fotografia della scultura del Cristo velato

Quando ormai la malattia è in uno stato avanzato, ma ha ancora la forza di reggersi

In piedi, si fa accompagnare dal fido Gennaro attraverso il corridoio sospeso che porta alla cappella. Si ferma sulla tribuna ad osservare la sua opera dall’alto. Il suo occhio va sempre per primo al verde gioiello del soffitto, poi scende in basso all’altare e alla madre a sinistra e al padre a destra a mo’ di guardiani. Le altre statue fanno da degna corte.

Non c’è posto per me in questo sacrario”, pensa soddisfatto.

Il Cristo velato posto in quella posizione gli genera un momento di grande sconforto perché sa che non riuscirà ad attuare il suo progetto del Sancta Sanctorum.

Secondo te, Gennà, ne è valsa la pena?”

Don Raimò avete fatto un capolavoro”

Si, è bella, ma non è questo che mi fa stare in pena”

Gennaro non risponde perché non ha capito bene a cosa si riferisce – “Forse si riferisce al pavimento” – pensa.

La bellezza non è stata il mio obiettivo principale”

E perché l’avete fatta allora? La ragione non è la gloria della famiglia?”

Si, anche questo”

E allora! Perché state in pena? Non potevate fare di meglio, il ricordo dei Sangro rimarrà in eterno”

Gennà, questa cappella non si deve solo guardare ma si deve anche leggere”

Gennaro pensa che si riferisca alle lapidi:

E questo vi dà pensiero?”

Si, non vorrei che il linguaggio usato sia troppo difficile da capire”

Beh, questo è vero, il latino la gente non lo sa leggere più”

Raimondo de’ Sangro muore avvelenato dal piombo il 22 marzo 1771 all’età di sessantuno anni. Le donne di casa, la moglie e le figlie Carlotta e Rosalia, provvedono alla vestizione. Carlotta organizza la veglia funebre procurando le prefiche che eseguiranno le loro litanie per tutta la notte.

All’alba del giorno dopo, la bara, trasportata a spalla dalla servitù, viene avvolta da una coltre di velluto blu ricamata in oro e argento. Il capo di Raimondo, riposto su un cuscino ricamato, è coperto con una berretta indorata.

Vengono posti quattro candelabri d’argento ai lati della bara al centro della cappella, e accesi trecentonovanta ceri.

Fuori la folla si è accalcata alla notizia che “o” prencepe diavulo è morto!”

In breve tempo si perderà ogni traccia di tutti i suoi ritrovati, si dimenticheranno i suoi scritti e le sue invenzioni, la sua cultura e i suoi onori, scomparirà ben presto ogni traccia della sua opera alchemica, saranno spogliate le cantine e eliminati tutti i libri.

Rimarrà la fama di stregone, si ricorderanno le tristi storie legate al palazzo; ma la sua memoria rimane scolpita in quella piccola, meravigliosa e misteriosa cappella in uno stretto vicolo di Napoli.

Entrare nella cappella di Sansevero a Napoli, è come entrare nella trascendenza, c’è silenzio, c’è aspettativa di qualcosa che può cambiare il nostro modo di vedere Cristo, di vedere l’arte.

È posto al centro della navata della Cappella di Sansevero, il Cristo Velato,(1753), è una delle opere più note e suggestive al mondo.

Nelle intenzioni del committente l’opera doveva essere eseguita da Antonio Corradini, che aveva già fatto la “Pudicizia”, ma Corradini morì nel 1752, fece appena in tempo a finire il bozzetto in terracotta del Cristo.

Fu così che Raimondo di Sangro incaricò un giovane artista napoletano, Giuseppe Sanmartino, esecutore di raffinati presepi.

Chiese di realizzare una statua di marmo, scolpita a grandezza naturale, che rappresentasse nostro Signore Gesù Cristo morto, coperto da un sudario trasparente realizzato dallo stesso blocco della statua.

Come nella Pudicizia, il messaggio stilistico è nel velo. La sensibilità dell’artista scolpisce, scarnifica, il corpo senza vita, che le morbide coltri accolgono misericordiosamente, sul quale i tormentati, convulsi ritmi delle pieghe del velo incidono una sofferenza profonda, quasi che la pietosa copertura rendesse ancora più nude ed esposte le povere membra.

La vena gonfia e ancora palpitante sulla fronte, le trafitture dei chiodi sui piedi e sulle mani sottili, il costato scavato e rilassato finalmente nella morte liberatrice, sono il segno di una ricerca intensa che non dà spazio a preziosismi.

Lo scultore ricama i bordi del sudario, si sofferma sugli strumenti della Passione posti ai piedi del Cristo.

L’arte di Sanmartino è una evocazione drammatica che fa della sofferenza di Cristo il simbolo del riscatto dell’intera umanità.

“Dieci anni della mia vita pur d’essere lo scultore del Cristo Velato” . Questa frase è stata attribuita da molti al celebre Antonio Canova, quando nel 1780, si trovò ad ammirare la più importante scultura di Giuseppe Sanmartino.

Fonti:

Di Emerenziana Bugnone

Socia Monastica Novaliciensia Sancti Benedicti, volontaria culturale e accompagnatrice.

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