Il termine greco pleonexia, che viene tradotto in italiano nell’espressione “volere sempre di più”, appare già in Tucidide e successivamente nelle opere di Platone.

La pleonexia è una tendenza naturale propria dell’essere umano che lo porta ad appropriarsi di un numero sempre maggiore di beni, è l’inclinazione ad accumulare ricchezze senza un preciso scopo ma soltanto per appagare questo continuo bisogno di avere di più.

Nella Repubblica di Platone, questa tendenza naturale dell’uomo è carnefice della trasformazione dalla città dei maiali, la forma più semplice di città che assume questo nome proprio grazie alle particolarità di questi animali che sono molto intelligenti ma hanno soltanto dei bisogni primari da soddisfare, ad una società più complessa, caratterizzata questa volta dal lusso. Proprio a causa dell’elemento pleonectico che porta l’uomo a moltiplicare i suoi bisogni, si uscirà dalla città dei maiali, l’unico modello in cui poter condurre una vita buona, per entrare nella città del lusso, in cui vengono ad instaurarsi disuguaglianze tra coloro che possiedono di più e coloro che possiedono di meno e quindi con essa anche la guerra e la corruzione. La pleonexia coincide appunto con una forma di ingiustizia sociale in cui l’uomo cerca di ottenere per sé più di ciò che gli spetterebbe e la città che viene ad originarsi è quindi una città ingiusta, alla quale Platone opporrà il suo modello di città giusta, ovvero Kallipolis.

Con la lungimiranza che solo questi autori classici possedevano, essi hanno avuto il merito di individuare questa particolare condizione dell’uomo che è tutt’ora molto attuale e può essere utilizzata, adattandola alla società contemporanea, che sicuramente è molto diversa da quella in cui scrivevano gli autori classici, per spiegare il consumismo, ovvero quel fenomeno economico-sociale che caratterizza le società industrializzate del mondo occidentale/contemporaneo.

È infatti possibile individuare nella nostra società la continua necessità da parte dell’uomo di acquistare una grande quantità di beni, per accumularli senza nessuno scopo preciso per poi non usarli e cambiarli appena possibile. Il consumo seriale di prodotti ha conseguenze molto forti sia dal punto di vista economico ma anche ambientale. Si incontrano difficoltà nello smaltire grandi quantità di materiali, si produce in grandi quantità e si inducono i consumatori a comprare merce di cui non hanno bisogno solo per scopi economici. Vanno persi tutti quei mestieri che invece erano volti al mantenimento e alla riparazione dei beni come sarti, liutai, calzolai, artigiani. Invece che cercare di aggiustare beni già posseduti diventa meno dispendioso e più agevole gettarlo e comprarne di nuovi. In questo modo si perde anche ogni legame affettivo con gli oggetti che diventano sempre più un mezzo per dimostrare la propria ricchezza piuttosto che esprimere un veritiero bisogno.

A forza di accumulare grandi quantità di prodotti, svaniscono piano piano anche quei ricordi legati agli oggetti che molto spesso ci permettevano di ricordare la nostra infanzia, di identificare una persona, un nostro caro, un ricordo di un’esperienza che abbiamo vissuto. Come Proust con la madeleine, gli oggetti, un profumo, un’immagine possono generare un’epifania, una rivelazione di un ricordo ormai spento e farlo riaffiorare nella nostra mente. Nell’epoca del consumismo anche questo lato magico che circonda gli oggetti viene piano piano a svanire e gli oggetti sono solo più cose. In un futuro sarà molto più difficile trovare qualche oggetto che ci possa veramente identificare o differenziare.

È necessario ogni tanto fermarsi e riflettere su ciò che abbiamo, sugli obiettivi che abbiamo raggiunto, sulle piccole cose che diamo per scontate, momenti belli trascorsi nella vita, occasioni speciali. Perché anche gli oggetti possono assumere un valore per noi, ci accompagnano in tante situazioni, riportano alla mente ricordi ormai sbiaditi. Bisogna almeno tentare quindi di liberarci dalla morsa della pleonexia, combattere contro la nostra stessa natura per migliorarci ogni giorno di più.

Questa è una ingiustizia di Dio, che dopo di essersi logorata la vita ad acquistare della roba, quando arrivate ad averla, che ne vorreste ancora, dovete lasciarla!”

Disperato di dover morire, si mise a bastonare anatre e tacchini, a strappar gemme e sementi. Avrebbe voluto distruggere d’un colpo tutto quel ben di Dio che aveva accumulato a poco a poco. Voleva che la sua roba se ne andasse con lui, disperata come lui.”

– La roba, Novelle Rusticane, Giovanni Verga

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