Abside affrescato della Cappella di Sant'Eldrado a Novalesa

Parte prima

Come accade per tutti i personaggi che hanno lasciato un segno nella storia, la vita dell’abate Adraldo, vissuto nell’XI secolo, è strettamente intrecciata con il contesto sociale, storico e politico della sua epoca: epoca caratterizzata dalla riforma gregoriana, faro di sapienza, di pace, di rinnovamento di costumi, di vivacità spirituale in un momento storico complesso, spesso definito, come “secoli bui”.

Si tratta di una “storia dell’anno Mille” nel senso letterale del termine (difatti si dipana tra i primi decenni e gli anni settanta del secolo decimo primo), della parabola ascendente di una delle personalità più significative e determinanti della storia dell’Abbazia di Novalesa, una parabola che inizia a Vendome, poi continua a Cluny, passando per Payerne e Breme, per concludersi a Chartres, con una delle cariche ecclesiastiche più ambite, la cattedra episcopale di una delle maggiori diocesi di Francia, il tutto in un ambito storico di alta fluidità e conflittualità politica tra i poteri emergenti e quelli consolidati sia al di qua che al di là delle Alpi.

Questo a livello storico-religioso. Ma esiste anche, nello studio della vita di Adraldo, un aspetto umano che lo stesso racconto dei fatti storici talvolta non mette eccessivamente in luce: si tratta di una vita spiritualmente ricca, con amicizie e sodalizi di altissimo livello, di una fine sensibilità e di un altissimo prestigio culturale che aggiunge a Novalesa, una pietra nuova nella ricostruzione di un passato su cui molto si è scritto e dibattuto, ma molto rimane da indagare e da scrivere.

Le vicende umane e religiose di Adraldo si presentano frammentarie, poiché non sempre i documenti sono completi ed esaurienti e non sempre si sono conservati fino ad oggi, ma è comunque possibile tracciare un quadro efficace dei momenti salienti della sua biografia e dell’incisività che la sua energica azione riformatrice e il suo amore per il sapere ebbero anche a Novalesa.

Arraldus, quem Ayraldum et Adraldum vocant alii, ex monacho Vindocinensi, abbas Bremetensis in Italia, Carnotenses insulas adeptus…

Trad: Arraldo, che altri chiamano Ayraldo e Adraldo, primo monaco vindocinense, abate bremetense in Italia, vescovo di Chartres…

La vita di Adraldo è racchiusa in questa frase che ne sintetizza il percorso e che rappresenta il punto di partenza della sua storia. Una storia che si dipana tra i complessi equilibri di potere dell’aristocrazia laica e religiosa del suo tempo, attraversando Francia, Italia, Svizzera e unendo le tre nazioni nello spirito della riforma cluniacense.

Nel 1032 a Vendome viene iniziata la costruzione dell’abbazia benedettina della Trinità ad opera di Geoffroy Martel, conte di Vendome. L’abbazia fu dotata di possedimenti significativi nel Vendomois. Il conte Geoffroy Martel, secondo una leggenda, fece all’abbazia della Trinità l’importantissimo dono della Santa Lacrima: si trattava di una lacrima versata da Gesù sulla tomba di Lazzaro e che era stata racchiusa in un contenitore rotondo di cristallo.

Vincitore dei Saraceni, Geoffroy avrebbe ottenuto la preziosa reliquia dall’imperatore di Costantinopoli e ne avrebbe fatto dono all’abbazia di Vendome.

Leggendario o veritiero il racconto, sta di fatto che la presenza della Santa Lacrima fece dell’abbazia, nei secoli a venire, un importante centro di pellegrinaggio. Fu quasi certamente qui che Adraldo seguì la vocazione e divenne monaco. In effetti nel Cartario di Breme viene definito chiaramente come “ex monacho Vindocinensi”. E fu certo in questo santo luogo che Adraldo iniziò a respirare quell’atmosfera imbevuta in erudizione e di amore per il sapere e per la conoscenza che fu un tratto distintivo di tutta la sua vita, elogiato e ricordato anche da S. Pier Damiani.

Per qualche tempo si perdono le tracce di Adraldo, finchè non lo si trova citato nel 1048 come monaco cluniacense: in particolare è presente a Souvigny nei momenti precedenti la morte dell’abate Odilone di Mercoeur, di cui è stato discepolo.

Il ruolo di Adraldo nell’abbazia cluniacense diviene ancora più definito dopo l’elezione del nuovo abate: Ugo di Semur, appartenente a una nobile famiglia dell’aristocrazia borgognona.

Con Ugo di Semur, Cluny vivrà uno dei momenti più alti della sua storia e sarà il punto di riferimento più significativo dell’Occidente cristiano; il suo lungo abbaziato (morirà nel 1109 dopo aver retto per 60 anni l’abbazia), vede protagonista anche Adraldo che diviene saggio e fidato consigliere di Ugo.

disegno architettonico dell'esterno dell'Abbazia di Cluny
Abbazia di Cluny

Sono gli anni dei viaggi, tra cui quello con Pier Damiani in Gallia, e delle amicizie fraterne con Desiderio (Abate di Montecassino e futuro papa col nome di Vittore III), Ildebrando di Soana (divenuto papa col nome di Gregorio VII), Umberto di Silacandida, Anselmo da Baggio (futuro papa Alessandro II). Sono gli anni della riforma di cui questi religiosi si collocano a capo, operano attivamente alla riforma dei costumi ,combattono la simonia e il concubinato del clero.

È anche il periodo in cui Adraldo, da Cluny, viene inviato come priore nel monastero di Payerne (Peterlingen), nella diocesi di Losanna (nella Svizzera occidentale), prima del 1060. Sull’operato di Adraldo a Payerne non è, purtroppo, rimasta altra traccia se non la certezza documentaria che resse il priorato in modo eccellente .

Successivamente all’esperienza di priore di Payerne, a partire presumibilmente dal 1060, Adraldo è abate di Breme e, quindi di Novalesa, i cui monaci, si trasferiscono a Breme a seguito delle incursioni saracene del X secolo. Nello stesso anno (1060), Adraldo è presente a Roma al Concilio Laterano che depone l’antipapa Benedetto X a favore di papa Nicola II.

Nel 1063, Pier Damiani si reca in Gallia come Legato Pontificio, con una piccola comitiva di cui fa parte anche Adraldo, abate bremetense, il quale, oltre a essere il prezioso consigliere dell’abate Ugo, diventa anche primo consigliere di Pier Damiani.

Nel lungo e periglioso viaggio in Gallia, Pier Damiani ha modo di apprezzare la personalità e le innumerevoli doti di Adraldo, e scrive al termine del viaggio, nel 1064, un’eccezionale attestazione di stima e di amicizia.

Poco tempo dopo, nel 1066, a riprova della sua autorevolezza e della sua fama, lo troviamo a presiedere il Capitolo dei monaci di San Michele della Chiusa, nel quale viene eletto abate il venerabile Benedetto.

fotografia in bianco e nero della Chiusa di San Michele vista dalla valle
Sacra di San Michele

Gli anni 60 del secolo XI coincidono anche con l’abbaziato di Adraldo a Novalesa. Sono anni di rinascita per il monastero novalicense, dal momento che, finalmente la minaccia saracena è stata allontanata, e in tutta la Valle di Susa si procede alla ricostruzione e al restauro di quanto era stato distrutto durante le scorrerie arabe. I monaci benedettini alla fine del X secolo possono ritornare alla Novalesa, che rinasce come priorato dipendente da Breme. Nei decenni successivi, soprattutto su iniziativa di Adraldo, inizia una campagna di lavori grandiosa per riportare l’abbazia agli antichi fasti e per riaffermare la superiorità rispetto alle altre realtà concorrenziali sorte o sviluppatesi nel frattempo nella zona (San Michele della Chiusa, S. Giusto di Susa, la prevostura di Oulx).

Non sono anni facili per l’abbazia novalicense poiché si rende necessario recuperare quelle potenzialità egemoniche che si sono interrotte agli inizi del X secolo con la fuga prima a Torino e poi a Breme; si tratta altresì di gestire un rapporto conflittuale con gli Arduinici, detentori di un’articolata e cospicua proprietà patrimoniale.

Fonte: Tra Novalesa e Chartres – Adraldo e la Renovatio novalicense nell’XI secoli di Giuliana Giai

Di Emerenziana Bugnone

Socia Monastica Novaliciensia Sancti Benedicti, volontaria culturale e accompagnatrice.

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