In copertina: Antifonario del 1298-99

I muri di un monastero o di un convento, più di ogni altro monumento, portano scolpiti la storia della nostra civiltà: edificati nei “secoli bui” dell’Alto Medioevo, diventano luoghi di cultura, di studio e di ricerca, ma anche centri agricoli e commerciali.

Sono ospizi, ospedali e scuole.

Attraversano le numerose invasioni barbariche uscendone mutilati se non incendiati e devastati, eppure riescono a salvare e tramandare un grande patrimonio religioso, culturale e artistico: un esempio sono i molteplici manoscritti che, grazie all’opera infaticabile di tanti monaci amanuensi, sono giunti indenni fino a noi, dandoci la possibilità di conoscere pezzi di storia. Dall’antichità e in particolare dal Medio Evo, fino all’invenzione della stampa, centinaia di uomini hanno dedicato la loro intera vita a scrivere e trascrivere tutto quanto la mente umana aveva creato e creava.

Novalesa nasce nel secolo VIII come Abbazia aristocratica e di confine: il 30 gennaio 726 il patrizio Abbone fonda, su una sua proprietà, con il consenso del Papa e dei grandi chierici e laici della regione, il Monastero della Novalesa.

È uno degli uomini, al servizio del regno, più potenti della Gallia, Rector della Maurienne e di Susa, molto vicino alla dinastia dei Carolingi e ricco.

Nomina Abate Godone.

Garantisce ai Monaci un’ampia protezione e tredici anni dopo, al momento di dettare il suo testamento, li dota di un vero e proprio patrimonio: il 5 maggio 739 lascia loro tutti i suoi beni, fatta eccezione per alcuni lasciti alle chiese di Saint-Jean de Maurienne e a singole persone.

È un patrimonio immenso che si disperde su 34.500 chilometri quadrati, tra Lione, le Alpi e il mare, fatto di decine di quelle che oggi definiremo aziende agricole, le curtes e di tanti villaggi.

La pergamena dell’atto di fondazione e il testamento non sono presenti in Abbazia ma sono i documenti più antichi conservati all’Archivio di Stato di Torino. Il secondo è custodito in copia anche a Grenoble.

Tra l’VIII e il IX secolo Novalesa diventa un monastero regio: sotto la diretta protezione della dinastia imperiale, mediante diplomi che ne confermano il patrimonio e i legami con gli altri grandi cenobi regi come San Gallo e Reichenau.

L’Abate Frodoino, nominato il 10 febbraio 773, regge l’Abbazia in uno dei periodi di maggiore splendore, sotto il personale favore di Carlo Magno: procura ulteriore fama e potenza, ingrandisce e abbellisce gli edifici, ma soprattutto dà impulso agli studi sacri e alle lettere.

L’Abbazia diventa uno dei centri spirituali e culturali più importanti dell’epoca.

Lo Scriptorium in cui si organizza e si esegue l’opera di trascrizione dei Codici è senz’altro pieno di amanuensi: vi è prescritto il silenzio e possono accedervi solo i superiori, il bibliotecario e i copisti. Ore e ore seduti, gli occhi che si consumano alla luce delle candele, nonostante le numerose finestre che solitamente rischiarano questo tipo di locale, il corpo che si intossica per l’uso di inchiostri e colori spesso velenosi.

Vi lavora il Monaco Atteperto, uno dei copisti più famosi e ricercati dell’epoca e autore, tra l’altro, di uno splendido Evangelario, commissionato dallo stesso Abate. Salvatosi sicuramente dalla futura invasione saracena: l’autore del Chronicon ne trascriverà alcuni versi in testa al manoscritto.

L’attività comprende tutte le fasi della lavorazione del libro, dalla preparazione della pergamena per la scrittura allo scrivere vero e proprio, alla realizzazione di eventuali miniature con cui si arricchiscono i testi: capolavori di vera e propria bellezza per i cui colori si tritano minerali e si aggiungono solventi.

Gli strumenti di lavoro dei copisti sono lo Stilus, un bastoncino piatto nella parte superiore e acuto in quella inferiore con cui si graffia il foglio per le rigature, righelli e punteruoli per tracciare le linee diritte, la penna: solitamente di volatile sgrassata e resa più o meno appuntita all’estremità. Con questi c’è anche il calamo: ricavato da canne intagliate e il raschietto per cancellare eventuali errori. La penna deve essere intinta nell’inchiostro: il vasetto che lo contiene è l’atrametaio. L’inchiostro si ricava dal nero fumo derivante dalla cenere, dal metallo, dai solventi, dalla gomma e dalla noce di galla che è prodotta dalla puntura di alcuni insetti sul tronco, sulle foglie e sulle radici di certe piante.

Copiare un codice è spesso un lavoro di squadra: il primo ad intervenire traccia le righe sulla pergamena: sottilissime ma evidenti con punte di inchiostro marrone o con lo stilus e lasciando l’eventuale spazio per la miniatura. Ora si può scrivere e poi se necessario miniare o illustrare: chi se ne occupa spesso non è colui che scrive, ma un monaco specializzato.

I Monaci oltre agli scritti religiosi copiano, su leggii con piani inclinati, anche testi profani diventando a tutti gli effetti fondamentali nel tramandare conoscenza e uso della lingua di Cicerone.

Accanto alla scriptorium, come d’uso all’epoca, si trova sicuramente la Biblioteca citata anche da Umberto Eco nel suo famosissimo romanzo, “Il nome della Rosa”, come dotata di una ricchissima collezione di manoscritti: certamente lo è, ma non sono attendibili i numeri proposti, nel 1577 da Emanuele Filiberto Pingone nella sua “Augusta Taurinorum” e da Gabriele Bucelin (Bucellino) nel XVII secolo, che scrivono, rifacendosi direttamente alla Cronaca di Novalesa, l’uno di 6.666 volumi e l’altro di 7.700.

Per quasi due secoli l’Abbazia prospera: è abbandonata nel secolo X.

Nel 906 giungono dalla Provenza i Saraceni: i Monaci fuggono grazie all’appoggio dei Marchesi Anscarici. Si stabiliscono prima a Torino ospitati nella chiesa di Sant’Andrea e Clemente nei pressi della Porta Segusina, dove sorge l’attuale Consolata. In seguito grazie al Marchese Adalberto, padre di Berengario II futuro Re d’Italia, nei dintorni di Pavia: nell’Abbazia di San Pietro a Breme, in Lomellina, dove la Comunità prospera per il persistente appoggio regio.

Portano con sé a Torino quanto più possono dei preziosi arredi: vasi, calici, candelabri, stole e altri paramenti, ma soprattutto quanti più testi possibili dello scriptorium e della ricca biblioteca. Il resto viene nascosto nelle vicinanze e nelle cavità degli altari.

Il Pingone nell’ “Augusta Taurinorum”, come accennato prima, così scrive: “ sex mille sexcentum et sexaginta six libri illius bibliothece numerantur, signa, statue auree, argenteae et divorum reliquie innumerae”. Il Gesuita Guglielmo Baldesano che nei suoi studi può utilizzare manoscritti e codici appartenenti al Monastero, che andranno poi dispersi e in gran parte perduti, così conferma nei suoi scritti del XVI secolo: “Haveva quel monasterio una libreria si bella e ricca, che poche altre sole potevano pareggiare, e perchè il portargli tutti era di troppo impedimento, scelti quelli che erano più necessari, che arrivarono al numero di un’intiera legione, cioè 6666, tutti molto ben lavorati, gli mandò in Torino; gli altri si pose in diversi luoghi segreti…”.

Numero che riecheggia i Martiri della Legione Tebea: assolutamente non attendibile e avallato solo dagli studiosi precedenti ai secoli XVI-XVII. La paleografa Simona Gavinelli dell’Università Cattolica Sacro Cuore di Milano propende per 600 testi: sono coerenti con i fasti di un cenobio fondato in epoca longobarda, posto in una valle strategica e dotato di un considerevole patrimonio fondiario. Fra questi una traduzione del Salterio, il libro biblico dei Salmi, direttamente dall’ebraico, richiesta dall’Abate Eldrado a Floro di Lione.

Il Monastero è ripopolato nel secolo XI: poco dopo l’anno mille, cessato il pericolo, i Monaci, inviati dall’Abate di Breme, Gezone, fanno ritorno a Novalesa. Ora però sono un Priorato dipendente dalla Lomellina e i Marchesi non sono più i loro protettori ma ricchissimi concorrenti che a Susa, nel frattempo, hanno fondato San Giusto donandogli, nelle terre della Bassa Valle, uomini e terreni in abbondanza: è il Monastero di famiglia e vi esercitano un controllo diretto.

Novalesa dispone del testamento originario di Abbone e la sua autenticità non può essere messa in dubbio: è sufficiente per far valere i diritti sul loro patrimonio. Ritengono però che un documento privato non sia abbastanza prestigioso e nel riaperto Scriptorium producono un falso diploma di Carlo Magno: confermano testamento e donazioni senza aggiungere null’altro, semplicemente danno solennità ad un atto di un nobile trasformandolo in quello dell’Imperatore allora più noto e celebrato.

In quei decenni dunque lo Scrittorio lavora appieno nel ricostruire e riorganizzare l’archivio interno per il recupero e la difesa degli interessi abbaziali. A questa attività è da collegare anche il testo tutt’ora più noto, il Chronicon Novalicense: narra le vicende del Monastero dal 726 al 1050 circa. Quando il monaco falsifica coscientemente, lo fa perché desidera adattare le informazioni alla storia del proprio monastero.

Le sue fonti sono i libri dell’Abbazia e la sua storia: legge una vita di Sant’Eldrado e una ne compila lui stesso. Ha a disposizione una serie di biografie di antichi Abati, ora andate perse. Ci sono le vite degli Arcivescovi di Vienne scritte da Leodegario che, ritenute perdute alla fine del 1800, sono poi ritrovate dal Duchesne e c’è il poema di Waltario di cui se ne perdono invece le tracce.

Il racconto è anche arricchito con aneddoti, leggende raccolte qua e là, elementi della tradizione orale, memorie e con i suoi ricordi personali. Mescolando realtà e fantasia dimostra un particolare gusto per il meraviglioso: ne risulta un affresco vivace in cui episodi e personaggi importanti si alternano ad altri presi dalla quotidianità più disarmante, per cui non sempre è facile distinguere la realtà dall’invenzione. Non manca neanche di far intravedere la situazione socio-politica del tempo: una fonte importante per la storia antica del luogo e una testimonianza diretta delle tensioni e delle ambizioni che serpeggiano fra i Monaci in quegli anni. L’opera è suddivisa in cinque libri e un’appendice finale, tutto su un rotulus di pergamena, lungo 11,7 metri e largo fra gli 8,5 centimetri e gli 11. E’ composto da ventotto fogli cuciti assieme, di cui alcuni in testa e in coda si sono deteriorati nel corso del tempo per la fragilità del materiale. Parte di essi possono essere ricostruiti in base a testimonianze seriori: alcuni autori le hanno trascritte quando erano ancora integre.

È conservato presso l’Archivio di Stato di Torino.

Il Cronista è anonimo, proviene dalla piccola borghesia: il nonno è vassallo del Vescovo di Vercelli ed ha vestito il saio a Breme. È uno dei primi inviati dal pavese alla Novalesa ed è parente del primo Priore Bruningo. La sua precisa conoscenza dell’archivio fa pensare che sia proprio uno dei monaci incaricati del lavoro documentario: copiatura, integrazione e, in alcuni casi come si è detto, falsificazione dei vecchi documenti non dispersi.

Il suo racconto vuole prima di tutto celebrare l’antica grandezza del Monastero, la sua fondazione nella Gallia Merovingia e soprattutto il suo rapporto speciale con Carlo Magno che è una figura centrale nella narrazione: esaltando l’Imperatore esalta il proprio Monastero. La fuga dei Monaci di fronte ai saraceni è presentata come una debolezza dell’allora Abate Domniverto: ha causato la dispersione dei beni e della Biblioteca che hanno portato alla dissoluzione del potere di Novalesa sulla Valle Susa.

Lo scriptorium è fortunatamente molto attivo anche nel suo lavoro ordinario: lo dimostrano i molti codici oggi dispersi in varie realtà europee.

Allo stesso modo rifiorisce anche la Biblioteca.

Il Baldesano scrive che molto di ciò che è stato nascosto prima della fuga è ritrovato: “…e allora non si ritrovarono solo le robe suddette, ma altre nascoste dai monaci in altri luoghi, e tra quelle una libreria riposta in un altare dedicato a San Mauritio..”.

Sicuramente nei trasferimenti a Torino gran parte dei testi sono andati dispersi: Giovanni Battista Semeria, nel 1840, nella sua “Storia della chiesa metropolitana di Torino” sostiene che in parte siano andati bruciati e in parte, 500 volumi, imprestati o impegnati a Ricolfo, Preposto della Cattedrale torinese che, con questi, inizia l’allestimento della Biblioteca di San Salvatore.

I due autori non fanno che riportare, ancora una volta, ciò che ha raccontato l’Anonimo Cronista della Novalesa.

Il rapporto difficile e conflittuale con gli Arduinici evolve positivamente nella seconda metà del secolo XI grazie alla Contessa Adelaide ormai sposa di Oddone di Maurienne, da cui prenderà il via la dinastia dei Savoia. L’uomo esponente di quell’aristocrazia d’Oltralpe, da sempre legata a Novalesa, orienta la politica di Adelaide: la donna garantisce protezione al Monastero che può tornare ad essere protagonista.

Si intensifica anche l’attività dello scriptorium e si acquisiscono nuovi codici. Il noto inventario, anche se mutilo, dei libri abbaziali degli inizi del secolo XI, con una parte dell’antica biblioteca forse derivata da San Pietro di Breme, ne attesta la presenza nella biblioteca del cenobio.

I due frammenti pergamenacei, che lo compongono, con alcuni testi, sono stati incollati nel secolo XV all’interno della legatura della Bibbia Magna, conservata all’Archivio di Stato subalpino: non scritta a Novalesa ma in area francese nel secolo XI. L’elenco dei titoli, come sempre accompagnato da quello dei paramenti liturgici, è registrato da una mano principale, con qualche aggiunta di altre sempre coeve: riflette il patrimonio del secolo X e degli inizi del successivo. I pochi esemplari identificati non consentono di capire se siano stati copiati già alla Novalesa o durante l’esilio in Lomellina.

La lista annovera ventisei unità: il Diadema monachorum di Smaragdo, Abate benedettino di Saint Mihiel in Irlanda, l’Historia ecclesiastica Gentis Anglorum di Beda il Venerabile, monaco benedettino anglosassone, poi omeliari, testi patristici, passionari, martirologi e testi liturgici, un Donato, forse il “Liber miraculorum di Gregorio di Tours”.

Sono stati riconosciuti anche codici anteriori a questo inventario, conservati sempre all’Archivio torinese: un frammento delle Omelie di San Cesario, estratti relativi a San Martino e un frammento delle Omelie di Beda, un penitenziario e un commento ai salmi di Remy d’Auxerre, Remigius Autissiodorensis, monaco benedettino vissuto in età carolingia, l’Historia Langobardorum, mutila, di Paolo Diacono.

Il Conte Carlo Cipolla appartiene a una delle più antiche e prestigiose famiglie dell’aristocrazia veronese, ma dai primi anni del 1880 si trasferisce a Torino per occupare la Cattedra di Storia moderna dell’università cittadina. Si occupa di paleografia e diplomatica, di critica dei testi classici e di storia medioevale. I suoi interessi si indirizzano poi verso la storia monastica ed importante è la monografia su Novalesa, “Monumenta Novaliciensia vetustiora. Raccolta degli atti e delle cronache riguardanti l’Abbazia di Novalesa”, in due volumi, edita a Roma tra il 1898-1901. Si dedica a scoprire in giro per il mondo i Codici appartenuti al Monastero Valsusino e pubblica, nel 1894, con l’Accademia delle Scienze torinese, con cui collabora, le sue “Ricerche sull’antica biblioteca del Monastero della Novalesa”.

All’Archivio di Stato ritrova parecchi frammenti di Codici: sono adoperati come copertine di registri, del XVI e il XVII secolo, relativi all’amministrazione dell’Abbazia. Sempre in Archivio, fra le carte del Monastero, reperisce un documento del 1659 relativo ad una nota di contribuenti dei Monaci: è coperto da un mezzo foglio di pergamena. Il 10 marzo 1894 la scolla: ne risulta la metà inferiore di una grande pergamena scritta su due colonne.

Sono due frammenti, risalenti alla fine del secolo X-inizio XI, della Homilia in Visitatione b. Mariae Virginis del Venerabile Beda.

Lo stesso giorno stacca un altro frammento, sempre da un registro contabile abbaziale dell’ultimo periodo del XVI secolo. Questa volta la copertina è una parte di un Liber de Computo anonimo: è un foglio doppio, quattro pagine, ciascuna scritta a due colonne, attribuibile ai secoli X-XI

Un’altra carta relativa al XVI secolo, riguardante processi, cause civili e criminali “agittati nella corte del monasterio di San Pietro in Novalesa” ha per copertina ancora una grande e bella pergamena contenente un lungo frammento del libro XVI dei Morali di San Gregorio.

La scrittura è attribuibile all’inizio del secolo XI.

Il Conte, sempre sulla traccia degli antichi manoscritti, scova presso la chiesa parrocchiale di Novalesa, grazie all’allora Sacerdote, un volume liturgico, con molte parti musicate in gregoriano, risalente al XII secolo: un Messale di 280 fogli pergamenacei con una legatura in legno attribuibile al secolo XV, chiaramente non originale. Le correzioni e le aggiunte, fatte da più mani, nei secoli seguenti sono molte. Nel XV secolo circa per rattoppare un pezzo di pergamena se ne usa una più antica, di un altro testo liturgico. Nelle ultime pagine si commemorano due Santi cari al Monastero, San Walerico e San Eldrado: questo conferma la compilazione a Novalesa. Con il volume ritrova anche un paio di fogli spettanti ad un Corale: la maggior parte del testo riguarda la festa di San Giorgio.

Al 1150 è datato il Codice della Regola Benedettina di Breme, opera dello scrittorio novalicense: è il manoscritto più antico presente ora nella biblioteca dell’Abbazia.

Lo scriptorium è dunque ancora attivo e la biblioteca ben fornita.

manoscritto dello scriptorium di Novalesa
Regola Benedettina di Breme

Per tutto il 1200 Novalesa, formalmente, non nega mai la dipendenza da Breme, ma i Monaci eleggono i loro Priori che vengono ratificati dall’Abbazia pavese, stringono relazioni con i principali monasteri valsusini e con Casa Savoia ed esercitano direttamente il potere giurisdizionale sugli abitanti della Valle Cenischia.

L’11 febbraio 1894 il Cipolla da un registro riguardante ancora processi allestiti nella “corte” del Monastero, scolla una copertina in pergamena composta da due fogli: contiene frammenti di orazioni, in uso a Torino e nel Piemonte in generale, di un Messale.

Sono databili proprio al XIII secolo.

Del 1298-99 è poi un Antifonario, una raccolta di antifone, i canti per “l’officium chori : prima di questi testi le melodie si tramandavano a memoria e i fogli che il cantore teneva in mano riportavano soltanto i testi e non la musica.

Il manoscritto proviene non dallo studio interno ma da Besançon, probabilmente una copia di un testo più antico. È ricco di grottesche.

È oggi ancora presente alla Novalesa.

manoscritto dello scriptorium di Novalesa
ANTIFONARIO

Dalla metà del secolo XIII però lo scriptorium subisce la progressiva concorrenza delle botteghe di scrittura laiche e ormai attive nelle città, ma perderà definitivamente la sua funzione solo con l’invenzione della stampa da parte di Johann Gutemberg fra il 1453-55.

La nostra Abbazia non si sottrae certamente a questo processo.

Nel 1300 il Monastero si lega a San Giusto: sceglie all’interno della comunità segusina i propri Abati che Breme continua a limitarsi a ratificare. A suggello del distacco sempre più netto dalla casa madre e del legame crescente con la società valsusina, il lungo Priorato di Vincenzo Aschieri, della famiglia feudataria di Giaglione, dal 1398 al 1451.

Al termine del suo impegno inizia la nomina di una lunga serie di Amministratori Apostolici: di competenza del Duca di Savoia che ha ottenuto facoltà delle designazioni ecclesiastiche, interne ai propri domini, da Papa Nicolò V.

Per una trentina d’anni la situazione rimane immutata.

Presente al Monastero, databile a questo periodo e forse qui scritta, una pergamena bastarda: la scrittura bastarda o carattere bastardo, nello scrivere, ma anche nella stampa è un carattere inclinato a destra, che unisce elementi del rotondo e dell’inglese . Questo modo di scrivere ha un notevole successo proprio nel XIV secolo.

Pergamena dello scriptorium di Novalesa
PERGAMENA BASTARDA

SEGUE: “La Novalesa”: dalla Commenda ai nostri giorni.

La biblioteca e il Laboratorio di Restauro.

Foto: Claudio Rosa

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