alpeggio

L’alpeggio è un’attività agricola di gestione della malga o alpe tra le più antiche, basata sulla transumanza estiva del bestiame. È praticato ad altitudini comprese tra i 600 e i 2400 mslm.

Inizia con la salita in quota per la monticazione, tra la fine di maggio e metà di giugno e termina con la demonticazione, cioè la ridiscesa nel fondovalle o in pianura verso la metà del mese di settembre. In diminuzione la pratica del maggengo, luogo di pascolo intermedio posto tra i 500ed 1200 m.slm.

Infatti nel mese di maggio (da qui la denominazione di maggengo) vengono portati lì gli animali, in attesa che nei pascoli alti le temperature più miti favoriscano la crescita di quella flora, le cui essenze erbose sono necessarie per ottenere gli eccellenti formaggi d’alpe.

Gli animali portati al pascolo in alpeggio sono generalmente bovini da latte di razza Bruna, Frisona, Pezzata Rossa e incroci, a seguire caprini, equini, accompagnati molto spesso da suini, animali da cortile e cani pastore.

Nell’arco alpino il progressivo abbandono della monticazione bovina negli alpeggi più disagiati comporta oggigiorno un progressivo aumento della monticazione ovina. Fin dall’antichità l’uomo era solito sfruttare nel periodo estivo i pascoli naturali che si trovano in alta montagna portandovi gli animali al fine di produrre carne e latte. Anche gli insediamenti rurali erano posti a quote maggiori (dove oggi sono siti i maggenghi), per via delle zone insalubri dei fondovalle spesso paludose e per maggiore sicurezza dal transito degli eserciti d’invasione.

La scarsità di materie prime e la difficoltà nel reperire le stesse, costringeva l’uomo a spostare il bestiame per sfruttare al meglio la disponibilità di foraggio; da qui l’ampliamento dei pascoli esistenti e la creazione di nuovi pascoli attraverso il disboscamento dei tratti più comodi delle alte valli e dei versanti.

Il bestiame apparteneva a razze autoctone, rustiche e frugali. In particolare le vacche appartenevano a specie longeve, adatte a lunghi spostamenti e a pascolare versanti scoscesi; le bovine, pesavano 300-400 kg e producevano 4-5 kg di latte al giorno.

Con il recupero e il popolamento graduale del fondovalle, l’attività agricola intensiva utilizzò tali aree con la fondamentale funzione di produrre cibo per le popolazioni locali, utilizzando prati da sfalcio per la produzione di fieno da utilizzare nei mesi autunnali e invernali. I luoghi residenziali erano identificati nelle aree di minor valore agricolo allo scopo di non intaccare i terreni più pregiati da destinarsi invece a coltivazioni per l’auto-sostentamento. A mezza costa ed alle quote più alte i pascoli, con il loro utilizzo estensivo, integravano il fabbisogno alimentare del bestiame delle aziende di fondovalle e l’attività di allevamento permetteva la sopravvivenza di intere famiglie che si spostavano con il loro bestiame dalla pianura alla montagna (transumanza), o dal fondovalle all’alpe (monticazione).

Negli anni cinquanta, lo sviluppo industriale ed il conseguente esodo verso le città portarono alla progressiva riduzione del numero delle aziende agricole e allo sviluppo, anche in montagna, di aziende medio/grandi che se da un lato hanno contenuto il calo del quantitativo complessivo di bestiame allevato, dall’altro per ottimizzare gli aspetti economici, hanno gradualmente ridotto l’utilizzazione delle risorse foraggere locali a partire dalle zone meno comode. Questa trasformazione è stata favorita dalla meccanizzazione di molte attività (trattrici, falciatrici, imballatrici, mungitrici) e da un’accentuata azione di selezione del bestiame orientata soprattutto verso un incremento delle produzioni quali-quantitative, sfavorendo così le attitudini originarie tipiche come la longevità, la forza in arti e piedi, caratteristiche proprie ad esempio della Bruna Alpina. Il risultato è quello attuale: vacche di dimensioni simili alle frisone, dal peso di 600-700 kg, molto produttive ed esigenti ma poco adatte all’utilizzo dei pascoli, la conseguenza? Una parte delle aziende agricole con bovine da latte ha definitivamente rinunciato alla pratica d’alpeggio e usano come alimento base l’insilato di mais, che deve essere acquistato in pianura, oltre ad avvalersi di mangimi concentrati anch’essi non producibili localmente. In questo modo molte aziende montane, nonostante la scarsità di materie prime, che devono essere trasportate da altre zone, con costi ovviamente maggiori, si sono messe in competizione con quelle della pianura operando in situazioni di forte dipendenza dall’esterno e crescente fragilità economica. Per ridurre ulteriormente la forza lavoro, molte aziende hanno iniziato a non trasformare direttamente il latte ma a venderlo a caseifici di piccole-medie dimensioni presenti ormai in tutte le vallate.

Anche la vita in alpe è notevolmente cambiata; la mungitura manuale è stata quasi ovunque sostituita da quella meccanica, l’utilizzo di recinzioni elettrificate comporta minor manodopera e un controllo migliore della mandria, strade e mezzi di trasporto permettono un veloce spostamento di materiali e persone. In alcune zone la caseificazione tradizionale in malga è stata abbandonata a causa di monticazione di bestiame non in produzione come vacche nutrici o ovi-caprini che comportano un minor impegno gestionale mentre in altre, la diminuzione di animali alpeggiati e la carenza di personale, porta allo sfruttamento delle zone più comode ed accessibili, mentre quelle marginali vengono abbandonate e riconquistate dai cespugli e dal bosco.

Le conseguenze di tutto ciò non sono trascurabili e si ripercuotono sull’ecologia, il paesaggio, l’economia e la sopravvivenza di identità e abilità materiali e immateriali. Non è detto tuttavia che si tratti di situazioni totalmente irreversibili; un ripensamento della organizzazione, l’adozione di modalità gestionali capaci di innovare senza stravolgere, un miglioramento delle strutture e delle infrastrutture, una maggiore attenzione dei cittadini ai servizi di ordine generale resi dall’attività alpestre, sono alcuni dei possibili punti di forza sui quali lavorare per un futuro di continuità e soprattutto di qualità, ricercando le possibili sinergie con gli altri settori economici, turismo in particolare, per la valorizzazione di un patrimonio comune.

Fonte:

ERSAF, Ente Regionale per i Servizi all’Agricoltura e alle Foreste

Regione Lombardia

Di Claudio Bollentini

Presidente di Monastica Novaliciensia Sancti Benedicti - https://www.linkedin.com/in/claudiobollentini/

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