La Chiesa riconosce il canto gregoriano come canto proprio della liturgia romana, perciò nelle azioni liturgiche, a parità di condizioni, gli si riservi il posto principale”

Sacrosantum Concilium – cap. VI.116

Tra tutte le esperienze di canto sacro che la Chiesa ha vissuto al suo interno in duemila anni di storia, il canto gregoriano è la più universale: nessun altro canto è capace di toccare i cuori elevandoli alle realtà soprannaturali ed indirizzandoli totalmente a Dio, ed allo stesso tempo stimolandoli a raccogliersi in se stessi in silenzio di adorazione, come sono capaci di farlo le melodie gregoriane.

Nessun altro canto è capace di parlare ugualmente ad ogni lingua e popolo, indipendentemente dalla formazione o dalla cultura di chi ascolta, come queste melodie sono capaci di fare.

Come la Sacra Scrittura, alla quale i testi dei brani attingono direttamente o alla quale comunque costantemente si ispirano, il canto gregoriano è opera di Dio (opus Dei) ed opera dell’uomo; in questi canti, la voce dello Spirito Santo si serve di mezzi umani ( la lingua latina e le melodie che la rivestono) per rendere accessibile al cuore umano realtà altrimenti inesprimibili.

La nuda bellezza delle melodie gregoriane, costringe chi le accosta ad una seria disciplina di ascolto, umiltà, obbedienza al ritmo e alla voce corale: per cantare il gregoriano è indispensabile, essere “ un cuore solo e una voce sola”. Il canto si fa così maestro interiore di vita spirituale ed allo stesso tempo testimone eloquente della qualità della vita fraterna che costituisce il substrato vitale, la struttura portante della preghiera corale.

L’origine del canto gregoriano si può collocare storicamente nei secoli della rinascenza carolingia (VIII-IX). La tesi oggi maggiormente accreditata sostiene che esso sarebbe stato il frutto dell’intesa tra papato e potere politico per garantire alle regioni del neonato Sacro Romano Impero, un’unità religiosa e liturgica, oltre che politica. Musicalmente, però, le radici del canto gregoriano si perdono nell’esperienza di fede del popolo di Dio.

Nei secoli seguenti, soprattutto dal XII secolo in poi, sotto l’egida del papa Gregorio Magno, ci si limitò ad imitare le melodie originali, creandone “copie” musicali con testi adattati alle diverse circostanze liturgiche che via via si venivano a creare.

A partire dal 1300 circa, l’avvento del mensuralismo prima ( cioè del ritmo musicale basato su valori fissati, matematicamente misurabili) e la nascita della polifonia e le nuove forme musicali del quattro-cinquecento poi, manifestarono la loro influenza sulle melodie gregoriane, che iniziarono a subire progressive modificazioni per adattarsi ai costumi del tempo. La forza spirituale ed espressiva delle linee melodiche originarie si trovò così ad essere smorzata fino al punto da risultare irriconoscibile nei libri liturgici in uso nei secoli XVI e XVII. Come un antico affresco, sepolto sotto agli strati di intonaco dei secoli successivi, esse rimasero silenti, custodite dai manoscritti antichi, in attesa di essere un giorno riportate alla luce.

Quel giorno giunse, infine, nei primi decenni del XIX secolo, quando, per intuizione dell’abate dom Prosper Guéranger, i monaci benedettini della rinata abbazia francese di Solesmes iniziarono una paziente e meticolosa opera di restaurazione liturgica e musicale delle melodie gregoriane, col preciso scopo di riportare al suo primitivo splendore il canto sacro della Chiesa romana. Il loro lavoro si è concretizzato nella pubblicazione dei nuovi libri liturgici in particolare dell’”Antiphonale monasticum (1934), del “ Liber Hymnarius (1983) e del “Graduale Triplex (1979) .

Nel cosiddetto “ repertorio gregoriano” contenuto nei libri di canto oggi disponibili, si trovano accostati canti molto antichi, le cui strutture melodiche si possono far risalire ai primissimi secoli dell’era cristiana o forse anche più indietro nel tempo, e canti relativamente recenti, composti non oltre due secoli fa.

Spesso la melodia non si limita solo a sottolineare un’espressione o un vocabolo, ma conduce quasi per mano cantori ed uditori al senso profondo, inesprimibile ma assolutamente reale, del testo, come in un percorso di vera e propria “ lectio divina in canto.”

Il canto gregoriano ci insegna la bellezza della semplicità, alimenta la vita comunitaria. Il fluire della musica gregoriana ricorda il ritmo delle onde dell’oceano, calmo e incessante, mai inutile, un suono gratificante che può innalzarsi incredibilmente e poi rifluire e spegnersi nel silenzio.

E’ una musica in armonia con il corpo e con l’universo stesso.

E’ anche, sempre, lode di Dio e a Dio.

Tratto da: Piccolo metodo di canto gregoriano – G. Baroffio

Di Emerenziana Bugnone

Socia Monastica Novaliciensia Sancti Benedicti, volontaria culturale e accompagnatrice.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.