Paesaggio do montagna del Moncenisio, una vetta innevata sullo sfondo e un prato verdissimo con un sentiero che lo taglia, in primo piano

L’aria si sta facendo più pungente, nei campi il lavoro rallenta e fra poco sulle tavole dei valsusini, come da tradizione piemontese, si accenderanno i fujot, i tipici tegami in terracotta che daranno il via ufficiale alla stagione fredda.

Sono tre gli ingredienti della ricetta della bagna cauda: aglio, acciughe rigorosamente sotto sale e olio, un tempo di noci e nocciole. Un piatto povero, contornato da verdure crude autunnali, ma molto amato nel nostro territorio perché rievoca antiche storie di montanari, spaccio di acciughe e contrabbandieri di sale. In Piemonte passavano infatti le antiche vie del sale, “a strata salis”. Carovane di muli trasportavano barili colmi di salgemma, dalle miniere di Salon de Provence ad Asti, dove il sale veniva smistato per tutta l’Italia del nord. Le vie più utilizzate attraversavano le Valli Gesso, Maira, Stura, Vermenagna e la Valle Susa che per le sue caratteristiche morfologiche e l’accessibilità delle sue montagne, ha sempre costituito un importante via di transito. Gli itinerari di fondo valle e di alta quota sono sempre stati privilegiati dai pellegrini come dai contrabbandieri.

Contrabbando = entrata, uscita o circolazione clandestina di merci in violazione delle leggi doganali. Il termine deriva a tutti gli effetti da contra e bando: un’azione contro l’ordine delle autorità.

Nel 1774, Vittorio Amedeo III di Savoia istituisce la Legione Truppe Leggere, con la missione di combattere il dilagante contrabbando lungo il “cordone doganale“, che interessa buona parte della frontiera con la Francia e la Svizzera. Il traffico tra l’Italia settentrionale e la Francia, qualunque punto tocchi il territorio del Piemonte, della Valle d’Aosta o della Savoia, è soggetto al dazio di Susa: qui si effettua l’esazione del tributo. Il sale, soprattutto, è un bene prezioso, gravato, come altri generi di prima necessità, dalla gabella imposta dai Savoia: da solo rappresenta circa il 90% delle entrate tributarie. Alcuni contrabbandieri si inventano di ricoprire i barili di legno che lo trasportano con diversi strati di acciughe che vengono poi vendute, strada facendo, nelle valli piemontesi, compresa quella di Susa. La Valle Argentera è una delle vie più utilizzate. In Val Cenischia, ai piedi della discesa del Moncenisio, Novalesa, pare avere un ghetto ebraico i cui residenti hanno l’esclusiva del commercio di questa ricchezza. Verso la fine del secolo la sua compravendita viene regolamentata rendendola meno redditizia, ma le acciughe? Si continua a commercializzarle: nel frattempo si sono imposte nei gusti e nelle abitudini alimentari dei piemontesi, tanto da vantare la nascita di un nuovo mestiere, l’acciugaio. A svolgerlo solitamente montanari, che approfittano del fermo dei lavori agricoli e partono con carretti in legno, dipinti d’azzurro, per venderle stipate, sotto sale, in botti o in latte variopinte, ai contadini piemontesi che possono acquistarle settimanalmente in modeste quantità. Provengono dalle coste genovesi o direttamente dalla Spagna per la varietà “rossa”. Diversa natura ha invece il monopolio della commercializzazione del tabacco, introdotto più per proteggere una produzione quasi interamente nelle mani dei Savoia, che per accrescere l’Erario pubblico, tanto è vero che per agevolarne l’esportazione verso la Francia, nei pressi della frontiera sono stati istituiti punti di vendita, in cui, rispetto ai prezzi correnti all’interno del Regno, si praticano sconti dell’ordine del 20–25%. Questa pratica commerciale, non proprio corretta, crea frequenti incidenti frontalieri e finisce per favorire la diffusione di un traffico illecito interno allo stesso Regno Savoiardo: inizia a circolare tabacco formalmente acquistato per essere esportato Oltralpe, ma di fatto rivenduto entro i domini piemontesi. Un ulteriore flusso di contrabbando è alimentato da alcune merci, utilizzate come materie prime dalle industrie dell’epoca, quali cuoio, pellame e stracci, per le quali, fin dal 1730, esistono una serie di vincoli all’esportazione, nel tentativo di tutelare la ancora fragile industria manifatturiera piemontese. Nonostante i divieti, la situazione deve evidentemente peggiorare: nel 1770, gli industriali innoltrano accorate lamentele all’Intendente Generale. Sostengono che molte fabbriche hanno chiuso a causa del contrabbando verso la Francia, dove fortissima è la richiesta di quelle materie prime da parte delle manifatture locali. Un esempio ne sono i famosi panni di Colmar, una cittadina in Alsazia, ai piedi del massiccio montuoso dei Vosgi e nota, ancora oggi, per il suo quartiere, risalente al XVII-XVIII secolo, dei conciatori: qui arrivano, con i contrabbandieri, i cuoi da lavorare e se ne vanno, con gli stessi, altri manufatti tessili. Agli inizi del 1800, il Regno di Sardegna continua ad essere un eterogeneo e frazionato insieme di territori, legati alla dinastia regnante da vincoli di carattere feudale e patrimoniale: le provincie “di qua e di là del mare” e quelle “di qua e di là dei monti” sono separate non solo da reali confini geografici, ma soprattutto da diversità di lingua, di tradizioni culturali, di leggi, consuetudini e privilegi. Con l’Unità d’Italia, il traffico clandestino cresce di intensità per l’aumento del prelievo doganale, in un primo momento in misura moderata, ma dal 1866, con l’inizio della guerra con l’Austria, in maniera più consistente e per il proliferare di vere e proprie organizzazioni di trafficanti, in grado di tessere e gestire le fila di cospicui traffici illeciti: le merci possono viaggiare in tutta la penisola e raggiungere anche i mercati più remoti. La formazione dei grandi stati nazionali determina una sostanziale modifica del modello tributario con l’abolizione di molti dazi interni, rafforzando però quelli alle frontiere: le gabelle doganali. L’imposizione di nuove frontiere politiche tracciate per dividere, spesso senza alcun criterio logico, popolazioni affini per patois, cultura, tradizioni e usanze, ostacolando ogni genere di scambi, da quelli commerciali a quelli prettamente lavorativi, come le attività d’alpeggio, ha portato a restrizioni sulla movimentazione di talune merci e alla tassazione con dazi elevati di altre. A tutto ciò va aggiunta la creazione, da parte dei Governi nazionali, dei monopoli sui prodotti di primaria necessità. Il contrabbando, quindi, si sviluppa anche insinuando, fra i montanari, l’idea di vendere le mercanzie estere con un remunerativo beneficio economico, un reddito accessorio: una sorta di commercio transfrontaliero. Tutto ciò fa si che questo fenomeno fin verso il primo terzo del XX secolo è la forma di evasione fiscale che maggiormente incide sulle entrate erariali, per cui lo Stato molto si attende dall’attività repressiva del Corpo delle Guardie Doganali del Regno d’Italia, istituito con la Legge n°616 del 13 maggio 1862, composto da 14.073 uomini. Il Corpo ha come compito principale la: “repressione del contrabbando e la tutela dei dazi, la cui riscossione è affidata all’Amministrazione delle Gabelle”. I Comandi di Divisione, dai quali dipende il servizio di vigilanza doganale dei confini alpestri, sono essenzialmente cinque, fra cui il Circolo ed il Distretto di Susa, articolati nelle Luogotenenze di Oulx con le Brigate di Champlas du Col, Bousson, Clavières, Cesana, Boulard, Melezet, Bardonecchia ed Oulx e in quelle di Susa con le Brigate di Giaglione, Bard, Ferrera, Novalesa, Venaus, Exilles e Susa stessa. I minuscoli reparti, con organico di quattro-sei uomini sono ubicati proprio lungo la linea di frontiera, ad intervalli più o meno regolari: il contrabbando può essere contrastato efficacemente solo con una vigilanza attiva e ininterrotta, con gravosi turni di vedetta, perlustrazione ed appostamento. Dal 1881 il Corpo assume il nome di Guardia di Finanza. Sui confini alpestri, dunque, per oltre due secoli si fronteggiano e in taluni casi facendo uso, da una parte e dall’altra, delle armi, contrabbandieri e finanzieri. Non sono però neanche troppo inusuali le connivenze. Accanto al grandi illeciti di spietate ed efficienti organizzazioni, tuttavia, è sempre esistito un contrabbando minuto, di sopravvivenza, quello che da tempo immemorabile caratterizza la Valsusa, come le altre valli di confine con Francia e Svizzera. Il motivo principale di questo è l’utilizzo personale delle merci, o la rivendita finalizzata all’acquisto dei beni primari per sopravvivere nelle dure congiunture economiche di una montagna in quel tempo molto povera. I “nostri” contrabbandieri, fino alla Seconda Guerra mondiale, provengono dai ceti più umili della popolazione delle aree confinali, conoscono ogni pietra e si dedicano ai traffici illeciti non per arricchirsi ma per sopravvivere e arrotondare i magri proventi dell’agricoltura. In altre valli, come quella Varaita, ad esempio a Casteldelfino, non mancano anche religiosi. Altri, come le guide alpine, affiancano a questa attività extra anche quella del bracconaggio, come, ad esempio, il notissimo Antonio Castagneri di Balme nella confinate Val di Lanzo. Non bisogna poi dimenticare che la storia del contrabbando non è scritta soltanto dalle persone direttamente interessate: nei territori ove si pratica, una parte della popolazione vi partecipa spesso attivamente, fornendo assistenza logistica, aiuti materiali e personali. I contrabbandieri sono “gente di famiglia”. I finanzieri che danno loro la caccia non si trovano in condizioni economiche e sociali migliori. Sono in gran parte di provenienza meridionale, arruolati per sottrarsi ad un destino di fame e miseria. Nella Guardia di finanza hanno trovato uno stipendio appena dignitoso ed un rango sociale abbastanza elevato, ma riconosciuto solo nei luoghi di nascita, in cui tornano solo in caso di rari permessi o licenze. Nelle zone di confine invece sono malvisti e derisi perché ritenuti il braccio armato di uno Stato ingiusto e prevaricatore: fa poco per sollevare le condizioni economiche della popolazione e perseguita chi tutto sommato, si limita a trasportare merci da un luogo all’altro, anche se fra questi passa un confine, come da tempo immemorabile è abituato a fare. Sono ingiuriati e derisi quando, durante i turni di riposo, cercano svago nei paesi o nei locali pubblici. In questa situazione sono frequenti, nelle osterie, le risse con i paesani e i pestaggi dei contrabbandieri quando riescono a catturarli. Talvolta si spara.

Quella del contrabbando è una frontiera che divide ma nello stesso tempo unisce: crea collaborazioni transfrontaliere a causa di un legame solidale nato per motivi di carattere economico ed umano. In queste zone, endemico da secoli, è reputato un mestiere semilegale dalle popolazioni di entrambi i versanti: finanzieri e gendarmi sono nemici comuni da combattere perché con i sequestri sottraggono ad essi il frutto della loro fatica, spesso essenziale per la sopravvivenza della propria famiglia.

Il contrabbando, nei secoli XIX e XX, è sempre stato, a seconda dei periodi, più o meno fiorente tra la Valle Susa e l’Oltralpe, senza mai conoscere soste, neppure in presenza di conflitti armati, dove anzi ha contribuito, allo sviluppo di un’economia di guerra che ha arricchito pochi e impoverito molti pe l’illecito commercio di beni di prima necessità. Fra la Valle e la Francia si contrabbandano animali: mucche e pecore soprattutto. I prodotti più comuni però sono ancora il sale, poi zucchero, caffè, bevande alcoliche in genere, sigarette comprese le famose cartine Job Nervi di Genova, distribuite solo dai monopoli di tabacco. Si trasportano anche manufatti: corde, falci, scarpe, pelli in genere e telai. Il commercio è effettuato in piccole quantità, ma la continuità porta spesso a grandi quantitativi di merce trasportata. Normalmente il carico è portato in un unico tempo dal prelevamento alla meta, ma alcune volte, per eludere i controlli può essere temporaneamente celato, tutto o in parte, nei casolari alpini: il sale può essere sistemato negli strumenti da lavoro, come le zangole. Altre volte il malloppo è occultato nei mucchi di fieno da portare a valle: pratica ben conosciuta dalla Gendarmerie del Moncenisio che, nei controlli, infilza, con pertiche adeguate, il foraggio. Solo a partire dal secondo dopoguerra si paga con denaro: prima si pratica essenzialmente uno scambio di mercanzie. Cronache locali raccontano di un pastore che sale agli alpeggi del Vallon, una valle laterale di Nèvache, sulla dorsale divisoria con la Valle Stretta, a cui si presentano dei valsusini per scambiare alcuni sacchi di sale con tre montoni che riescono a portare in Italia dopo tre tentativi falliti di valicare il Col de l’Etroit du Vallon: le bestie si liberano, scappano e ritornano alla grangia dell’uomo. Poco più in alto della baita i Gendarmi francesi hanno installato un posto di dogana: i contrabbandieri, molto attivi su quel passo, riescono il più delle volte a farla franca. Di fatto nelle Alpi occidentali e centrali quasi tutti i passi alpini vivono episodi di contrabbando, generalmente di notte e in ogni periodo dell’anno: inverno compreso. In questa stagione, ovviamente, si registrano le disgrazie maggiori: uomini morti sotto le valanghe e animali persi a causa della neve ghiacciata. Come in tutte le zone alpine anche in Alta Valle Susa i sentieri più usati sono quelli meno controllati e frequentati, quasi sempre i più impervi perchè si snodano fra i 2.500-3.000 metri. Nella zona del Moncenisio i più praticati sono quelli che portano al Colle Clapier e all’Ambin, vie percorse in tanti secoli di storia dai Celti ai Romani, forse dagli elefanti di Annibale, sicuramente dai Valdesi e in alcuni casi anche lo stesso sorvegliatissimo Colle del Moncenisio. Si dice anche che alcuni abitanti del piccolo comune di Ferrera Moncenisio fanno contrabbando oltre confine, nulla di eccezionale. In paese si mormora delle ricchezze nascoste nelle case dei contrabbandieri, ricchezze che passando di bocca in bocca diventano un vero e proprio tesoro: nessuno però ne ha mai trovato traccia, finché ristrutturando una vecchia casa, dietro alla cappa del camino spuntano due monete d’oro: da allora null’altro. Nei territori di Bardonecchia e del Monginevro quelli più usati sono il colle della Pelouse, quello della Rho, il Colle de l’Etroit du Vallon, quello della Scala, il Col Gimont e il Col Bousson. In cima ai 2.553 metri del Passo del Desertes sono ancora visibili i resti di una caserma della Guardia di Frontiera a controllo di sentieri frequentati dai contrabbandieri. A ovest ci si affaccia sul paesaggio lunare dell’alta valle francese di Plampinet. Su alcuni di questi valichi transitano contemporaneamente anche gruppi, più o meno numerosi, di emigranti italiani non regolarizzati, accompagnati dai Passeurs, sempre montanari locali che conoscono, in questo caso, non solo perfettamente il territorio ma anche i movimenti dei Gendarmi.

Anche la religiosità popolare si interessa al contrabbando: a Termignon, in Haute Maurienne, vi è la chappelle de N.D. De la Visitation, conosciuta anche come N.D. du Poivre: il pepe e le spezie in genere sono contrabbandate fra le valli di Susa, Lanzo e la Savoia e pare che in paese vi sia un punto di rifugio dei contabbandieri e questi, per primi, sovvenzionano la costruzione di un oratorio, nel punto del loro ritrovo, detto du poivre come riconoscenza alla Madonna per le loro traversate indenni.

Si racconta anche che in una notte di fine XVIII secolo, due contrabbandieri di Nevache, carichi di sacchi di tabacco, arrivano dalla Valle di Susa, attraverso il Colle della Scala e mentre scendono verso il loro paese sono attaccati da due banditi armati di coltello. I due giovani scappano e si nascondono nei pressi di un grosso masso nascosto dai rovi, i malviventi, probabilmente meno pratici del posto, non li trovano e all’alba se ne vanno. I due onesti contrabbandieri fanno voto di edificare sul luogo una cappella dedicata a N.D. du Bonne Rencontre e all’interno vi accomodano un quadro che li ritrae inginocchiati davanti alla Vergine.

Immagine: Colle del Moncenisio

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Louis Mandrin: un contrabbandiere fra Delfinato e Savoia

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