Cristo Pantocratore, San Eldrado e la benefattrice Clara, raffigurati in una lunetta del Chiostro dell'Abbazia di Novalesa
          

Dopo il passaggio, con tutti i suoi edifici, alla Provincia di Torino (1973) e il reinsediamento di una comunità benedettina, si sono susseguite nel monastero diverse campagne di scavo e di restauro, che hanno portato a importanti ritrovamenti.

L’abbazia ebbe il suo periodo di massimo splendore in età carolingia, ma di questo sopravvivono soltanto le strutture architettoniche delle cappelle di Santa Maria Maddalena e di San Michele, mentre gli unici resti pittorici sono costituiti da un fregio a motivi vegetali nella cappella di Santa Maria Maddalena, della seconda metà dell’VIII secolo, e da una serie di frammenti d’intonaco, trovati nel terreno. Rimangono anche, a documentare la prima fase dell’abbazia, numerosi frammenti scultorei altomedievali; invece la ricchissima biblioteca, celebrata nel Chronicon Novalicense, è andata in gran parte perduta o dispersa.

Secondo il Chronicon Novalicense, nel 904 i monaci abbandonarono il monastero di fronte alla minaccia dei saraceni e ripararono, con gli oggetti del tesoro e i libri, prima a Torino e poi a Breme, in Lomellina, per rientrare a Novalesa solo alla fine del secolo.

Il loro ritorno, che comportò evidentemente il ripristino degli edifici danneggiati, era legato all’iniziativa di Gezone, abate di Breme, da cui in questo momento il priorato di Novalesa dipendeva, e al nome dell’architetto Bruningo. I dati archeologici confermano le notizie del Chronicon: tra la fine del X secolo e l’inizio dell’XI vi furono certamente restauri nella chiesa abbaziale, nonché restauri o parziali riedificazioni nelle cappelle, che vennero poi consacrate, probabilmente poco dopo il 1060, dal vescovo di Ventimiglia; solo la cappella di San Eldrado fu ricostruita ex novo all’inizio del sec. XI e dotata di una prima semplicissima decorazione, sostituita in un secondo tempo, dopo alcuni lavori di ristrutturazione interna, dal ciclo pittorico tuttora visibile.

Si deve arrivare agli anni dell’abbaziato di Adraldo (1060-1093/97) e di Guglielmo di Breme (1097-1129), promotori di un ambizioso programma di rilancio del priorato, per incontrare un’ampia sistematica campagna di lavori che rinnovò la decorazione pittorica, forse a partire dalla cappella di San Michele, dove infatti riaffiorano alcuni frammenti di un’iscrizione e di un velario a ricami geometrici, riconducibili alla seconda metà dell’XI secolo.

Determinante per le scelte iconografiche dovette essere la presenza o l’arrivo di reliquie al monastero: nel caso della cappella di San Eldrado, il probabile passaggio tra il 1096 e il 1097 della reliquia del dito di San Nicola, che non solo diede lo spunto per illustrare la vita del santo, ma sconvolse l’assetto decorativo della cappella, obbligando a separare le Storie di San Arnulfo da quelle di San Eldrado e a dipingerle nella cappella del Salvatore. Il ciclo con le storie di San Arnulfo, ancora esistente all’inizio dell’Ottocento, è andato perduto con la trasformazione della cappella in abitazione; oggi ne sopravvivono solo pochi frammenti nella conca dell’abside e sull’intradosso dell’arco trionfale, rinvenuti durante i restauri del 1963.

Nelle cappelle e nella Chiesa Abbaziale, dove rimane una Lapidazione di Santo Stefano, lavorarono diversi pittori di un unico atelier lombardo, molto vicino a quello di Civate e allo stato attuale soprattutto valutabile nella cappella di San Eldrado, tornata a splendere come un gioiello dopo l’ultimo restauro (1988), che ha finalmente rimosso le ridipinture a olio eseguite nell’Ottocento e recuperato tra l’altro, una rara raffigurazione del Golgota in controfacciata. Questi affreschi di straordinaria qualità, sono stati per molto tempo assegnati al XIII secolo, in base ad una errata datazione della cappella al 1240, trasmessa da fonti seicentesche , mentre, non vi è dubbio, che vadano riferiti agli anni 1096-1097, in rapporto con i cicli bizantineggianti piemontesi e lombardi della seconda metà dell’XI secolo. L’importanza e l’ampiezza della campagna decorativa attuata a Novalesa tra l’XI e il XII secolo, trovano ulteriore conferma nei frammenti di intonaco trovati durante lo scavo, che testimoniano l’uso di colori costosi come il blu di lapislazzuli, persino nei fregi decorativi a meandro. Lo stesso prezioso colore venne utilizzato nella lunetta del chiostro, scoperta nel 1975, raffigurante una non meglio identificata donatrice Clara, presentata a Cristo da San Eldrado: l’affresco si data in questo caso verso il 1130-1140 ed è ancora opera di un pittore lombardo di raffinata cultura, ormai ben aggiornato su quanto si andava producendo in area salisburghese; sulla sinistra si intravede un’altra figura, probabilmente con pastorale; nella base una costruzione religiosa e una iscrizione poco leggibile.

Il colore, secco, è dato a vaste zone unitarie; i volti sono tracciati con linee colorate, sottolineati di verde chiaro. Alla vivacità di timbri cromatici, di derivazione orientale, si aggiunge una ricerca della ornamentazione raffinata, accentuata nel cuscino ai piedi del Cristo e nel bordo del manto, centinato e risolto con motivi decorativi quasi indipendenti.

Sospesa in una atmosfera rarefatta l’immagine si aggiunge alle testimonianze di cultura occidentale più vicine all’ambiente bizantino.


Della produzione successiva resta invece soltanto un fregio a motivi vegetali e scudi con croce sabauda nel sottotetto di un locale dell’ala ovest del monastero, riferibile alla fine del XIII° secolo.

Tratto da: Enciclopedia dell’Arte Medievale – Segre Montel, Segusium n. 15 – Michela di Macco

Cappella di San Michele
Cappella di Santa Maria Maddalena
Cappella del Salvatore
Cappella di San Eldrado e San Nicola

Di Emerenziana Bugnone

Socia Monastica Novaliciensia Sancti Benedicti, volontaria culturale e accompagnatrice.

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