Cappella di San grato di Rivoli, stazione del telegrafo ottico di Chappe

È possibile ricostruire la storia del telegrafo ottico di Claude Chappe che, provenendo da Parigi, passa per Lione e raggiunge, attraverso la Maurienne e la Valle di Susa, Torino, poi Milano e Venezia, sulla base di una documentazione molto accurata custodita a Parigi sulle mappe topografiche dell’Archivio e della Biblioteca Nazionale, sulle carte della Biblioteca del Ministero delle Poste e Telegrafo, poi a Chambéry negli Archivi Dipartimentali e in parte all’Archivio di Stato di Milano.

La struttura amministrativa, dipendente tutta e completamente da Parigi, a Torino, come a Milano e in ogni altra città italiana è ovviamente la stessa di tutta la Francia, basata su tre ordini di dipendenti: i Direttori, gli Ispettori e gli Sationnaires, gli Stazionari, incaricati della trasmissione dei messaggi, della manutenzione della stazione e della custodia dei costosissimi telescopi di fabbricazione inglese. L’estratto del Regolamento che inquadra la loro posizione, datato 15 gennaio 1795, così recita: “Gli operatori sono incaricati dell’utilizzo del telegrafo e della manutenzione di tutte le parti di cui è composto” e poi ancora: “Devono saper leggere e scrivere e devono rispondere a tutte le domande relative al meccanismo e al passaggio dei segnali”.

Nel 1811, al completamento fino a Venezia, la linea è divisa in Direzioni e Divisioni:

  • Lione che comprende la Quinta Divisione: Lione-St. Sulpice e la Sesta: St. Sulpice-Montgellafrey; –
  • Torino composta dalla Settima Divisione: Montvernier-Sardières, poco prima di Termignon, dalla Ottava: Termignon-Combe, alllora frazione di Frassinere e oggi come questa di Condove e dalla Nona: San Michele della Chiusa-Cocconato;
  • Milano formata dalla Decima Divisione: Villadeati, per la Lomellina-Milano S. Celso;
  • Mantova che comprende la Seconda Divisione cittadina: Milano, S. Maria del Paradiso-Mantova e la Dodicesima di Venezia che giunge in città.

A capo delle Direzioni sono posti i Direttori, sempre di nazionalità francese, sono i soli a possedere les vocabulaires: i cifrari. Godono di un trattamento economico, uno stipendio di 5.000 franchi, e di una stabilità di posizione che sicuramente fa invidia ai Prefetti.

Gli Ispettori, a capo delle Divisioni, fatta eccezione per l’italiano Cattaneo, sono anch’essi transalpini e hanno l’obbligo di conoscere la nostra lingua: nel 1805 percepiscono l’indennità di un Sottoprefetto: 2.400 franchi, portati nel 1808 a 3.000. Grazie al costo della vita, minore in Italia che in Francia, è una buona retribuzione. Sono tenuti a visitare una volta al mese le stazioni della propria Divisione accertando soprattutto che i cambi dei due addetti si svolgano puntualmente a mezzogiorno. Non sono rari episodi di malcostume: manipolazione ed elargizioni di salari, prezzi e condizioni di lavoro.

Le stazioni sono servite da stationnaires, spesso lodati con rimunerazioni ed encomi, ma anche severamente redarguiti perchè non mancano episodi di abuso, come quello di usare il telegrafo per comunicare fra loro. Scelti fra la popolazione locale, fra gli uomini in grado di trasmettere i segnali in francese e di muovere i meccanismi, sono due per posto: si alternano a mezzogiorno. Lo stipendio è lo stesso dei cugini transalpini: 1,25 franchi alla giornata.

Il passaggio delle Alpi comporta problemi logistici non indifferenti e non ultimo proprio quello del presidiare costantemente i “baraccotti” di legno edificati a quote anche elevate: fra i 1.000-2.000 metri e anche oltre.

Gli addetti durante l’inverno sono costretti a rimanere da soli per lunghissimi periodi: in questa stagione, con neve e gelo costantemente presenti, ricevono la stessa quantità di legna, o il prezzo corrispondente a 30-36 steri, dove 1 stero equivale a circa 4,5 quintali, di chi sta in collina o in pianura.

Nel 1808, dopo un rapporto del Direttore di Torino, ossia della Settima, Ottava e Nona Divisione della linea, il Lair, sulla durezza dell’inverno montano, quando polmoniti e congelamenti colpiscono gli addetti, in queste zone il salario viene elevato 1,37 franchi al giorno e la dotazione di legname al valore di 80 franchi.

Gli Stationnaires non lasciano per un solo istante la vista dei cannocchiali, puntati uno verso il posto telegrafico di destra l’altro verso quello di sinistra, per essere in ogni momento pronti a ripetere e trasmettere i segnali ricevuti.

Il metodo di trasmissione è molto semplice: seduto di fronte al meccanismo, l’occhio davanti al cannocchiale, l’uomo osserva il telegrafo indicatore, ripete il segnale rappresentato, si assicura immediatamente, guardando attraverso un secondo cannocchiale, che il segnale sia stato percepito e riprodotto. Guarda ancora dal lato opposto e ricomincia la stessa manovra fino al momento in cui una figura aerea particolare lo avverte che la trasmissione è terminata. Ogni segnale dura in media da venti a trenta secondi, ma per essere completato esige circa un minuto, cosa che permette di trasmettere un minimo di sessanta segnali all’ora.

Seguendo la classifica dei segnali ideati dai fratelli Chappe, la metà serve alla polizia della linea, l’altra ai dispacci.

Con il tempo, poi, per motivi economici l’operatore diventa unico per stazione: in servizio dall’alba al tramonto.

L’11 febbraio 1814 ancora il Lair, informa il Governatore Imperiale di Torino, il Principe Borghese, che la linea è stata tagliata dal nemico nei dintorni di Chambéry.

Non funzionerà mai più: il 6 aprile Napoleone abdica a Fontainebleau e lo stesso Direttore espone al Principe le critiche condizioni degli addetti al telegrafo, che non hanno potuto mettere da parte risparmi dati i modici compensi e, non ricevendo più lo stipendio, a breve saranno costretti ad abbandonare i loro posti per cercare un’altra occupazione. Chiede che gli vengano messi a disposizione i fondi necessari per pagare gli arretrati: non ottiene risposta.

Il 24 propone al Governatore, poiché la corrispondenza telegrafica con la Francia è interrotta da diversi mesi a causa della distruzione di molte stazioni, di smontare i telegrafi lasciandone gli attrezzi in mano degli addetti, a garanzia dei loro salari: misura sicura perchè quegli oggetti non vengano rubati. Nei giorni seguenti il Borghese lascia il Piemonte, dove un Governatore civile e militare, il Presidente del Consiglio di Reggenza, prende il potere e si insedia a Torino in rappresentanza di Casa Savoia.

Le installazioni della Divisione di Torino vengono distrutte: utensili e attrezzi, per la maggiore, venduti per compensare gli impiegati, ormai in credito di 4 mesi di compenso. Gli addetti della Sacra di S. Michele, come quelli di Grugliasco e Torino, ad esempio, nel momento in cui consegnano i cannocchiali vengono saldati.

Il 26 luglio 1814, dinnanzi al Giudice Prefetto di Susa, Pietro Paolo Cavalli, si presentano alcuni lavoranti del telegrafo per citare in giudizio Maurizio Charbonneau, savoiardo, da qualche giorno Capitano del Reggimento di Savoia, ma, fino alla caduta del governo napoleonico, Ispettore del telegrafo nella Divisione di Susa. Vogliono essere pagati: il Cavalli ordina, nell’interesse del Regio Governo, il deposito dei preziosi cannocchiali. Gli uomini ne consegnano sette, ma Charbonneau ne custodisce sei che intende restituire all’Amministrazione Telegrafica parigina, quindi al Governo Francese e pertanto non li consegna al Giudice.

Alla fine non si sa se l’Amministrazione di Parigi paga gli arretrati, forse questi sono versati dal Governo Sardo che recupera almeno parte delle attrezzature per conservarle, prima nei sotterranei torinesi di Palazzo Madama, per poi donarle, nel 1862, all’appena nato Museo Industriale: verrannno distrutti nell’incendio che segue i bombardamenti del 1943.

Gli unici edifici usati come stazioni e sopravvissuti, sulla linea Lione-Milano-Venezia, in Valle Susa, sono situati a Rivoli e Buttigliera: la Cappella di San Grato e la Torre della Bicocca.

La Cappella di San Grato di Rivoli.

Sorge sul punto più alto della Collina morenica, a ovest del Castello, nell’omonimo grande parco urbano, all’imbocco della Valle Susa, oggetto di una importante riqualificazione ambientale: ricco di vegetazione e percorso da numerosi sentieri (vedere foto in copertina).

È eretta, nella seconda metà del 1600-primi 1700, in luogo di un antico pilone votivo già dedicato allo stesso Santo, su disegni attribuiti a Michelangelo Garove: urbanista e architetto ducale sotto i Savoia che, nato a Chieri il 29 settembre 1648, progetta alcune delle più belle residenze nobiliari torinesi: il Palazzo Morozzo della Rocca, quello Taparelli D’Azeglio, il Palazzo Asinari di San Marzano, quello dei Ripa di Giaglione e il Palazzo Dal Pozzo della Cisterna. È impegnato anche in costruzioni di fortificazioni e chiese, nel 1699 Vittorio Amedeo II gli commissiona la ristrutturazione della Reggia di Venaria dove il Garove stesso ha una camera e nel 1709 quella del Castello della Mandria. Tra il 1703 e il 1713 mette mano al castello di Rivoli: è in questa occasione che, probabilmente, i lavori riguardano anche la cappella. L’anno della sua morte, avvenuta il 22 settembre 1713, consegna, sempre a Vittorio Amedeo II, il progetto del nuovo Palazzo dell’Università di Torino, voluto e affidatogli dal Sovrano in persona.

Un po’ più in basso, rispetto alla chiesetta, sorge una torretta cilindrica, spesso indicata essa stessa come stazione: è una costruzione ottocentesca con aperture in stile goticheggiante e un importante portale neoclassico, ora asportato per rendere possibile l’ascesa alla cima mediante una comoda scala metallica a chiocciola, troppo elegante per essere stata edificata per il telegrafo napoleonico che utilizza edifici esistenti o nuove costruzioni modestissime. Goffredo Casalis, poi nel 1851, come già detto, nel suo Dizionario Geografico-storico-statistico-commerciale di S.M. il Re di Sardegna, è esplicito nell’identificare la Cappella come sede di stazione.

Torre ottocentesca erroneamente ritenuta sede del telegrafo ottico di Chappe
Torre ottocentesca a pochi metri della cappella: ritenuta erroneamente sede del telegrafo

La Torre della Bicocca a Buttigliera.

La seconda stazione ancora in piedi, anche se in condizioni molto precarie, è posta su un piccolo promontorio, fra Buttigliera e Ferrera, dai fianchi scoscesi, un cordone secondario della collina morenica, ricoperto di fitta vegetazione.

È piantata a 411 metri di altitudine.

La struttura è a forma cilindrica: in Valle ha un’unica gemella, quella di Villardora, detta Del Colle.

È innalzata con pietre e massi di piccole dimensioni di provenienza locale e ha un diametro di circa 4 metri, una circonferenza di circa 12. L’altezza ora di 14 metri, all’origine era di 15,4, infatti Goffredo Casalis, sempre nel suo dizionario, così la descrive: “Sul rialto detto della Bicocca, che quivi sorge, si va facilmente eziando con i carri. Esistevi una torre antichissima, rotonda dell’altezza di cinque trabucchi che già servì per segnali di corrispondenza militare…” e il trabucco, una misura lineare piemontese, nel 1833-34, corrisponde a 3.086 metri.

L’accesso è posto a un’altezza di circa 7 metri, per accedervi probabilmente si usa una scala in corda più facilmente ritirabile all’interno viste le dimensioni ridotte della costruzione.

Originariamente l’edificio era sovrastato da una piattaforma quadrata ed ospitava un focolare e un camino per i tiraggi dei fumi: serviva per segnalazioni notturne.

Poggia su un basamento poco profondo, all’incirca 1 metro, rinforzato da grandi blocchi di pietra ancora visibili nel sottobosco, ma divelti da cercatori di fantomatici tesori che la Torre, secondo alcune leggende, custodisce. D’altra parte su essa aleggiano altri racconti popolari che narrano di ossa di cavalli che emergono dal suolo durante le arature, i toponimi dialettali di due zone limitrofe: Pera Mala, Pietra Cattiva e e Ruinaas, Rovinaccia, evocano altre inquietudini e anche il Ponte Sanchino, U Sanchin, che supera il canale di Rivoli a valle della torre, è legato a azioni di brigantaggio.

Torre della Bicocca, Buttigliera. Stazione del telegrafo ottico di Chappe
La Torre della Bicocca a Buttigliera

Ai piedi della collina, a levante ed a ponente, vi sono due zone pianeggianti largamente coltivate, dove appaiono soltanto più le vestigia degli estesi vigneti che ricoprivano, fino a un’ottantina di anni fa, una gran parte del territorio.

Delle sue origini non vi è traccia. Il suo coronamento superiore decorato con motivi architettonicamente definiti a “dente di sega” ha un’analogia con la torre del Castello di Villardora, costruita fra il 1440 e il 1444, ma l’impianto murario è più simile a Torre del Colle, sempre di Villardora, che fa la sua prima comparsa come toponimo nel 1333. Non è quindi azzardato che l’edificazione si possa riferire al 1400, quando il comune è ancora una dipendenza di quello di Avigliana.

Durante il XIII e XIV secolo Tommaso I potenzia il sistema difensivo della Bassa Valle gravitante attorno al castello di Avigliana: organizza un sistema di comunicazioni fra Susa e Torino. I castelli e le torri di segnalazione comunicano tramite fumate, fuochi, bandiere o specchi. Da Torino si trasmette a Rivoli, da qui al castello di Avigliana passando per la Bicocca o la torre di Casellette. Da Avigliana la notizia giunge a Villar Focchiardo attraverso la Sacra di San Michele o Torre del Colle di Villar, così è chiamata Villardora. Da qui il messaggio prosegue verso il castello di San Giorio, per poi raggiungere le sentinelle di guardia a Mattie o Meana che la trasmettono a Susa. La presenza di una doppia rete di comunicazione, sulla destra e sulla sinistra orografica della Dora, permette lo scambio anche in condizioni atmosferiche avverse. La funzione notturna di «fanale», della Torre è ancora rilevabile su una cartolina postale dei primi anni del 1900.

La Torre, però, è citata la prima volta solo il 2 maggio 1619: è la presa di possesso del feudo di Buttigliera, che comprende la Bicocca e il castello San Tommaso, da parte del Conte Giovanni Carron, appartenente a una delle famiglie europee più antiche, probabilmente in Piemonte prima dei Savoia. Originari del Bugey, nel dipartimento dell’Ain, passano a Chambéry e poi a Palazzo Lascaris a Torino. Il Duca Carlo Emanuele I concede il feudo in cambio dei servizi resi dal nobile come Segretario di Stato e della Provincia. Sono affisse “le armi ducali in evidenza sulle piazze di Buttigliera, Uriola e Case di Nicola, oltre che sulla torre della Bicocca”.

Una seconda citazione compare in un’ordinanza del 1799 emessa dal comandante delle truppe francesi attestate nella zona per fronteggiare gli austro-piemontesi durante la seconda campagna d’Italia di Napoleone: ordina al Comune ed in dettaglio a una serie di cittadini elencati per nome e cognome, primo fra tutti il marchese di San Tommaso, di rifornire di viveri il distaccamento piazzato al Fanale della Bicocca.

Con l’installazione sull’altura di San Grato, a Rivoli, del telegrafo ottico Chappe, la torre è inserita nella linea di trasmissione Milano-Torino-Lione, ma dopo il dissolversi dell’Impero napoleonico viene abbandonata. Se ne ritrova traccia nel 1912 alla morte dell’ultima dei Carron: la contessa Clementina nel suo testamento lascia tutti i suoi beni, torre compresa, alle Suore del Sacro Cuore.

Articoli precedenti:

“Le télégraphe aérien” in Val di Susa: il telegrafo ottico di Claude Chappe. La storia

Le télégraphe aérien” in Val di Susa: il telegrafo ottico di Claude Chappe. Il funzionamento e la costruzione della linea Lione-Milano

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