selfie di Dom Daniele e Marco Sassetti

Foto: dom Daniele Mazzucco, 80 anni, e Marco Sassetti, 66 anni, nel novembre 2020 a Novalesa.

(Proverbi 16:9) “Il cuore dell’uomo medita la sua via, ma il Signore dirige i suoi passi”.

A seguito di un mio recente soggiorno nell’Abbazia di Novalesa durato due mesi, in tempo di Covid, durante il quale ho esercitato la mia attività di restauratore di beni archivisti e librari, ho avuto modo di meditare sul mio annoso rapporto fra me stesso, la mia vita spirituale e professionale, e questo “Locus Amabilis” che considero la mia seconda patria spirituale il mio “Hortus conclusus”.

Dopo due giorni di permanenza e ambientazione, mi sono reso conto all’improvviso di una cosa: la mia anima, ma anche la mia coscienza, non erano mai andate via di li, a partire dal primo giorno che vi avevo messo piede nel gennaio del 1976 a 22 anni.

È per questo che, parafrasando l’ultima frase dell’ incipit del testamento del più noto esponente della mia antica stirpe il cui cognome sorge all’alba del 1200, sento ora la necessità di fissare la mia avventura nel mondo scaturita dalla Novalesa, poiché:

Truovomi come sapete nella etä di 68 anni incircha et sono oramai mortale ognigiorno.” (Francesco Sassetti , direttore generale della banca dei Medici 1422/1491)

È numerosa la letteratura di riferimento sulla Abbazia, ma per descrivere il luogo ricorro al libro di Giuseppe Regaldi “La Dora” , Torino 1867, capitolo XXVI, La Novalesa.

Siamo nella valle della Novalesa, dove ridono tre villaggi: Venaus, dal latino venatio, perchè nei tempi romani era luogo di caccia; la Ferriera, i cui gagliardi abitanti un tempo su lettighe trasportavano i viaggiatori dall’altra parte del Moncenisio con istraordinaria forza e coraggio; e la Novalesa, con poco più di mille abitanti, che dà il nome alla valle, e che anticamente fu chiamata Novalicium, cioè nova lex, nova lux, perchè santi uomini sino dai primi tempi del cristianesimo diffusero la nuova luce del Vangelo, vivendo tra le rupi nella solitudine e nella preghiera. Diede pure il nome all’antico monastero della Regola di San Benedetto, fondato a breve distanza dal paese in cima d’un poggio nel 726, da Abbone, ricco patrizio di Francia, al quale obbedivano le città di Moriana e di Susa”.

Introduco adesso i fatti che costituiscono le “condizioni al contorno”, senza i quali si perderebbe molto del senso che trovo nella mia vicenda.

Nasco il 2 ottobre del 1954, secondo di 4 fratelli, ma primo maschio, a dieci anni dalla fine della guerra, sempre presente nei discorsi di mio padre Mario che fece la WWII° dal 1939 fino a quando fu congedato al rientro dai campi di lavoro di Treviri, nel ’45 con il grado e la divisa di tenente dell’esercito americano e il diritto di portare con se una Mercedes Benz.

Mio padre Mario, di natura avventurosa e intraprendente, è stata una figura basilare per la mia educazione perché amava i libri, la lettura e la scienza, motivo per cui in casa mia è sempre esistita una stanza chiamata “la Biblioteca”, dotata di testi che non esito a definire fondamentali per avere una buona e varia educazione : classici greci e latini, Shakespeare, Boccaccio , Dante, Machiavelli, Rabelais, Rinascimento, illuminismo, scienza moderna

Sono stato educato al libero critico pensiero, a noi bambini leggeva Dante, le novelle del Sacchetti e del Basile, ci portava a teatro, ci parlava di Fisica e Cosmologia.

Credo che questo sia stato il motivo per cui mi sono immediatamente posto le fatidiche domande, appena fui in grado di leggere da me i libri che mi selezionava o che mi procuravo dagli scaffali: esiste un senso? chi sono? o meglio…. Cosa voglio (o potrò) essere?

Ovviamente una giovane mente approccia le cose come può e l’inizio è sempre di tipo filosofico, metafisico, religioso, concetti questi sempre in lotta con gli altrettanto fondamentali circa il Libero Arbitrio, il Fato, la Predestinazione, e la Divina Provvidenza.

Comunque cresco fra questa cultura spirituale, ma fondamentalmente laica e l’ombra dell’Oratorio Salesiano con i suoi riti iniziatici, incentro la mia formazione fra il rifiuto della competizione sportiva ( pessimo giocatore di calcio, cfr Umberto Eco) e le mie abilità manuali (modellismo, disegno), e la lettura di tutto quello che poteva darmi una spiegazione, un senso delle cose del Mondo. Mi sono affidato ai “migliori di Noi” esistiti prima di me, in solitaria però, rimango immune e fortemente critico nei confronti dell’imperante giovanile cultura 68ttina, del collettivismo marxista, dei movimenti new age in genere intesi come pedissequa moda,… ma mi godo tutto il moderno che c’è a cominciare dal mitico Jimy Hendrix e dai pantaloni scampanati.

Queste esperienze hanno incarnato nella mia natura la necessità di lavorare con le mani (lo faccio ormai da 40 anni) e la passione per il LIBRO inteso come oggetto fisico fatto di carta, pergamena, cuoio, odore, portatore di significato esplicativo del mondo.

Il primo segno tangibile della mia futura “Geodetica Esistenziale” lo ebbi all’esame di fine anno della Seconda elementare, allora in uso, quando adornai il foglio protocollo del “Dettato”, invece che con le ovvie casette e soli splendenti, copiando gli arabeschi e le grottesche di un codice medievale della Bibbia stampato sulla copertina del libro di religione.

Alle soglie della adolescenza il Destino mi aspettava, o meglio aspettava molto di più mio fratello Paolo di 16 mesi più piccolo che era il compagno diverso del mio mondo infantile… allora ero incerto, malaticcio, fragile e sensibile, facile al pianto.

Nell’estate del 1967 mio fratello Paolo ebbe una infausta, mortale diagnosi di osteosarcoma osseo (tre-sei mesi di vita), lui 11enne e qualche mese ed io di circa 13 anni.

Il buio scese in casa mia, allora erano altri tempi, la diagnosi significava morte certa, ricordo come un incubo le permanenze nell’allora tetro ospedale Rizzoli di Bologna, ricettacolo di ogni disgrazia infantile nazionale, sempre attanagliato dalla sindrome del sopravvissuto: perché a lui e non a me? La morte e il dolore incombono: perché?

Allora mio Padre praticamente dismise le sue vecchie attività, allo scopo di dedicarsi interamente a mio fratello e iniziò a pensare di trasformare la sua passione per i libri in attività, aprendo la prima ed unica libreria antiquaria della Città di Spezia, attività che mi era congeniale perché avevo acquisito fin dall’infanzia amore per la lettura, l’arte, il disegno e i libri antichi, in sintonia con le mie innate capacità di “manipolatore creativo”.

Il tempo passa, la nera compagna aleggia sempre, vado al liceo, studente “individualista e ribelle”, e nel ’73 poi fui uno dei 6 promossi alla maturità con 60/60, di tutto il liceo.

Fra il ’71 e il ’73 iniziai ad occuparmi del negozio di antiquariato di mio padre, cominciando a rilegare e restaurare da autodidatta, tagliare e creare cornici per le stampe del negozio, ma anche per clienti esterni fra i quali molti architetti arredatori, fare schede e ricerche bibliografiche per clienti, comprare libri alle aste per conto di mio padre, gettare le basi per l’incremento della nostra biblioteca e della collezione di storia locale e cartografia nata a seguito dei miei interessi culturali.

Nel ’74 mi iscrissi a Fisica (rimane il mio principale interesse intellettuale) a Pisa, ma senza costrutto, risultò che non sapevo manipolare abbastanza la matematica, quindi mio padre, uomo senza mezze misure, pronosticò per me un oscuro futuro da non meglio identificato subalterno… ricordo benissimo quando minacciò (ora ne rido) una mia andata in Belgio nelle miniere di carbone!

Ma ecco che le imperscrutabili vie che reggono le sorti delle genti, vuoi chiamarle Fato, o Divina Provvidenza, mettono la mia vita sulle coordinate dell’Abbazia della Novalesa, con una sequenza di eventi a cosi stretto giro di tempistiche da far veramente pensare.

Ciò che accadde ha per sempre segnato la mia “Geodetica Esistenziale”.

La RAI negli anni 70 programmava una trasmissione religiosa, “Vangelo Vivo” condotta da Padre Guida, e in una puntata, proprio in coda, andò in onda un servizio circa la appena avvenuta riapertura al culto della antica Abbazia della Novalesa, dove i monaci avevano aperto un laboratorio di restauro del libro antico e cercavano apprendisti: mio fratello Paolo, sempre convalescente e immobilizzato a casa, assiste alla trasmissione e ne parla la sera a tavola, dal momento che mio padre dopo la minaccia di mandarmi chi sa dove a procurarmi il pane, avendo la passione dei libri e avendo tentato invano di farmi entrare ai corsi tenuti in quegli anni all’ Istituto di Patologia del Libro Alfonso Gallo di Roma, era entusiasta di questa possibilità: Vedremo, dice…

Ma mio fratello Paolo, prende l’iniziativa , e senza dir niente a nessuno scrive alla RAI “Vangelo Vivo”… ed ecco arrivare dopo un settimana la lettera di risposta dove la segreteria ci comunica” che si, l’Abbazia ha riaperto, si trova in Val di Susa sotto il Moncenisio, che si, vi è un laboratorio di restauro ma non hanno idea se e come sia possibile entrarvi come studente apprendista e che comunque, a buon conto, fornivano indirizzo e numero di telefono…chiedete all’allora Priore Padre Guido Bianchi”

Telefoniamo al monastero, e la telefonata capita nella fortunata circostanza nella quale Padre Guido, con i suoi monaci, aveva intrapreso la enorme impresa di trasformare un rudere in un posto abitabile e che quindi il laboratorio di restauro, tradizionale loro occupazione importata dal monastero di Praglia e di San Giorgio a Venezia dai quali provenivano, aveva la necessità di essere supportato in qualche modo da volenterosi aiutanti… ”si, venga su con il ragazzo che vediamo…”

Era il novembre del ’75… la mattina presto, verso le 4, di una piovosa giornata mio padre ed io ci mettemmo in marcia alla volta di Torino, sul nostro fido Maggiolino Wolksvagen bianco… poi, imboccando la statale per Susa mio padre si sciolse nei suoi ricordi di gioventù avendo fatto i primi anni di guerra dal ’39 al ’41, sulla linea francese a Bardonecchia, dove come Sergente Maggiore del genio alpini provvedeva al rafforzamento delle fortificazioni, in quanto disegnatore tecnico dell’industria armiera spezzina OTO Melara… si era arruolato volontario nel 39 per togliersi la coscrizione e potersi sposare subito con mia mamma Emilia… così si trovò invece invischiato nella dissennata invasione della Francia e si fece 6 anni di guerra.

Allora alla metà dei ’70, la strada della val di Susa appariva molto lugubre, grigia e triste, figurarsi d’inverno con pioggia e nevischio come quel giorno… non mi prometteva niente di buono… dove sarei finito?

Arrivati a Susa città, proseguendo per il Moncenisio, imboccammo l’innesto piuttosto nascosto per Venaus e Novalesa… (Venalzio sul vecchio cartello stradale), era presto e non c’era nessuno a cui chiedere.

Cominciammo ad inerpicarci per la val Cenischia, prima il falsopiano, poi, dopo Venaus e il ponticello sempre più in alto verso Novales, c’era neve tutto intorno ed il paesaggio era nascosto dalla bruma, io ero incantato e, arrivati allo spiazzo delle corriere, chiedemmo ad un autista di spalaneve che si apprestava al servizio dove fosse il monastero e, credo in stretto Patois novalicense, ci indicò la via oltre ponte, e subito dopo mi si aprì davanti per la prima volta un paesaggio e una strada per me indimenticabile, lo rivedo tutte le volte che ci torno, come allora!!!

La strada era allora tutta sterrata, a destra alberi e boschi innevati, adagiati sui clivi tappezzati di bianco, lungo i muretti un ruscello quasi ghiacciato scorreva con suono argentino, con gli spruzzi cristallizzati che incrostavano l’alveo e gli arbusti vicini, in lontananza lo scroscio della cascata, nascosta dal bosco e dalla bruma che si alzava.

A sinistra i campi innevati, i filari di alberi, le staccionate, poi la prima cappella, S. Maria avrei appeso ben presto, ma finalmente eccola l’Abbazia, con le sue mura, l’ippocastano, la chiesa.

Niente mi aveva preparato a questa vista, la mia mente fantasticava di imponenti costruzioni in pietra, guglie e alti campanile, le mie letture condizionavano l’immaginazione.

Scendere dal Maggiolino, essere investito dall’aria fredda, dal suono dell’acqua e dalla speciale sensazione uditiva che solo un paesaggio innevato sa evocare, produsse in me, allora 22enne, ragazzo di città, con la testa piena di cose da mettere in ordine, un subitaneo magico ammaliamento. SAPEVO che DOVEVO rimanere lì a tutti i costi, fulminato dal “Genius Loci “ e dal “Phatos” del luogo, poesia allo stato puro.

Suoniamo, e veniamo ricevuti nel chiostro da Padre Pio Tamburrino, vestito da lavoro con un cappellino di lana in testa, il Priore, Padre Guido Bianchi, era assente perché si era appena slogato una caviglia scivolando sul ghiaccio: faccio appena in tempo a rimanere affascinato dal chiostro innevato, con il pozzo al centro e i due grandi alberi laterali, che veniamo portati nel laboratorio di restauro, dove vengo presentato a dom Corrado Valerio e dom Daniele Mazzucco, allora 36enne, monaco imponente con fluente barba nera. Vediamo, parliamo, scherziamo, poi ”si va bene, il ragazzo può venire, ma dopo le feste natalizie… a gennaio”.

Immediatamente riscendiamo a Torino dove mi fermo per trasferirmi alla facoltà di lettere in via Sant’Ottavio, dove intendo intraprendere studi di natura storica e bibliografico/paleografica, per associare i saperi teorici a quelli pratici circa il mondo del libro antico.

Faccio la mia entrata a Novalesa nel monastero verso il 10 gennaio del 1976, guardaroba da boscaiolo, pantaloni di velluto, camice a quadri, maglione irlandese, scarponi. Conosco il Priore Don Guido e mi viene assegnata la mia prima cameretta sotto il laboratorio.

Per chi conosce la Novalesa di adesso, occorre specificare che allora, nei primi ’70, era un completo rudere, riaperto dopo secoli di rimaneggiamenti e cambi d’uso dopo le soppressioni Napoleoniche, e poi abbandonato e devastato , e ovunque aleggiava l’odore del bestiame.

Le camere erano riscaldate da stufe a legna raccogliticce, la cucina aveva una vecchia macchina a gas e un putagè di ghisa, l’intero stabile era un cantiere a cielo aperto, se volevi riscaldarti dovevi spaccarti la legna nel cortiletto interno e portartela in camera nei cesti di vimini.

La chiesa, in particolare, era interamente sventrata, senza pavimento, con le vestigia di millenni di storia in bella vista, le Ore venivano salmodiate nella cappellina interna, adornata da bellissime sacre pitture di Gabriele Mazzucco, fratello di Daniele, in stile neobizantino.

Dovete sapere che i 4 giovani monaci provenienti da San Giorgio Maggiore, due veneziani, un friulano e un lucano, sono stati i benemeriti pionieri che hanno “creato” dal niente le basi per la nuova grandezza dell’Abbazia della Novalesa, senza mezzi, se non l’entusiasmo e la volontà (ma anche le abilità diplomatiche del Priore Don Guido), il lavoro manuale ed intellettuale, la capacità di valersi di collaborazioni esterne di volontari e gruppi di supporto: sono convinto che allora incarnassero il primigenio spirito di San Benedetto, ed io sono felice di aver potuto assistere (e dare un piccolo contributo) alla realizzazione di tutto ciò.

La conoscenza e la frequentazione di queste quattro persone, con i loro pregi e caratteristiche, è stata di grande ispirazione e esempio per la mia formazione di uomo.

Ho imparato a vivere in comunità partecipando alle necessità reciproche, a gestire la mia vita individuale da solo, a vivere in semplicità, a godere della natura (allora veramente incontaminata, la valle era un fossile del medioevo), e ho capito nella realtà in cosa consiste il potere creativo spirituale e politico della millenaria esperienza della Chiesa di Cristo e del monachesimo, del quale fino ad allora avevo contezza e ammirazione solo dalle letture.

Ma una altra persona mi è stata di esempio e maestra di vita, lo voglio qui ricordare perché inopinatamente mancato nel 2008, cioè il mio compagno laico di laboratorio per tre anni Gian Mario Pasquino di Borgo Vercelli, che ha cominciato il suo percorso nel restauro del libro assieme a me, per poi continuarlo, come me, nella sua successiva vita.

Gian Mario era un uomo unico: allora 30enne, ex seminarista laureato in Sacra Teologia, già insegnante di Religione, diplomato in paleografia e diplomatica, leggeva il latino e il greco, decrittava antiche pergamene, riconoscendone i testi e traducendoli, cosi come io sto scrivendo adesso, padroneggiava gli argomenti religiosi ed ecclesiastici in modo spaventoso e sono mitiche per me le discussioni che sorgevano all’improvviso fra l’altrettanto dotto Maestro dei Novizi (ricordo Stefano, Lino, Mauro, Raffaele Fodde), Padre Pio Tamburrino e lui, soprattutto sugli argomenti riguardanti la Chiesa Bizantina e quella Occidentale medievale, fra un piemontese degli anni 70, rigidamente attaccato al dialetto vercellese, ed un esponente della cultura meridionale intrisa di ritualità bizantina non potevano prodursi che pure scintille, schermaglie al fioretto con finale di grandi larghe risate di Gian Mario quando riusciva a spuntarla.

Da lui ho imparato a fumare il sigaro toscano, tutt’oggi compagno di meditazione, a bere del buon vino rosso e gli sono perpetuo debitore di avermi fatto conoscere la Matheus Passion di Bach, che da sola vale come vera testimonianza dell’ esistenza del Dio dei Cristiani, tramite lui ho indirizzato il mio corso di studi a Torino con Giuseppe Tabacco e Gian Giacomo Fissore, due capiscuola della Storia Medievale e della Diplomatistica.

Comunque fra il 1976 e il 1979 ho trascorso qui quelli che ho sempre considerato e rimpianto come i migliori anni della mia vita, nonostante il fatto di avere avuto, uscito di lì, una vita altrettanto bella, piena di cose e affetti, figli e nipoti, eventi e soddisfazioni. Posso ben dire, ora a 66 anni, di essere riuscito a fare sempre quello che mi è piaciuto e che ho voluto, errori compresi.

Ma a Novalesa era un Eden, facevo il lavoro che volevo fare, studiavo e leggevo quando volevo, mi edificavo apprendendo dalla comunità, la natura e il passaggio delle stagioni pacificavano le mie ansie, le nottate limpide di luna piena con tutta la valle coperta da un metro di neve, la stanzetta scaldata del fuoco a legna erano la prova provata della grandezza della poesia di Rainer Maria Rilke “paesaggio invernale” con l’esegesi critica della quale in seconda liceo mi guadagnai un 10 e l’encomio perpetuo della mia professoressa di Italiano:

Respirano lievi gli altissimi abeti

racchiusi nel manto di neve.

Più morbido e folto quel bianco splendore

riveste ogni ramo, via via.

Le candide strade si fanno più zitte:

le stanze raccolte, più intente.

 Rintoccano l’ore. Ne vibra

percosso ogni bimbo, tremando.

Di sovra gli alari, lo schianto d’un ciocco

che in lampi e faville rovina.

In niveo brillar di lustrini,

il candido giorno là fuori s’accresce,

divien sempiterno Infinito.

Non tornavo nemmeno più a casa, chi mi voleva vedere, fidanzata compresa, veniva a trovarmi, molti amici sono venuti in vacanza nelle estati, e nel secondo anno venne anche mio fratello Paolo, (che per inciso vive ancora e nessuno nemmeno i medici sa perché) che come me si era iscritto a lettere a Torino e lavorava volontariamente nel laboratorio.

Io e lui, cementammo una amicizia particolarmente forte con dom Daniele Mazzucco, verso il quale ancora oggi provo un affetto più che fraterno.

Di lui ho sempre ammirato la semplicità d’animo, l’aspetto “antico” di uomo rude e tenero allo stesso tempo, ma soprattutto il suo senso dell’umorismo e il suo fiuto da archeologo.

Assolutamente autodidatta in tutto, appassionato lettore, nonostante la sua ancora attuale grande nostalgia per Venezia e la magnificenza dell’architettura Palladiana di San Giorgio Maggiore, si è dedicato nelle sue ore libere allo studio della storia del luogo, e, spesso “Furtive et de Nocte”, allo scavo e rinvenimento di tutto quanto ora costituisce l’orgoglio delle vestigia storiche della Abbazia. Con la scusa di “risistemare i muri ciò” grattava qua e là e con fiuto scopriva frammenti di intonaco colorato rinvenendo così il Sant’Eldrado dell’ XI secolo del chiostro, l‘affresco di Santo Stefano nel presbiterio, la sequela di vescovi e monaci sopra il coro della chiesa, le tombe antiche alla base del campanile, i frammenti di marmo di epoca carolingia e longobarda, per il reperimento dei quali aveva ispezionato tutti i muretti a secco intorno e ai piedi dell’Abbazia.

E pensare che, mi ha raccontato dopo molto tempo, quando mi vide la prima volta nel novembre del ’75, tutto elegante con cravatta e lunghi capelli (e atteggiamento) alla Oscar Wilde pensò “questo qui non ci rimane neanche una settimana qui, ciò”.

Negli anni non ho mai mancato di fare visita ai “Miei Monaci”, tornando dalle vacanze in Francia, facendoli conoscere a tutti i miei amici, soggiornando all’ albergo La Posta, o passando qualche giorno nel monastero.

I miei anni giovanili alla Novalesa hanno posto le basi di tutta la mia carriera nel mondo, mi sono laureato in lettere a Torino, per 12 anni sono stato Docente di Procedure di restauro dei Beni Culturali Mobili, Bibliografici ed Archivistici Tutelati, e Gestione economica delle imprese di restauro nel Corso di Conservazione di Beni Culturali dell’Ateneo di Genova, sono Direttore Tecnico del Laboratorio di restauro del libro S. Agostino con il quale lavoro stabilmente per archivi, biblioteche e musei italiani dal 1981.

Ho fondato con mio fratello Paolo il Centro Bibliografico di Storia Locale S. Agostino che dal 1982 raccoglie e mette a disposizione del pubblico, a proprie spese, la più importante collezione di vedutistica, cartografia e bibliografia sul Golfo della Spezia e sul suo territorio storico, comprendente migliaia di pezzi dal XV al XX secolo.

Collaboro con numerosi istituti culturali per la divulgazione dell’immagine storica della città della Spezia e i suoi dintorni, prestando opere per mostre nazionali ed internazionali, e per numerose pubblicazioni di settore.

Ho fondato nel 1994 l’Associazione Restauratori Archivi e Biblioteche ARAB, attiva sul territorio nazionale e ho partecipato quale consulente e rappresentante di categoria all’iter legislativo riguardante la legge sui Lavori Pubblici nel settore Beni Culturali e alla stesura dei decreti di qualificazione delle imprese operanti sui Beni Culturali Mobili e per la legge sulla Formazione nel Restauro, ho partecipato, quale consulente esperto in restauro, a varie missioni internazionali volte alla salvaguardia delle Biblioteche del Deserto, nel Sahara mauritano, formate da migliaia di manoscritti antichi dichiarati Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO.

GRAZIE NOVALESA!!!!

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