Abbazia di Praglia

In questi lunghi mesi di pandemia, la prudenza e i decreti ci hanno imposto un lungo periodo di astinenza da viaggi importanti. Difficile molte volte fare altrimenti o far volare l’immaginazione quando si è comodamente seduti sul divano di casa. Eppure noi, in questo sito-blog, ci abbiamo provato a stimolarvi con la pubblicazione di tanti articoli riguardanti abbazie e monasteri. Con un filo conduttore: San Benedetto e le abbazie benedettine.

San Benedetto è il patrono d’Europa. Forse in pochi lo sanno, sicuramente non in molti se lo ricordano. Eppure il santo di Norcia, patriarca del monachesimo occidentale ed ideale fondatore dell’ordine benedettino nel VI secolo, è patrono del Vecchio Continente da tempo. Precisamente, dal pontificato di Paolo VI, papa che amava non a caso la vita monastica e che aveva frequentato assiduamente in gioventù monasteri e abati.

Raccontarvi la storia delle abbazie e dei monasteri ha lo scopo, tra gli altri, di spingervi ad organizzare un ideale percorso da trasformare in vero e proprio viaggio; quando sarà possibile. Ma perché proprio un viaggio sulle orme di San Benedetto, oggi, nel 2021? Perché ormai siamo un Paese senza memoria, e non avere memoria significa perdere la nostra storia, la nostra cultura, il nostro sapere, le tradizioni. La Regola benedettina ha lasciato lungo i secoli un solco profondo nella nostra storia e in quella europea. Capire il messaggio benedettino consente di rileggere e di interpretare queste tracce indelebili ma dimenticate.

Non tutti sanno ad esempio che i monaci Benedettini hanno letteralmente costruito il paesaggio europeo per come lo conosciamo oggi. Fedeli alla loro regola dell’ora et labora, i monasteri per lunghi secoli sono stati il motore economico e culturale d’Europa, centro di sviluppo tecnologico, cuore agronomico e idraulico; erano innovatori senza posa in qualsiasi ambito. L’Europa è una terra profondamente lavorata, un paesaggio benedettino. In quello spazio naturale che circonda i monasteri esiste un equilibrio ecologico, un’attenzione maniacale a che tutte le componenti siano messe in ordine e in relazione tra di loro. Risultato che dona sempre un senso di serenità interiore.

L’eredità pratica e concreta dei benedettini la si può trovare nei vecchi saperi contadini, nelle pratiche rurali acquisite da secoli che però da lì vengono. Saperi dati per acquisiti e su cui non si fanno mai domande. Se le si facesse arriverebbero sempre da lì: sono sgorgati dalla Sancta Regula dettata da San Benedetto da Norcia nel VI secolo. Parlare solo dell’ora et labora è comunque riduttivo.

La Regola non si limita solo all’ora et labora, ma aggiunge anche “et lege et laetitia”. Ovvero la cultura e la letizia. Cultura nel senso primario di lectio divina certamente, ma anche di produzione di sapere da conservare e tramandare in quei particolarissimi scrigni di sapienza che erano le biblioteche e gli scriptoria. E poi il dovere della letizia, che non è la rivendicazione del diritto alla felicità, ma piuttosto un dovere verso il mondo. Una condizione di vita che si instaurava all’interno della vita comunitaria monastica che oggi, invece, andiamo a ricercare ovunque forzosamente; ma che alla fine non sappiamo trovare.

Nei monasteri, invece, si percepisce quel senso di sollievo dalle durezze del mondo che difficilmente nelle nostre società è possibile trovare. Le chiese non sono più luogo di rifugio, sono luoghi dove si può andare semplicemente per stare con se stessi, o al fresco. Ed è molto, oggi, assediati come siamo dalle pressioni economiche e non solo della vita moderna.

Luoghi di religione, certo, ma pronti ad accogliere chiunque, laico, agnostico e fedele di altri credi. Senza però quel concetto missionario e quella necessità di conversione che hanno avuto altri ordini. Perché i benedettini non ti convertono, ti seducono. Ti aprono le porte del monastero con la loro magnifica, parca, ospitalità, e con la semplice bellezza dell’esempio, con la meraviglia dei canti e della liturgia, arrivano a toccarti certe corde nascoste. Non vogliono cambiare il mondo, ma se entri in contatto con loro torni trasformato. E poi dentro le abbazie si fanno sempre incontri importanti. Parole semplici e illuminanti, disse un abate francese, quando gli chiesero una definizione del monachesimo benedettino e del suo ruolo:

“Sono un pastore della comunità, ma un cane pastore: cerco di governarla senza costruire muri”. E forse è il messaggio benedettino più importante da passare oggi a quest’Europa confusa e con chiari segni di decadenza. L’Europa così come la conosciamo parte da San Benedetto da Norcia, e sarebbe bene che ogni tanto ce lo ricordassimo.

Spunti tratti dalla lettura di Il filo infinito, di Paolo Rumiz, Feltrinelli, 2019.

Per un esempio del lascito della Regula, vi consigliamo di leggere Manager alla scuola di San Benedetto

Di Claudio Bollentini

Presidente di Monastica Novaliciensia Sancti Benedicti - https://www.linkedin.com/in/claudiobollentini/

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *