chiostro dell'Abbazia di Novalesa: con una prospettiva che mostra l'angolo di congiunzione tra gli unici due lati ancora porticati, con il campanile in secondo piano e le montagne sullo sfondo

In copertina, il chiostro

Il Monastero, dedicato ai Santi Pietro ed Andrea, sorto in Valcenischia, “in loco nincopante Novelicis”, lungo l’antica strada che porta all’importante valico del Moncenisio, dopo i fasti medioevali conosce alterne vicende.

Nel 1479 viene trasformato in Commenda: si sceglie un Abate religioso o laico per vigilare sulla vita spirituale e l’amministrazione economica. Di fatto un sicuro guadagno che i Savoia concedono ai loro fedelissimi, esponenti di rilievo della nobiltà: l’Abate Commendatario fruisce delle ricchezze del Monastero senza essere veramente coinvolto nella vita monastica.

Novalesa sarà organizzata a Commenda per tre secoli: fino al 1700.

La famiglia dei banchieri piemontesi Provana la governa per quasi due di essi: Andrea il secondo Commendatario, nel 1502, ne fa inventariare oggetti e carte. A compilare gli elenchi è Pietro de Allavardo, “procurator et negotiorum gestor” del Provana. Vi figurano molti documenti, ma dei libri della Biblioteca non c’è menzione: non costituiscono un valore e non sono utili ad assicurare i diritti del Monastero. Fa eccezione solo una Cronaca Papale e Imperiale che giunge fino ai tempi di Gregorio IX e Federico II.

Molte di quelle carte per l’incuria dei successori andranno comunque disperse o distrutte.

Il Conte Carlo Cipolla, della cui opera di ricerca sui manoscritti novalicensi si è abbondantemente detto nell’articolo precedente, nel 1894, nel suo “Ricerche sull’antica biblioteca del Monastero della Novalesa”, dà notizia di avere scollato, l’11 febbraio, da un registro riguardante processi allestiti nella “corte” del Monastero, conservato presso l’Archivio di Stato di Torino, una copertina in pergamena. Questa è composta da alcuni fogli appartenenti a un Messale del XV secolo. Da due registri della fine del secolo successivo ne stacca, il 13 marzo, altri due di un Corale musicato con note quadrate, per cui di tarda età.

Presenti ancora nell’attuale biblioteca sono una cinquantina di Cinquecentine: libri stampati nel XVI secolo. Quelli editi fino all’anno 1520 possono essere anche chiamati incunaboli, ossia testi scritti con la tecnica della stampa a caratteri mobili. Numerose anche le Seicentine e Settecentine stampate nei rispettivi secoli.

Nel 1646 l’Abate Commendatario Filiberto Provana e la Corte Sabauda decidono di dare nuovo vigore all’Abbazia affidandola alla Congregazione dei Cistercensi Riformati, monaci dalla condotta di vita molto rigorosa: i Foglianti, così vengono chiamati, appartengono al ramo riformato nel 1573 da Jean de la Barrière, Abate di Notre-Dame de Feuillant presso Tolosa, approvati nel 1587 da Papa Sisto V e confermati come Congregazione autonoma, nel 1592, da Clemente VIII. Vivono nella rigorosa osservanza della Regola di San Benedetto, del culto liturgico, nell’assoluta pratica del silenzio e dell’austerità.

Rimarranno a Novalesa fino alla soppressione napoleonica.

La convivenza con il Commendatario è però tesa: nel 1698 i Savoia ne interrompono la nomina e assumono direttamente il controllo del Cenobio, fino a 1728 quando ritorna la Commenda, ancora una volta affidata a uomini di loro stretta fiducia.

Un documento del 1651, conservato all’Archivio di Stato di Torino, Inventario dei mobili della sacristia di S. Pietro di Novalesa, riporta reliquie, oggetti della chiesa, paramenti, mobili, vestiti, oggetti della cucina e accenna brevemente ad alcuni testi: “nella stanza del Rettore dove stavano alcuni puochi libri” e ne ricorda alcuni volumi: uno del Bonacina, l’altro di “Paulo Aretio” e “altri molti libri di stampa vecchia senza titolo dell’autore”. Non si accenna però ad alcun manoscritto.

Il Cipolla sostiene l’esistenza, negli stessi anni, di un antico Codice, andato poi perduto, sulla vita di Sant’Eldrado: è pubblicato nella collezione dei Bollandisti di Bruxelles, un gruppo di Gesuiti belgi guidati da Jean Bolland che, in quel secolo, cura l’edizione degli “Acta Sanctorum”, ossia una corposa raccolta agiografica, di singole vite dei Santi e ha una propria rivista.

Pare non abbiano neanche conservato la copia avuta per la riproduzione.

Alla Novalesa va perduto anche il Santorale dal quale la Probatio vitae Beatae Eldradi monachi et abatis novalicii viena data alle stampe, nel 1670 a Chambéry, per cura del Rochez. Reperibile è invece, presso l’Archivio di Stato subalpino, una copia di quel secolo dell’Officium Sancti Eldradi confessoris et abatis, che contiene l’intera officiatura e una sua biografia, in buona parte tratti proprio da quel testo.

Sopra il foglio di guardia, foglio piegato in due con una facciata incollata alla copertina anteriore o posteriore e l’altra alla prima o all’ultima pagina di un libro, di un altro documento, del 14 marzo 1567, una mano ha iniziato a copiare un cenno biografico sempre su Sant’Eldrado.

Il sacerdote piemontese Giacomo Eugenio De Levis giunge al Monastero la notte del 21 novembre 1778, o così racconta il Conte Cipolla.

Il De Levis è di Crescentino. Nasce da un’antica famiglia del paese, diventa sacerdote e cappellano dell’Ospedale, ma è interessato alla storia antica. Si trasferisce a Torino, si dedica agli studi di archeologia, epigrafia, numismatica e diventa bibliotecario ecclesiastico del Re di Sardegna.

È ben accolto dall’Abate “regolare”, Costanzo Soma, sottoposto all’Abate Commendatario Pietro Antonio Maria Sineo della Torre, di Rodi. Vi rimane 8 giorni in cui copia il rotolo del Chronicon ed esamina i pochi manoscritti che rimangono in biblioteca: Omelie di San Gregorio Magno, Regola di San Benedetto, Opere di San Fruttuoso, Miscellanee di vite dei Santi, Sacra Scrittura, due Libri liturgici, uno con le vite dei Santi Solutore, Avventore ed Ottavio.

La Regola di San Benedetto di Breme

Gli altri Codici ancora presenti nel Monastero li ha in dono, alla sua partenza, dal Soma, il Sineo probabilmente non ne sa nulla.

Secondo un elenco inserito nella sua “Anecdota Sacra” del 1789 questi sono un Messale della fine del secolo VIII, il Martylorogium di Adone, l’Esposizione de salmi dell’Abate Remigio, il Codice miscellaneo Sacro Profano. Ancora libri liturgici, il Martirologio di Usuario, l’Evangelario, i Canoni penitenziari da usarsi per gli infermi moribondi, le Omelie di Origene e di Sant’Ambrogio, Sant’Agostino, con le orazioni di San Massimo e l’Inno a San Valerico, i Libri Liturgici per l’Avvento, il Necrologio Novalicense e il Graduale di San Gregorio.

Il Sacerdote pensa che molti manoscritti presenti in Abbazia siano stati portati al Collegio dei Gesuiti di Torino, la cui biblioteca è andata totalmente dispersa ed altri, per volere del Re Carlo Emanuele III, siano passati alla Reale Accademia delle Scienze o all’Università.

Fra quelli a lui donati merita importanza il Martylorogium di Adone composto dall’autore a Lione prima dell’anno 859 e diffusosi rapidamente in particolare tra le comunità Benedettine. In Piemonte rimane in uso fino al finire del secolo X-inizio XI.

È custodito alla biblioteca Reale di Berlino.

Il manoscritto novalicense, ora alla Biblioteca Nazionale di Torino, è costituito da 128 fogli su pergamena. Il volume è chiuso da 4 fogli di guardia: due all’inizio e due alla fine.

Il primo foglio riporta sul retro un elenco delle somme che alcune Consorterie debbono pagare al Convento: Carignano, Condove e Ceretto (ora frazione di Condove), Cumiana e Campiglione nella Diocesi di Pinerolo. Con questo si conservano altre carte, fine secolo XI-inizio XII, sempre relative a pagamenti verso il Monastero.

Il secondo, nella parte anteriore, riporta il Confessor Sanctus Benedictus plus appetiis…., aggiunto alla fine del secolo XI. Sul retro, un aneddoto incompleto riguardante un Abate ignoto, per cui sicuramente anteriore a questi anni.

Il terzo presenta alcuni versi augurali e in basso alcune note che si riferiscono ai redditi monasteriali, non più tarde del secolo XIII.

Il Martirologio, fatta eccezione per questi fogli, non presenta altre prove sicure di provenienza novalicense, ma il Chronicon ne riporta la postilla relativa alla traslazione a Torino delle spoglie di San Secondo e anche l’annotazione su Eldrado non è posteriore a questo. Lo stile dei suoi amanuensi, inoltre, è molto simile a quello dell’Anonimo Cronista: possono considerarsi come due anelli consecutivi nella storia paleografica del Monastero.

È scritto a due mani. Il primo copista opera a metà del secolo X, l’altro poco dopo, nella prima metà del secolo XI e lo correggono anche in più parti. Molte sono le postille, aggiunte in tempi diversi e da amanuensi diversi: una di queste, del XIII secolo, riguarda la dedicazione a Santa Maria della chiesa sul Moncenisio. Un’altra è del secolo XVII ed alcune addirittura sono di fine 1700.

Alla fine, considerando il testo, gli scritti aggiuntivi e il maggior numero delle postille, si può dire che il manoscritto è composto nell’arco di due secoli: tra la fine del X e quella del XII.

È probabile sia una copia di un Codice che contiene la commemorazione di San Massimo, quindi già in uso nella Diocesi di Torino.

Sicuramente è adoperato dai Monaci Novalicensi, forse non da subito e dimostra l’uso della musica sacra in Convento prima della riforma guidoniana. Guido d’Arezzo, monaco benedettino, vissuto fra il 991 e il 1033 inventa la moderna notazione musicale: note quadrate e sistematica adozione del tetragramma, predecessore del pentagramma, ossia quattro righe orizzontali. Questo e la notazione quadrata, con quella metense e quella sangalese, sono tutt’oggi utilizzati per il canto gregoriano.

Il Sacerdote nei suoi “Anecdota” si sofferma lungamente anche sul Codice miscellaneo Sacro Profano, dello stesso periodo, composto da un Trattato Liturgico della Messa, dal De Penitentia di San Bonifacio, dalla Lettera di Remigio d’Auxerre a Bernuino Vescovo di Verdun, da un Trattato in difesa del culto delle immagini, da alcuni Versi e Carmi, da alcuni Sermoni e Aneddoti, da un Trattato intorno alla figura dell’aria, da un Epigramma in memoria di Ambrogio, da un altro Gregoriano, dalla Biografia di San Gregorio “a venerabili Beda presbitero conscripta”, da un elogio di San Brunone Vescovo di Colonia, dalla Vita di San Teofilo Diacono, dalla Vita e dalla Passione di Santa Caterina, dalla Vita di San Girolamo e da quella di San Dioniso e dall’Historia Langobardorum di Paolo Diacono: quest’ultima non si sa se sia realmente il testo di chiusura, o se a lei seguano degli aneddotti.

È attribuibile anch’essa a due mani: una del secolo X e una della fine del X-inizio XI, ma non è possibile stabilire se tutto, o almeno l’Historia, sia stato compilato nello scriptorium della Novalesa. Sicuramente il manoscritto è citato in alcune carte dell’Archivio storico torinese e altrettanto certamente è stato venduto alla Biblioteca inglese Phillips.

Gran parte della trascrizione, operata dal De Levis, è presso la Biblioteca Reale di Torino, mentre presso quella Nazionale è custodita quella dell’Inno a san Walerico, San Valerico, da lui pubblicato fra i suoi otto studi. È preceduta dal ringraziamento a Padre Soma per averglielo regalato e dalla didascalia: “Hymnus de Sancto Walerico abate cuis reliquie a Monasterio Noualiciensi Taurinum translate sunt cum seuissima ibi pestis grasseretur, que sacris pignoris aduentu statim cessauit, ita Pinzonius sub anno…”.

Secondo il Chronicon le spoglie sono un dono di Carlo Magno all’abate Frodoino.

Presso l’Archivio di Stato è invece custodito integro il Necrologio Novalicense, pubblicato nel 1846, solo in piccola parte dal Bethmann.

Nel 1810 il De Levis muore anziano e in ristretteze economiche: in uno stralcio di lettera a un Canonico di Vercelli si lamenta della sua indigenza che non gli permette di pubblicare altri studi.

Lascia venticinque dei suoi testi ad un altro crescentinese, Gaspare De Gregory che, anche con essi, costituisce una sua biblioteca donata, alla sua morte, al Comune. Tra essi le “Memorie dell’antico Vescovado di Susa con una apologia della vita della gloriosa Santa Tigria di Moriena, contro de’ PP. Bollandisti raccolte dal sacerdote De-Levis, antiquiario ecclesiastico di S.R.M. Il Re di Sardegna”, il “Remigii Novalicensis monaci opera studio et labore D. Eugeneii De-Levis ex vetustis Novalicii Monasterii codicibus eruta, et cum aliis concordata” e il “De antiquissimo monasterio S. Micaelis Arcangeli de Clusa,libri duo, presb. Eugenio De-Levis auctore ab antiquitatibus regis Sardiniae”. Non compare nessun Codice novalicense, ma va detto che per far fonte ai suoi problemi economici, negli ultimi anni di vita ne alliena probabilmente alcuni: il Il Martirologio, ad esempio, entra a far parte dapprima della Biblioteca Hamilton e poi d i quella Reale di Berlino.

Alla dipartita dello stesso Gregory, poi, molte “carte” sono vendute a Torino.

Il monastero nel diciannovesimo secolo passa attraverso due soppressioni e altrettante rinascite: è chiuso, nel 1802, da Napoleone e riprende vita nel 1818 con i Benedettini.

Nel 1855, in seguito alla legge Siccardi, Novalesa diventa un bene demaniale: viene comprato all’asta dal dottor Maffoni e utilizzato per qualche decennio come stabilimento termale e poi sede estiva del prestigioso Convitto Nazionale Umberto I.

Biblioteca e manoscritti sono trasferiti: i documenti più antichi confluiscono all’Archivio di Stato torinese andando a costituire un corpus molto importante.

Abbandonata dopo la Seconda Guerra Mondiale ritorna a vita il 19 giugno 1973, acquistata dalla Provincia di Torino: nel mese di agosto vi si insedia nuovamente una comunità benedettina proveniente dall’Abbazia di San Giorgio Maggiore di Venezia.

Rifondano anche la biblioteca che viene arricchita con donazioni di benefattori: sacerdoti e laici, fra cui una collezione molto ricca per il settore socio-politico della Provincia di Torino e in particolare per la Valle di Susa donata, nella seconda metà del 1900, dal Senatore e avvocato Giuseppe Maria Sibille.

sala di lettura dell'Abbazia di Novalesa con scaffali di libri alti fino al soffitto lungo tutti i lati e tavoli e sedie nello spazio centrale
Attuale Biblioteca

È composta da circa 50.000 volumi molti relativi alla patristica, alla Sacra Scrittura, alla monastica, alla teologia e alla spiritualità. Dei codici dell’antica Abbazia ne rimangono solo due: La Regola di San Benedetto di Breme manoscritta intorno al 1150 e un Antifonario di fine 1200 ma proveniente da Besançon, oltre alle appena citate Cinquecentine, Seicentine e Settecentine. Corposo è il settore dei libri dal 1800 ai giorni nostri.

Antifonario 1298-99 proveniente da Besançon

Nel 1973 vede la luce anche il Laboratorio del Restauro del Libro: mani sapienti si occupano di ridare il giusto valore a pagine del passato e custodi della Storia.

È supportato al principio dalla Regione Piemonte che ne consente l’allestimento donando parte del materiale e degli strumenti necessari.

I restauratori di allora, Don Corrado Valerio e Don Daniele Mazzucco, già impegnati nel campo, avviano collaborazioni che consentono loro di occuparsi di codici membranacei miniati, di antichi documenti su pergamena, come dei primi incunaboli stampati in Italia e di altri manufatti in carta e pelle. Apprendono il metodo di lavoro dal laboratorio della Abbazia di Praglia nel padovano che, già nel 1955, in questo ambito ha seguito l’esempio di quelli di Grottaferrata e Monte Oliveto.

È un salone stretto e lungo con ampie volte per soffitto. Ci sono ampie vasche per il lavaggio, postazioni per la rilegatura e vecchie presse.

Fra queste mura cresce professionalmente anche l’attuale direttore del materiale librario e archivistico dell’Università di Cambridge: il venausino Flavio Marzo.

Dal 2006 il restauro è affidato alle competenti mani di Valerio Capra, condovese, altro figlio della Valsusa: si occupa prevalentemente di beni di proprietà esterne come enti pubblici, le biblioteche Nazionale e Reale di Torino, archivi diocesani e parrocchiali e qualche raro privato.

Il restauro è scandito da fasi altamente tecniche: dalla legatura antica al rattoppo manuale con carta giapponese. Ogni testo è minuziosamente analizzato e ripulito, si fissa l’inchiostro e lo si lava per poi sottoporlo a rincollo e rattoppo con carta giapponese e colle neutre. Ci si occupa poi della rimpaginatura, dei capitelli e del successivo montaggio, rispettandone il più possibile la conformazione originaria.

Si segue il metodo di restauro non invasivo: recupero e ripristino delle parti danneggiate evitando un’eccessiva trasformazione, cercando così di mantenere il più possibile l’integrità originaria. La scelta è caldeggiata dall’Ufficio Centrale per i Beni Librari del Ministero per i Beni Culturali.

Il Laboratorio di Restauro

vista del laboratorio di Restauro dell'Abbazia di Novalesa, con piani di lavoro lungo tutta la parete destra e strumenti e scaffali sulla sinistra. Nonché il restauratore, Valerio Capra, immortalato di spalle
torchio per la stampa
strumenti per la rilegatura del corpo del libro

Sfogliando la Regola benedettina di Breme, del 1150 circa e l’Antiphonarium di fine 1200 proveniente da Besançon, una riflessione è quasi d’obbligo: il restauro ha una sua radice romantica, in fondo è una sacralizzazione del passato resa possibile da strumenti messi a disposizione dall’innovazione tecnica e dalla modernità.

Foto di Claudio Rosa

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