesario, e dell’Anonimo della Regula Magistri.

E’ probabilmente destinata solo al cenobio e alla dipendenza di Terracina, ma si espande molto velocemente grazie alla mobilità dei monaci, che sono legati a una comunità, ma da essa partono per scambiare notizie con altri monasteri dipendenti.

Durante questo periodo, allo stesso modo, nascono una trentina di altre regole: in Francia, specialmente in Provenza e in Italia. Sono tutte locali.

La vita dei monaci, all’interno della liturgia quotidiana, è organizzata nei minimi particolari.

I due cardini sono la “stabilitas loci”: l’obbligo di risiedere per tutta la vita nello stesso monastero, contro il vagabondaggio allora piuttosto diffuso. La “conversatio”, ossia la buona condotta morale, la carità reciproca e l’obbedienza all’abate, il “padre amoroso”, dal siriaco “abba”, mai chiamato superiore e pilastro di una famiglia ben ordinata.

Grande spazio, nella stesura, è riservato proprio alla sua figura.

Nel Capitolo LXIV si legge che è eletto dai suoi monaci. Tutti ,oppure “da una parte sia pur piccola di essa” ed è scelto per la sua carità, zelo e discrezione anche qualora “fosse l’ultimo della comunità“: per questa ragione i monasteri benedettini sono considerati un laboratorio di democrazia medioevale.

Se invece, – non sia mai! – la comunità eleggesse, sia pure di comune accordo, una persona consenziente ai suoi abusi” e il vescovo della diocesi, altri abati o i fedeli delle vicinanze ne venissero a conoscenza ne devono impedire in tutti i modi la nomina.

Deve detestare i vizi, ma amare i suoi monaci: essere più amato che temuto.

Non sia turbolento e ansioso, né esagerato e ostinato, né invidioso e sospettoso, perché così non avrebbe mai pace; negli stessi ordini sia previdente e riflessivo“.

Dal momento della sua fondazione Novalesa prende dalla regola di Benedetto proprio il sistema elettivo dell’Abate, oltre a quello punitivo.

Cappella di Sant’Eldrado: l’abate Eldrado

Nel Capitolo II si descrivono le qualità che lo caratterizzano.

Si guardi dal fare preferenze nelle comunità“, fatti salvi meriti particolari: “non anteponga un monaco proveniente da un ceto elevato a uno di umili origini, a meno che non ci sia un motivo ragionevole per stabilire una tale precedenza“.

E’ responsabile della salvezza delle anime che gli sono affidate: tenga sempre presente “la norma dell’apostolo: Correggi, esorta, rimprovera” e quindi “riprenda, ammonendoli una prima e una seconda volta, i monaci più docili e assennati, ma castighi duramente i riottosi, gli ostinati, i superbi e i disobbedienti” perché “Lo stolto non si corregge con le parole” e “Battendo tuo figlio con la verga, salverai l’anima sua dalla morte“.

Deve tenere l’inventario di tutto ciò che il cenobio possiede e deve impegnarsi a fornire a tutti il necessario.

Ha l’obbligo, secondo il Capitolo III, di convocare i confratelli per consultarli sugli affari importanti per la comunità, poi “ci rifletta per proprio conto e faccia quel che gli sembra più opportuno”.

Per le questioni di minore importanza basta il consiglio dei più anziani: “Fa’ tutto col consiglio e dopo non avrai a pentirtene“.

Il capitolo XXXIX gli riconosce, se lo reputa necessario, la facoltà di aumentare le porzioni giornaliere di cibo: qualora il “lavoro quotidiano sia stato più gravoso del solito”.

A ogni sua decisione presa, tutti dovranno obbedirgli per non incorrere nelle punizioni previste.

Il Capitolo LIII gli concede il privilegio di avere una cucina, frequentata anche dagli ospiti “che non mancano mai in monastero”, a parte: i suoi monaci non vengano così disturbati da arrivi improvvisi.

Il servizio in essa è affidato, annualmente, a due fratelli, a cui se necessita si affiancano degli aiuti che “servano senza mormorare, ma, a loro volta, quando hanno meno da fare, vadano a lavorare dove li manda l’obbedienza“. Principio questo applicato a tutti i monaci impegnati in qual si voglia incombenza.

Egli mangi sempre in compagnia degli ospiti e dei pellegrini, ma se questi sono pochi inviti pure alla sua mensa i “monaci che vuole“, ma lasciando uno o due anziani con la comunità per mantenervi la disciplina.

Questo stabilisce il Capitolo LVI.

A Novalesa dal 739 ha anche poteri civili, ovvero comanda e domina la vallata: ha un tribunale, istruisce processi e ha proprie carceri. Provvede alla difesa della zona in un’epoca in cui la malvivenza è all’ordine del giorno e il potere centrale è lontano, a Aix la Chapelle.

Allo stesso tempo si occupa della strada e dell’assistenza ai viaggiatori: il suo Foresterario, il monaco dedicato all’accoglienza degli ospiti, prepara il pacco dei viveri a chi è in partenza.

L’abate nella conduzione del cenobio può essere coadiuvato da altre figure: se “le condizioni locali lo esigono o la comunità lo chiede umilmente e con ragioni fondate“, il capitolo LXV prevede la nomina di un Priore da parte dell’abate: il suoi vice. Gli è completamente sottomesso e se si rivelerà “pieno di difetti o, lusingato dalla vanità, monterà in superbia o darà prova manifesta di disprezzare la santa Regola, sia ammonito a voce per quattro volte“, poi, se persiste, sottoposto alle punizioni previste e quindi espulso.

Il Capitolo XXI sancisce la necessità di nominare un Decano ogni dieci monaci: “non bisogna tener conto dell’ordine di anzianità, ma regolarsi solo in considerazione della condotta esemplare e della scienza delle cose di Dio“. Chi “montato un po’ in superbia, dovesse essere ripreso, sia rimproverato una prima, una seconda e una terza volta e, se non vorrà correggersi, venga sostituito con un altro veramente degno“.

Allo stesso modo il Cellerario deve eseguire pedissequamente la volontà dell’Abate, prendendosi cura di tutto e tutti: malati, ragazzi, ospiti e poveri. I capitoli XXXI e XXXII illustrano la sua nomina e quella di altri responsabili della cura dei beni monasteriali, da trattare con la “reverenza dovuta ai vasi sacri dell’altare“.

Il primo deve essere un “fratello saggio, maturo, sobrio, che non ecceda nel mangiare e non abbia un carattere superbo, turbolento, facile alle male parole, indolente e prodigo” e nemmeno si lasci “prendere dall’avarizia“: distribuisca dunque ai fratelli la porzione di vitto prestabilita.

Gli si concedano degli aiuti se la Comunità è numerosa.

Per la cura di tutto quello che il monastero possiede di arnesi, vesti o qualsiasi altro oggetto l’abate scelga dei monaci su cui possa contare a motivo della loro vita virtuosa” e se qualcuno tratta con “poca pulizia o negligenza le cose del monastero“, venga rimproverato o sottoposto alle punizioni previste dalla Regola.

Il Capitolo LXVI prevede la nomina di un Portinaio, un monaco anziano e assennato, “che sappia ricevere e riportare le commissioni e sia abbastanza maturo da non disperdersi, andando in giro a destra e a sinistra“. Se ha bisogno di aiuto, sia coadiuvato da un fratello più giovane.

Il tempo nel monastero, secondo la Regola, è scandito dalle varie occupazioni giornaliere: la preghiera e il lavoro si alternano nel segno del motto ora et labora, con il sostegno della Lectio Divina, cioè la meditazione della Parola di Dio.

Il Capitolo LXVI raccomanda che essa “sia letta spesso in comunità, perché nessuno possa giustificarsi con il pretesto dell’ignoranza“.

A Montecassino Benedetto muore, secondo la tradizione, il 21 marzo 547.

Nel 787 Carlo Magno visita l’abbazia e sfoglia una copia della Regola: più tardi l’abate Teodemaro, un franco, ne invierà una copia ad Aquisgrana.

Novalesa deve accettare la riforma voluta da Ludovico il Pio con il Capitolare Monastico dell’817: da quell’anno è affidata a Benedetto d’Aniane che mira ad imporre dappertutto e in maniera esclusiva proprio la Regola Benedettina.

Il chiostro abbaziale

Il monaco nasce nel 750 circa, come Witiza o Vitiza, a Villeneuve-lès-Maguelone, nel sud della Francia. E’ figlio di Agilulfo, nobile di origine visigota che governa il territorio. Educato alla corte di Pipino il Breve, nel 774 segue in Italia l’esercito di Carlo Magno per combattere contro i Longobardi. Qui, a scapito della propria vita, salva un fratello dalle acque del Ticino e il fatto lo segna profondamente, tanto che decide di farsi monaco. Rientra in Francia ed entra nel monastero borgognone di Saint-Seine, non lontano da Digione, dove prende il nome di Benedetto. Nei primi anni di vita monastica studia le regole del passato convincendosi che il modello benedettino è quello più in sintonia con i tempi e con la tradizione dell’Occidente.

Nel tentativo di favorirne un ritorno, senza alterazioni, non si sente appoggiato né da Saint-Seine né dalla politica di Carlo Magno nei confronti del monachesimo. Si trasferisce ad Aniane, in Linguadoca, fondando un nuovo cenobio su terreni di famiglia. Qui, con l’appoggio del re d’Aquitania, Ludovico il Pio, di cui diventerà consigliere, lo impone integralmente.

La sua opera riformatrice raggiunge dimensioni imponenti dall’814 in poi, dopo che il Pio diviene Imperatore unico dei Franchi. La Dieta Imperiale di Aquisgrana, radunata nell’816 per ristabilire e regolare, nel clero secolare, l’osservanza delle norme tradizionali, sostiene le sue idee e la sua azione. Il 10 luglio 817 gli abati, convocati per appoggiarla, promulgano il Capitulare Monasticum: a tutti i monaci è imposta l’osservanza della Regola, con pochissimi adattamenti relativi alle diverse condizioni climatiche dei vari monasteri.

Quasi tre secoli dopo la Fondazione di Montecassino, il sistema benedettino, con qualche ritocco marginale, diviene l’unico regime del monachesimo occidentale.

La vita monastica organizzata da Benedetto da Norcia ruota intorno a tre grandi assi portanti che permettono di fare fronte alle tentazioni, impegnando continuamente e in modo vario il monaco: la preghiera comune, quella personale e il lavoro.

Il Capitolo IV elenca, in settantadue precetti, i doveri di un “buon” cristiano: gli “strumenti per il buon lavoro” che per la gran parte fanno riferimento, o nello spirito o nella lettera, alle Sacre Scritture, come: non uccidere, non commettere adulterio, soccorrere i poveri. Anche: temere il giorno del giudizio, tremare al pensiero dell’inferno, anelare con tutta l’anima alla vita eterna e altri.

Manoscritto della Regola

La Regola si compone di un prologo e settantatré capitoli: nove normano i doveri dell’Abate e tredici l’adorazione di Dio, dieci regolano l’amministrazione interna e ventinove la disciplina e le punizioni. I restanti dodici riguardano provvedimenti diversi.

Il Capitolo LXXIII, l’ultimo, è l’epilogo: Benedetto dichiara che la Regola non è proposta come un ideale di perfezione, ma solo come strumento per avvicinarsi a Dio. E’ intesa come una guida per chi comincia il suo cammino spirituale: “Chiunque tu sia, dunque, che con sollecitudine e ardore ti dirigi verso la patria celeste, metti in pratica con l’aiuto di Cristo questa modestissima Regola, abbozzata come una semplice introduzione

Il Prologo traccia i principi della vita religiosa paragonando il monastero a una scuola. Insegna la scienza della salvezza: se “per la correzione dei difetti o per il mantenimento della carità, dovrà introdursi una certa austerità, suggerita da motivi di giustizia, non ti far prendere dallo scoraggiamento al punto di abbandonare la via della salvezza“.

Il Capitolo I definisce i quattro tipi principali di monachesimo.

I Cenobiti, chiusi in un monastero sotto l’autorità di un abate: la regola si rivolge solo a loro.

Gli Anacoreti o Eremiti che vivono in solitudine dopo essersi messi alla prova in una comunità. I Sarabaiti riuniti in gruppi di due o tre, senza norme e senza un superiore: “veramente detestabili e molli come il piombo“. I Girovaghi “sempre vagabondi e instabili, schiavi delle proprie voglie e dei piaceri della gola“.

Riguardo alla vita sciagurata di tutti costoro è preferibile tacere piuttosto che parlare“.

Dal secondo capitolo si entra nel modo delle regole vere e proprie e delle punizioni per le loro inosservanze: ogni aspetto della vita personale e religiosa del monaco è normata.

FOTO: Claudio Rosa.

Continua con la Seconda parte.

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