Principato di Lucedio, Abbazia

La grande abbazia di Lucedio, nel cuore delle campagne del vercellese, immersa in un verde incontaminato, è una vera sorpresa.

Un sito che pur non lontano dalle città, non è molto conosciuto, ma che invece riluce di una bellezza davvero insolita, una cura meticolosa, un ordine che lascia stupiti coloro che come me, giungono davanti al suo cancello quasi per caso.

Un luogo che ha fatto la storia, l’ha vista passare, fermarsi. L’abbazia è posizionata lungo la Via Francigena, fu strategica anche per lo sviluppo socio economico del territorio e divenne un fiorente centro di potere politico. Ben tre furono i Pontefici che sono passati da qui.

Altro elemento molto importante, Lucedio è di fatto la culla del riso italiano: da qui si sviluppò il territorio delle Grange, aziende agricole che si intervallavano su un ampio comprensorio agricolo, ottenuto grazie alle opere di disboscamento e livellamento dei terreni.

Il sistema delle grange è stato diffuso in Italia e in particolare nella pianura padana dai monaci cistercensi, ordine religioso di origine francese che nei secoli XII e seguenti fu protagonista, soprattutto tra Piemonte e Lombardia, di una rinascita agricola con grandi opere di bonifica in zone acquitrinose o comunque con il dissodamento delle terre incolte.

Le terre recuperate garantivano in genere una buona produttività e i monaci cistercensi introdussero il sistema della rotazione triennale. Organizzarono le loro proprietà agricole per mezzo di aziende agrarie che dipendevano dal monastero, e, secondo l’uso francese antico, le denominarono “grange”.

Con il termine grangia si venne perciò a indicare sia la struttura edilizia (che normalmente risente dei canoni edilizi d’oltralpe) sia la struttura organizzativa, emanazione dell’abbazia che ha il compito di provvedere alla fornitura di generi alimentari, in primo luogo il grano, per i monaci dell’ordine. Da questa preferenza per le colture cerealicole, grangia è anche il termine usato come sinonimo di granaio.

Le grange iniziarono a diffondersi come strutture sussidiarie ai monasteri col diffondersi delle prime grandi abbazie territoriali dopo la diffusione del monachesimo in occidente. Ebbero ad ogni modo il loro periodo di massimo splendore tra XII e XIV secolo, segnando nel contempo il periodo d’oro dei principali istituti monastici. Le grange sorsero prevalentemente in Francia e in Italia dove, accanto a vasti appezzamenti di terreni, si trovavano comunità sufficientemente autonome. La loro diffusione fu fondamentalmente ispirata dalla regola di San Benedetto secondo la quale i monasteri dovevano essere in grado di fornire alla vita dei monaci che li abitavano tutto il necessario in maniera indipendente.

Il grande complesso di Lucedio fu fondato nel 1123 da monaci cistercensi provenienti dal monastero di La Ferté a Chalon-sur-Saône, in Borgogna, sui terreni del marchese Ranieri I° del Monferrato della dinastia degli Aleramici, caratterizzati dalla presenza di zone paludose e boscaglie.

Una volta resto fertile il terreno, seminarono tra le diverse coltivazioni anche i primi chicchi di riso. Nacque così la prima risaia italiana, che diede il via alla storia della coltivazione del riso nel vercellese e nei territori vicini del novarese e pavese.

Inizialmente era una struttura fortificata che assunse in seguito la denominazione di Abbazia di Santa Maria di Lucedio.

Nel corso del XII, XIII e XIV secolo la sua fama crebbe costantemente, per merito di abati che unirono felicemente spiritualità e fervore di opere, come il beato Oglerio da Trino che la governò dal 1205 al 1214.

L’abbazia ebbe un ruolo di primo piano nella storia del Marchesato del Monferrato, infatti, molti marchesi decisero di farne il luogo del loro riposo oltre la vita.

Il patrimonio terriero dell’abbazia si estendeva ben oltre le terre prossime al monastero, comprendendo gli appezzamenti dislocati in un’area tra il Monferrato e il Canavese, con un sistema di gestione che si basava sulla suddivisione dei possedimenti del monastero in grange, a capo di ciascuna però non c’era un monaco, ma un converso che doveva far fruttare la grangia.

I conversi, che coordinavano il lavoro dei liberi contadini salariati, rispondevano a loro volta al cellerario, un monaco che curava, per conto dell’abate, l’amministrazione dell’intera abbazia.

Nel 1457, con una breve di papa Callisto III, il monastero divenne una Commenda, posta sotto il patronato dei Paleologi, marchesi del Monferrato.

Con la fine della dinastia dei Paleologi, il feudo passò ai Gonzaga, subentrati a Casale nella reggenza del Monferrato; mentre i Savoia avevano iniziato ad avanzare dei diritti sul monastero, ma solo nel 1707 ci riuscirono.

Nel 1784, dopo un periodo di attriti con la diocesi di Casale per la nomina dell’abate commendatario, l’abbazia fu secolarizzata e le sue grange divennero parte della Commenda Magistrale dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro, mentre i monaci cistercensi, ormai una decina, furono trasferiti a Castelnuovo Scrivia. Fu nel 1792 che l’Ordine di San Maurizio conferì la commenda al duca Vittorio Emanuele I di Savoia, ma subito dopo il monastero cadde nei decreti napoleonici di soppressione degli ordini religiosi.

Napoleone cedette la proprietà di Lucedio a Camillo Borghese, come parziale risarcimento delle collezioni d’arte che gli erano state requisite a Roma.

Con la fine dell’impero, ci fu una disputa tra Camillo Borghese e i Savoia sul possesso di Lucedio. Alla fine le proprietà vennero divise in lotti e cedute a varie personalità locali, come il padre di Camillo Benso, conte di Cavour.

Il complesso di Lucedio passò sotto il controllo del Marchese Giovanni Gozzani di San Giorgio che nel 1861 cedette la tenuta al duca genovese Raffaele de Ferrari di Galliera, cui i Savoia conferirono il diritto di fregiarsi del titolo di Principe.

Nacque così il Principato di Lucedio, denominazione che appare ancora adesso sul portale d’ingresso della tenuta, oggi della famiglia Cavalli d’Olivola.

Lucedio, con la cinta muraria che lo racchiude, attualmente si presenta come una grande e moderna azienda agricola. Dell’antico monastero medievale, si sono conservate le strutture architettoniche: l’inconsueto campanile a pianta ottagonale in stile gotico-lombardo, poggiato su una preesistente base quadrata; il chiostro, la bellissima aula capitolare della metà del XIII° secolo con colonne in pietra e capitelli di foggia altomedievale; la suggestiva Sala dei Conversi le volte a vela che poggiano su basse colonne.

L’antica chiesa abbaziale (che si fa risalire al 1100), fu abbattuta per far posto a una nuova chiesa edificata in eleganti forme barocche tra il 1767 e il 1770.

Sempre all’interno della cinta muraria, si trova una seconda chiesa: la cosiddetta chiesa del popolo, costruita nel 1741 per le funzioni sacre destinate alle famiglie contadine e alla gente comune abitante in Lucedio. Ridotta poi a deposito agricolo, conserva le sue linee tardo barocche.

Proprio di fronte all’Abbazia di Lucedio, sorge il “Bosco delle Sorti della Partecipanza”, un’area naturale protetta piemontese, istituita nel 1991 che occupa una superficie di 584 ettari. La tutela del parco si estende ai complessi architettonici dell’Abbazia di Lucedio, di Montarolo e di Madonna delle Vigne, facenti parti di quelle comunità agricole monastiche denominate grange. Un’area naturale importante e preziosissima che ha una storia antichissima, legata ai Celti, ai Liguri e ai loro culti, a Lucedio, alle grange, e dove da oltre 800 anni vige un particolare sistema giuridico per il suo sfruttamento.

Il bosco delle sorti, è una vera o propria oasi verde nel cuore della zona destinata a risaia, è ciò che rimane di quella grande foresta estesa da Crescentino a Costanzana.

Un’area sottoposta a vincolo, che rappresenta un piccolo residuo, quasi unico, di foresta planiziale, estesa da Crescentino a Costanzana.

Ovvero una delle grandi foreste che ricoprivano un tempo la pianura padana e che furono quasi totalmente abbattute nel Medioevo nell’ambito di grandi opere di bonifica agraria. La fitta selva millenaria che anticamente occupava questo territorio fu ridotta dall’opera di risanamento e venendo limitata al rilievo di Montarolo. La Partecipanza è il nome di una associazione di famiglie alla quale Bonifacio I, marchese del Monferrato, nel 1202 diede in concessione l’uso dell’area boschiva. Fissando rigide regole di gestione dei tagli, cui dovevano sottostare i “partecipanti” cioè le famiglie che partecipavano alla gestione e al reddito del bosco.

Il Bosco delle sorti è potuto arrivare fino ai giorni nostri, proprio grazie a queste rigide regole e alla gestione dei tagli, che sono in vigore ancora oggi a distanza di oltre 800 anni. E nel servizio di Geo, è stato mostrato come ancora oggi il bosco sia regolato secondo quest’ usanza, cui partecipano gli abitanti della zona, che gestiscono un appezzamento a loro assegnato, per fare esclusivamente legna da ardere e non da vendere, dando così una mano, alla pulizia del bosco stesso e al suo rinnovamento.

Ogni anno una zona a rotazione del bosco viene messa al taglio, quindi suddivisa in un determinato numero di aree minori dette “sorti” o “punti”. Ciascun “punto” è quindi a sua volta diviso in quattro parti, da qui il nome di “quartaroli”. A ogni punto è assegnato un numero e i Partecipanti sono chiamati annualmente, nel mese di novembre, a estrarre a sorte uno dei “punti”. La sorte deciderà in quale zona ciascun socio avrà diritto di abbattere uno o due “quartaroli” di ceduo. Per questo il Bosco è detto “delle Sorti”. Il lavoro nel Bosco era, un tempo, cadenzato da un ritmo stagionale che da gennaio a dicembre (agosto escluso) impegnava molti Partecipanti in svariate attività e per molti secoli è stato l’unica fonte di sostentamento di tante famiglie.

Un altro punto a favore della salvaguardia di questa zona, consiste nel fatto che la Selva era parte del “Lucus Dei” cioè del bosco sacro alla divinità dei Celti, e di tutte le popolazioni pre-romane, e come tale era protetta a fine di culto.

Il bosco attualmente è costituito prevalentemente da querce, pioppi e tigli, convivono però altre specie estremamente varie, tanto che all’inizio del ‘900 si contavano 428 differenti specie. Da rilevare come la robinia, pianta tipica della zona, non sia riuscita a prendere il sopravvento come infestante.

Al suo interno oltre ad una flora millenaria si trovano sorgenti naturali, animali tipici del territorio, come le rane, raganelle, l’airone cenerino, la sgarza ciuffetto, l’airone guardabuoi… Il parco è rilevante importanza per la conservazione degli animali, perché rappresenta una sorta d’isola dove le varie specie, che non riescono a sopravvivere nell’ambiente circostante pesantemente influenzato dalla monocoltura delle risaie, possono trovare rifugio. Al punto che un volatile particolare negli ultimi anni ha colonizzato il territorio del Bosco delle sorti, l’Ibis uccello sacro per gli antichi Egizi, praticamente scomparso dalle sponde nel Nilo, e che ha ritrovato qua il suo habitat, mettendo però a rischio diverse specie autoctone.

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