Cappella di Sant'Anna

In quel mattino di fine maggio del 1890 nel fienile c’è il tepore che sale dalla stalla. Tra poco sarà l’alba, lo spicchio di luna si sta ormai nascondendo dietro le montagne. Un lupo ulula, un altro gli risponde, il gufo lancia l’ultimo bubulato.

Ita (Margherita) scende la scala di legno abbandonando il giaciglio di paglia, su cui si è rifugiata quella notte, per non rischiare, con un’uscita di casa troppo mattiniera, di insospettire il resto della famiglia. I gradini scricchiolando svegliano il cane che le si fa incontro, lo accarezza e gli arruffa il pelo sul dorso, lui scodinzola seguendola: non può portarlo con sé. Esce in fretta, tirandosi dietro la porta. Di fronte c’è la casa dove stanno dormendo i genitori e le sorelle: si immagina le facce stupite e preoccupate di quando si accorgeranno che se ne è andata e le parole arrabbiate del padre. Scaccia quel pensiero lanciando mentalmente un addio al paese mentre attraversa l’aia. L’abitazione sorge al limitare di Giaglione. Imbocca il viottolo che conduce alle borgate montane. Albeggia.

Si mette il borgo alle spalle, attraversa gli ultimi campi e inizia a salire, è ancora circondata da vigne con i filari allineati come disciplinati soldatini. La strada si inerpica fino a raggiungere Pian delle Rovine e la Valle Clarea. È la prima volta che lascia Giaglione non per recarsi a Susa o nei paesi del circondario, tutti rinchiusi in una manciata di chilometri: è pervasa da un misto di emozione e paura dell’ignoto, ma vuole sfuggire a quella vita fatta di fatica, sudore e miseria, su una campagna ingrata. Prima degli ultimi passi, dopo i quali non scorgerà più le case, si volta per un attimo: là in fondo, piccola, c’è la sua, accanto alla cappella di Sant’Anna. Il tetto di ardesia, lucido di rugiada, brilla al primo sole. Il camino fuma: la mamma è già alzata e fra poco andrà nella stalla a mungere la Belluna. Non riesce a trattenere una lacrima.

Giunge all’ultima abitazione della Valle Clarea, quella di Guetò (Agata), una donna che affitta una modesta camera e dà un pasto caldo ai pochi, paganti, che passano di lì: forse quattro o cinque l’anno. Di fuggiaschi, come lei, in cerca di un valico da passare, invece ce ne sono molti, ma quelli arrivano di notte, si rimpiattano in un fienile rimettendosi in marcia prima dell’alba. L’anziana è sospetta di stregoneria, quella “buona”, ovviamente: più di un giaglionese è in debito di riconoscenza con lei. Sul retro della stalla c’è un locale, dove, molti giurano che tutte le notti, fino all’alba, una luce rimane accesa. Quando Ita è in prossimità dell’uscio se la trova davanti. È una donna alta, asciutta, la fronte spaziosa e incorniciata da una cuffietta di un bianco candido. Guetò non le nasconde lo stupore nel vederla lì da sola, lei si giustifica dicendo che si reca agli alpeggi dell’Arià: di lì ad un mese vi salirà con la madre, bisogna appurare i danni causati dalle nevi invernali affinché il padre vi possa provvedere in tempo. La donna le crede, o così finge: quella ragazzina, che tutti riconoscono sveglia e intraprendente, le è simpatica. Chiacchierando il tempo passa, è troppo tardi per procedere oltre e poi le nubi stanno avanzando da dietro le cime, ha paura di essere colta da una bufera di nevischio, ancora possibile per la stagione e perdere la via: il cimitero di Giaglione accoglie le salme di alcuni poveri emigranti che si sono smarriti. Di tanti, al disgelo, è stato ritrovato solo qualche straccio.

L’anziana condisce, con aceto e olio di noci locali, delle patate bollite e affettate, dell’insalata indivia e delle rape. Controlla che l’acqua nella pentola, sul fuoco, bolla, poi prende un pizzico di sale dal mortaio, una cucchiaiata di lardo fuso e li getta nell’acqua. Da un piatto versa nella pignatta, a piccoli pugni, come fosse neve, farina di granturco, mescolandola con un robusto bastone di legno e quando tutti i grumi sono rotti si allontana dal camino lasciando che la polenta cuocia lentamente. Apre la porta sul retro, raduna galline, galli e conigli nel pollaio, al sicuro dalla faina e da altri predatori. Rientra, avvicina una tavola al fuoco e vi ripiega sopra una tela pulita, ma grossolana, apparecchia con due cucchiai, due piatti, il fiasco di vino, un grosso pane nero raffermo da parecchi giorni e l’insalata. Versa la polenta sul poùlèntiè in vimini. Iniziano a mangiare in silenzio, compaiono anche un pezzo di formaggio e alcune mele, poi la donna porge un lume alla ragazzina e l’accompagna di sopra. Si sente lo sbattere di qualche porta, lo stridere di chiavistelli e la casa piomba nel silenzio.

Ita si sveglia nella notte: dal basso giunge un mormorio sordo e continuo, gli tornano in mente i “se deut” (si dice) paesani, si veste alla meglio, prende il lume, esce nel corridoio e scende le scale. Tutto è buio e la candela crea figure sinistre, in fondo alla cucina c’è una porta aperta: di lì proviene un chiarore. Spegne il moccolo e si affaccia. Una lucerna a olio, appesa alla parete, rischiara l’ambiente e la donna, di spalle, armeggia accanto a un rudimentale alambicco, sul tavolo e sulla madia bottiglie di genepy, genziana, rosolii, a terra sacchi di piante e petali.

Prima dell’alba Ita se ne va in silenzio, Guetò la osserva da dietro i vetri, non si sorprende quando non la vede imboccare il sentiero che porta all’Arià e le augura buona fortuna. A fine giornata scenderà in paese a avvisare la famiglia.

Cammina tutto il giorno, raggiunge il Colle Clapier, cerca un nascondiglio e aspetta la notte per scendere in Maurienne. La natura si è assopita, restano il silenzio e un senso di vuoto. È il momento della verità: è soltanto una ragazzina affamata, il pane e il salame che si era portata dietro sono finiti presto e dal giorno prima non ha più ne un tetto, ne un soldo. Sonnecchia poche ore, poi inizia la discesa che la conduce a Bramans. La notte è nera, neanche la luna illumina i suoi passi, ogni tanto un rumore seguito dal silenzio che sembra ancora più assoluto. Ita sussulta pensando costantemente che una pattuglia della gendarmeria la colga di sorpresa: scorge un’ombra e trasale, rabbrividisce al minimo fruscio provocato dalle improvvise e leggere folate di vento. È stanca, due gendarmi, questa volta non è un’illusione, stanno salendo verso di lei, si rannicchia dietro un grosso masso e la ronda passa oltre: se l’avessero scoperta l’avrebbero riaccompagnata al confine e il padre le avrebbe fatto pagare cara quella bravata. Lo scampato pericolo le ha infuso nuovo coraggio, si ripromette comunque di stare più attenta. Finalmente giunge alle prime case del borgo savoiardo. È esausta, si butta sotto una tettoia ai margini di un orto e cade in un sonno profondo, dimentica di ogni precauzione. La sveglia un dolore al fianco, così forte da non lasciarla respirare. Un uomo la sovrasta, pronto a rifilarle un altro calcio, oltre a quello che le ha appena tolto il respiro, le sembra di capire che l’accusi di un qualche furto, è armato anche di un bastone e pare voglia chiamare la gendarmeria. Approfitta di una sua distrazione e fugge via: ogni respiro è una fitta da mozzarle il fiato. L’idea di prendersi delle bastonate, o peggio ancora di essere arrestata le ha messo le ali ai piedi. Si perde in una ragnatela di viuzze, gira e rigira, più volte si ritrova nello stesso punto, alla fine riesce a districarsi e sbuca sulla piazza antistante il comune, il sole è ormai alto e le strade si stanno popolando. Beve alla fontana, si siede sui gradini e riflette sulla sua infelicità: altro che diventare ricca e importante, è tormentata dalla fame e si sente una sciocca che ha dato retta ai sogni cacciandosi solo nei guai. La Francia le ha dato il benvenuto: l’ha presa a botte e se tornasse indietro suo padre ne aggiungerebbe altre. È disperata. Viene distratta da una voce che chiama proprio lei: Ita! Dalla porta dell’osteria Litse (Felice), il fratello maggiore, che l’ha esortata, ogni volta che tornava a Giaglione a visitare il padre, a quell’avventura, si sbraccia venendole incontro incredulo: non avrebbe scommesso un franco sull’audacia di quella giovinetta.

Ita adesso ha un letto, non quello di paglia su cui dormiva a Giaglione e, soprattutto, mangia con regolarità e a sufficienza, anche dolci e frutti esotici: banane, innaffiati da vini della migliore provenienza e qualità. La dispensa è ben fornita e poco importa se i suoi pasti sono gli avanzi dei sontuosi banchetti offerti dal “suo Signor Conte”, come lei chiama il padrone, ai nomi più illustri di Lione. Non che sia tutto rose e fiori, non mancano le spine, impersonate dalla signora, anzi “madame” Emma, come pretende la si chiami, la governante. Una donna di mezz’età, nata a Susa in una famiglia di fornai e anch’essa emigrata, robusta e arcigna. Le sta continuamente addosso: le mani sui fianchi, gli occhi che si fanno piccoli e feroci, le chiavi di dispensa e cantina che tintinnano appese alla cintura del grembiule, sempre a urlarle ordini. Ora deve controllare l’olio delle lampade, poi portare la legna in cucina. Ci sono i letti da rifare e meglio dell’ultima volta: le coperte non erano state ben distese. Non ha ancora acceso il camino? È proprio una sfaticata. E poi le sembra di aver pulito bene? Non si merita la benevolenza dei conti, meglio che si rimetta sulle ginocchia a lavare daccapo il pavimento. La offende e la umilia definendola una zotica montanara, buona solo al pascolo e a zappare la terra.

Il cortile interno è il crocevia della vita del palazzo. Dominato dall’edificio padronale e di fronte, più bassa e discreta, l’ala della servitù e dei locali di servizio: il vero regno di madame Emma. In quello spiazzo passa la maggior parte del suo tempo Litse che accudisce alle stalle e conduce la carrozza: traffica continuamente con i cavalli. È parecchio più grande di lei: un uomo, figlio della prima moglie di suo padre. È protettivo nei suoi confronti: nei giorni addietro ha scritto alla matrigna per informarla che lei sta bene e ha trovato lavoro presso i suoi padroni. La governante più di una volta, senza riuscirci, ha tentato di accasarlo con la figlia. Lui gode della piena fiducia del nobile, è alle sue dipendenze da tempo e spesso gli affida compiti delicati e riservati, ricompensandolo lautamente. Litse lo ricambia assicurandogli riservatezza e fedeltà incondizionate. Proprio per uno di questi servizi si era ritrovato a Bramans il giorno dell’arrivo di Ita.

Il conte, assieme alla moglie, riveste un ruolo di primo piano nella società francese e non solo. Oltre a essere un fine mediatore è un dotto filosofo, assiduo frequentatore di molte corti europee. Lei è colta e impegnata in molte opere di carità e mecenatismo artistico.

Passano i mesi e Ita continua a consumarsi le ginocchia sui pavimenti della cucina, gli appartamenti padronali le sono preclusi, ne scruta le finestre, immagina quello che può succedere dietro quei vetri e spia ammirata la contessa: la sua figura compare a tratti nel riquadro dei tendoni semi aperti o nel cortile, mentre sale o scende dalla carrozza. Proprio in una di quelle occasioni la donna la vede trascinare un pesante cesto di legna e ne rimane sorpresa: un compito così gravoso è solitamente affidato ai servi. Si intrattiene a parlarle, ponendole alcune domande e stupendosi per l’educazione e i bei modi nel rispondere, non così comuni alla sua giovane età.

Alcune mattine dopo madame Emma, con la solita voce sgradevole, girandole attorno come una trottola, le comunica che la signora l’ha convocata. Naturalmente deve sbrigarsi: non si mostri, come al solito, una fannullona! Finito il colloquio, qualora non venga licenziata, cosa probabile: si saranno senz’altro accorti della sua inettitudine, deve, subito, ritornare ai suoi lavori senza fermarsi a perdere tempo con quell’altro buono a nulla di Litse.

Sebbene il sole sia alto, la stanza è avvolta nella penombra dalle pesanti tende. La donna è seduta a uno scrittoio e legge la corrispondenza, un sorriso le illumina il volto mentre scorre una lettera. Poggia il foglio, lo riprende, lo rigira fra le mani, lo fissa continuando a sorridere, ma gli occhi sono assenti, inseguono chi sa quali pensieri.

Le sta un po’ discosta, in piedi, Anne la sua cameriera personale.

Ita è impaurita, senz’altro la governante avrà trasmesso alla Signora quell’incomprensibile antipatia che nutre nei suoi confronti: la manderà via nonostante le parole di elogio dei giorni precedenti, o, forse, rispondendo alle sue domande ha detto qualcosa di sconveniente. Quando la nobildonna le si rivolge non crede alle proprie orecchie: diverrà la cameriera della figlia undicenne. Anne la istruirà nel ruolo e fino a quando non sarà in grado di svolgerlo autonomamente vigilerà su di lei. Arrossisce e ringrazia, fa un notevole sforzo per trattenere un urlo di gioia, scende lo scalone e attraversa, di corsa, il cortile mentre sopraggiunge Litse con un cavallo per le briglie: per poco non li travolge. Lui impreca per l’imprevisto, la bestia, quasi imbizzarrita, ritta sulle zampe posteriori, nitrisce, ma lei è già in cucina e poi nella sua camera a raccogliere le poche cose che possiede. Dinnanzi a una incredula e livida madame Emma che aveva sperato, sempre per la figlia, quella mansione, si trasferisce dall’altra parte del cortile.

È il 1 luglio 1896, dopo sei anni, per la prima volta Ita torna a Giaglione. Da Lione con la diligenza ha raggiunto Bramans, Lanslebourg e valicato il Moncenisio. Lei ora è la cameriera personale di una delle giovani più ammirate e desiderate di Francia e altre tre servette sono ai suoi ordini.

Nulla è cambiato: le case sempre uguali, per pavimento un battuto di terra, gesso e malta. Le finestre piccole: la luce e il sole vi entrano scarsi, alcune hanno, al posto dei vetri, la carta incollata sui telai tarlati. Socchiude l’uscio, non c’è nessuno. È tardo pomeriggio, ma nella bella stagione genitori e sorelle rimangono nei campi fino a che c’è luce. Le pareti sono sporche, affumicate dal camino e a rischiarare fiocamente l’ambiente le puzzolenti lucerne. Se lo ricorda mal arieggiato in inverno e in estate, spesso pervaso dal puzzo di letame della stalla. Unici arredi: un cassettone, due panche, un tavolo, il cassone per la farina, il setaccio per separarla dalla crusca, la madia per impastare il pane. Suppellettili: stoviglie di terra cotta, una padella, un paiolo per la polenta, un secchio, bicchieri e cucchiai di legno, ovviamente niente tovaglie e tovaglioli. In fondo un pagliericcio posto su quattro tavole di legno sorrette da due cavalletti e coperto, in parte, da un grezzo lenzuolo in canapa e da una coperta in lana di casa. Quando c’era lei in inverno si dormiva nella stalla, probabilmente è ancora così.

Si guarda intorno desolata, è stanca per il viaggio. Si volta, si tira in testa lo scialle e riattraversa velocemente l’abitato. Nessuno l’ha vista, imbocca la discesa verso Susa: un’altra diligenza la riporterà a Lione.

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