damigiana

– Dal XIX secolo ai giorni nostri –

Il Piemonte del XIX secolo mantiene nei confronti del cibo il rapporto tipico delle società preindustriali: negli strati più poveri della popolazione l’alimentazione è spesso insufficiente e quasi sempre carente di proteine animali. Nei gruppi sociali a reddito più elevato, di contro, si registrano eccessi alimentari altrettanto deleteri per la salute.

Mangiare è ostentazione di ricchezza: il ventre dilatato è segno di agiatezza e potere e il fascino femminile è incarnato da forme burrose.

Per i poveri la festa è tale con la pietanza di carne e il vino: tanto vino. È la grande consolazione di una popolazione sotto o mal alimentata, con lo stomaco il più delle volte pieno solo di minestra.

Un lavoratore che può permetterselo ne beve all’incirca 1 litro a pasto. Garzoni e lavoranti non lo hanno sempre a disposizione, ma si rifanno consumandolo in quantità elevate nei giorni di riposo.

Nel 1802, il Sottoprefetto dell’Arrondissement di Susa, Antoine Jaquet, nella sua Relazione al generale Jourdan, consigliere di Stato e Amministratore generale della Ventisettesima Divisione Militare afferma che il maggior profitto della Valle di Susa è dato dal vino.

Nel 1819 le brente di vino della Provincia di Susa sono 152,322.

L’affermazione del Jaquet è ribadita anche da Goffredo Casalis, nel suo Dizionario geografico degli Stati del Re di Sardegna, edito a Torino nel 1841. Analizzando gli anni trascorsi, a partire dal 1833, afferma che il vino si può dire il principale e quasi unico prodotto di questo territorio: prima Susa lo provvedeva alle locali fortezze di Santa Maria e della Brunetta, lo smerciava in Alta Maurienne e in parte della Tarantasia e non ne importava dall’astigiano, dal Monferrato e da altre località piemontesi, come ora è diventato consuetudine. Il prezzo di vendita era soddisfacente.

A Susa, comunque, rimane il principale e pressoché unico prodotto in vendita e nelle località di San Didero, Mompantero, Giaglione, Gravere e Foresto è proprio il solo.

Negli stessi anni, precisamente nel 1835, Attiglio Zuccagni Orlandini, geografo e statistico pubblica la Corografia fisica, storica e statistica dell’Italia. Il volume riguardante la Valle è del 1838 e secondo il geografo il metodo di vinificazione è simile a quello praticato nel pinerolese: “Gettate le uve nel tino si lasciano in riposo per alcuni giorni, vengono poi pigiate sei volte almeno in tre giorni e si procede alla svinatura solo venti o venticinque giorni dopo”.

Non a tutti però il vino è concesso: accanto a chi scrive di vinificazione e vendita, esaltandone i pregi c’è chi ne limita e disciplina l’uso. Il Regolamento, varato nel 1838, del Regio Ricovero di Mendicità di Torino, ad esempio, concede e solo in estate “una piccolissima dose di aceto per mescolare all’acqua”. Questa mistura viene usata anche come punizione, assieme a una riduzione del cibo giornaliero, quando un ricoverato è indisciplinato, rifiuta il lavoro, tenta la fuga, compie traffico di cibarie, gioca d’azzardo e compie una serie di altre mancanze.

Nel 1840 al manicomio di Torino i ricoverati ricevono, a pranzo, un quarto di pinta di vino mescolato con acqua. Nel 1841 il medico e segretario dell’Istituto decreta che chi oltrepassa i cinquant’anni o è cagionevole di salute può bere il vino e se è il caso ha diritto al “trattamento maggiore”: aumento di una pietanza nel pasto e un boccale di vino pari a sette decimi di litro.

I ricoverati che lavorano possono acquistare nello spaccio interno un bicchiere di rosso dell’Astigiano per 5 centesimi: nel 1871 lo stesso costerà 10 centesimi e 60 un litro. Nel ventennio successivo alle ultra sessantenni e agli ultra settantenni verrà concesso un ottavo di litro al giorno. Chi svolge “servizi speciali” vedrà aumentare la quantità a mezzo litro e agli ammalati ne sarà concesso un quarto.

Negli ospedali il vino rosso, nella misura di un terzo di litro al giorno, è prescritto a quasi tutti i degenti, più rare le prescrizioni per quello bianco.

Di contro sulle tavole dei ricchi i vini non sono solo piemontesi e semplicemente rossi e bianchi, spesso francesi e del sud Italia e molti oggi sono caduti in disuso.

Scorgendo alcuni menù di importanti pranzi fra il 1850 e la fine del secolo troviamo elencati: Grignolino d’Asti, Barolo vecchio, Champagne, Chianti, Chablis, Chateau-Lafitte, Capri, Pomino, Pontet-Canet, San Giovese, Spumante italiano, Polcevera, Marsala, Madera secco, Rudesheimer, Tintilla di rosa, Ténériffe, S.Estephe, Hockeimer, Ay Mosseux e Lacrrima d’Espagne.

Il Trattato di Torino, del 24 marzo 1860, che prevede l’annessione della Savoia e della Contea di Nizza alla Francia arreca danni all’esportazione di vino valligiano: i diritti doganali d’importazione ed esportazione, applicati al Moncenisio, inducono gran parte dei Savoiardi a ricercarlo in patria rivolgendosi ai paesi della Bassa Maurienne, potendo contare anche su una strada agevole. Tuttavia il Catasto Rabbini del 1862-64 conferma ancora un commercio fiorente con i paesi non solo dell’Alta Dora ma anche d’Oltralpe: soprattutto il Cimon, il vino di Chiomonte è molto richiesto. Per la finezza del profumo e la bontà del sapore è considerato di qualità superiore, in grado di confrontarsi con i migliori vini nobili piemontesi: rosso rubino carico, di buon profumo, moderata acidità e gradazione alcolica che raramente supera gli 11 gradi. Nel 1876, Giuseppe Di Rovasenda dei Conti di Melle, insigne ampelografo, nella relazione che presenterà alla mostra ampelografica di Chieri lo riterrà identico al Presot, al Varenne e al Gamay d’Orleans dei francesi e così lo descriverà: “il vino prodotto dall’Avanà è rinomato per la sua qualità di togliere l’uso delle gambe a chi ne liba con troppa generosità, anziché portare fumi alla testa. Io credo che questo effetto speciale principalmente ai vini di Chiomonte provenga piuttosto dal terreno che dalla qualità dell’uva”. Il Conte sostiene che vi sono due distinte varietà di Avanà quello di Susa e quello di Chiomonte. La sua diffusione copre comunque l’area da Avigliana a quest’ultimo.

La tradizione vorrebbe l’Avanà di provenienza transalpina e introdotto in Valle ad opera di monaci che l’avrebbero importato dalla Borgogna e impiantato proprio nelle vigne della Maddalena di Chiomonte. Di lui Gian Battista Croce, nel 1609, scriveva: “da questa uva viene spremuto un vino di poca durata, che di rado eccede l’inverno”. Nel 1890 sarà il Conte Giuseppe Nuvolone Pergamo di Scandeluzza a ricordarlo come caratteristico della Valle fin oltre i 1.000 metri di altitudine.

Tutto questo fa di Chiomonte l’area vitivinicola più nobile della Valle di Susa, con una tradizione consolidata nei secoli e che è testimoniata dallo stesso stemma comunale: due tralci di vite portanti altrettanti grappoli d’uva, uno bianco, l’altro nero.

Da una statistica del 1869 risulta che in Valle vengono raccolti 272,586 miriagrammi di uva, che danno 13.612 ettolitri di vino, equivalenti alla media di un ettolitro ogni 21 miriagrammi.

Assandro Maggiorino nella sua Monografia agraria illustrata della Valle di Susa, inclusa nella Giunta per l’Inchiesta agraria, pubblicata nel 1884 su dati raccolti nel 1871 disegna un quadro ben preciso dell’enologia valligiana: “Il vino entra in gran parte nell’alimentazione del contadino della zona di pianura e di quella di colle. Costretto a sopportare grandi fatiche, quasi tutte a forza di braccia, sente il bisogno di dissetarsi con il vino. Al mattino, prima di recarsi nei campi, riempie la sua zucca. È quindi notevole la quantità di vino che consuma il colono. La stessa cosa avviene per il contadino del colle. In alta valle dove la coltura della vite cessa totalmente e il vino viene acquistato e consumato con moderazione. Nelle zone più alte o di alpeggio il vino è sostituito dall’acqua dal siero di latte e dallo stesso latte. Mentre non si rinuncia a qualche sorso di acquavite

La produzione ha dunque una discreta importanza nelle zone di pianura perchè la coltura della vite è abbastanza estesa e tende ad acquistare ancora maggiore spazio. Sopperisce ai bisogni di tutto il Circondario e viene anche esportata, assicurando così un notevole guadagno che spesso costituisce il principale mezzo per provvedere all’esercizio economico dell’attività e/o della casa.

È ancora più importante per i contadini delle zone di collina: se venisse a mancare questi potrebbero ritrovarsi in gravi ristrettezze, impossibilitati a pagare i tributi, acquistare il bestiame e provvedere ad altre esigenze dell’azienda o della famiglia.

La vendemmia ha per lo più tempi arbitrari che cambiano da zona a zona e da vigna a vigna, solo pochi Comuni, come quello di Chiomonte, stabiliscono con ordinanza il giorno d’inizio. Ciò è dovuto al fatto che il territorio varia per clima e caratteristiche del terreno e i vitigni impiantati sono molti e giungono a maturazione in epoca diversa. L’estrema libertà però fa sì che, il più delle volte, paradossalmente i grappoli siano tagliati troppo presto: nessuno vuole essere l’ultimo del paese a vendemmiare e tutti pensano di essere in qualche modo danneggiati se il vicino li anticipa: la paura dei furti è grande. Il vino, risulta così acre e non è gradevole al palato se non molti mesi dopo la sua spillatura. Nella Valle Cenischia, ad esempio, dove, vista l’esposizione, l’uva non giunge a maturazione si conserva aspro per un certo periodo di tempo. Di contro nei territori di Giaglione e Gravere, in gran parte vitati, il nero e il moscato che vi si ricava è assai pregiato.

Vista la configurazione del terreno e la posizione delle vigne, molto spesso su versanti ripidi e sassosi, il trasporto delle uve avviene in canestri di vimini a dorso d’uomo o alla meglio di mulo e asino. Per ottenere un prodotto discreto è necessario scegliere le uve: la prima cernita si fa direttamente nel vigneto o presso l’abitazione separando le uve mature e sane da quelle “verdi” e avariate soprattutto dalla crittogama. La pigiatura è solitamente effettuata nel tino, quasi sempre di larice, “secondo il metodo antico, dopo la fermentazione tumultuosa”. Pochi, che seguono i “più moderni e razionali sistemi” pestano le uve dopo il raccolto, prima di versarle nel tino. Dopo circa quindici giorni da questa, la maggior parte dei produttori spilla il vino: la fermentazione è cessata e questo è chiarificato. Chi pigia le uve prima di introdurle nel tino compie questa operazione dopo 3-4 giorni dalla “fermentazione tumultuosa”, quando il vino è ancora caldo, poi lo chiude ermeticamente nelle botti, in castagno o rovere, dove si completa la fermentazione, evitando così che alcool e aromi si disperdano.

Dopo la spillatura le vinacce, rimaste nel tino, sono compresse nel torchio e se ne estrae la maggior parte del liquido che contengono: il vino di torchio che viene mescolato con quello di seconda qualità ottenuto da uve meno mature e scadenti. Anticamente erano in uso grossi torchi in legno, ora chi li deve acquistare preferisce quelli in ferro più maneggevoli e capaci di esercitare una pressione molto maggiore.

A Giaglione esistono due possenti torchi sistemati nelle borgate di Sant’Andrea e di San Lorenzo, di proprietà di due famiglie, ma usate dalla comunità.

I resti delle vinacce sono sottoposti a distillazione per ottenere l’acquavite.

Nonostante la spillatura il vino lascia, nei “vasi vinari”, in cui viene posto, un “depositato o precipitato” che richiede, dopo qualche mese, in genere a primavera, un travaso. I vini del Circondario di Susa e soprattutto quelli del suo Mandamento tendono ad accentuare questo processo nelle botti, per cui l’operazione è ancora più necessaria: fra i “viticultori istruiti” si sta diffondendo l’uso “dei travasamenti” solo per il vino destinato all’imbottigliamento.

I seguaci dei metodi più avanzati, “raccogliendo il mosto carico di materiali solidi” usano travasare a dicembre, poi in primavera e ancora con i primi caldi estivi.

Affinché tini e botti, al loro primo utilizzo, non rilascino gusti sgradevoli vi si gettano dentro delle vinacce calde e le si lasciano per qualche tempo. La conservazione di queste ultime, da un anno all’altro, avviene lasciandovi un residuo di ciò che contenevano. Chi ne ha più cura le lava accuratamente con alcuni litri di vino e le chiude bene: così il contenitore può rimanere più anni senza bisogno di altre attenzioni.

Il vino ottenuto è chiaro, ma abbastanza alcolico. Quello prodotto nei mandamenti di Susa e Bussoleno, con le varietà di bequet, nebiolo ed avanà, ha un sapore prelibato che lo rende molto pregiato. Quello di Chiomonte è prodotto quasi esclusivamente con l’avanà.

Tuttavia l’Assandro non ritiene “i sistemi di fabbricazione ancora quivi abbastanza perfezionati” perchè il vino si possa conservare. “I vini, salvo quelli dei proprietari più intelligenti ed accurati, sono generalmente conservati malissimo presso i contadini, per cui giunta la state hanno un sapore acido o di spunto.” L’alterazione è dovuta a una vendemmia prematura, a una cattiva scelta delle uve, all’omissione dei travasi a tempo debito ed alla pessima conservazione delle botti lasciate per molto tempo vuote o, al massimo, come detto, con una piccola quantità di vino torbido e melmoso rimasto dalla spillatura. Al momento della vendemmia sono riempite, il più delle volte, senza essere accuratamente lavate. Questa trascuratezza, l’autore la imputa al fatto che il vino si consuma tutto nell’annata sul posto, o, se venduto, lo è nel momento della svinatura o al massimo in primavera, quando non si è ancora alterato.

L’esportazione verso la Francia negli ultimi tempi ha subito un rallentamento a causa delle tasse doganali, ma ora dopo che i vigneti francesi sono stati annientati dalla filossera la richiesta ha ripreso ritmi vertiginosi e ha portato a un rincaro del prezzo e a una corsa a nuovi impianti.

I contadini consumano in famiglia il “secondo vino”, quello di uve meno mature e guaste. Quello “scelto” viene bevuto in piccola quantità solo nelle feste, ma il più è smerciato o al tino o dopo essere stato nelle botti e al massimo nell’anno successivo, per fare posto a quello nuovo.

A Giaglione, come in altre località, il vino “secondo” viene da molti conservato per i giorni primaverili in cui si zappano i campi e per la fienagione estiva. Nella quotidianità si beve la piqueta: un vinello fatto con poca uva, acqua e spesso tante mele: tutto fermentato assieme. Alcuni per rendere più gradevole il sapore vi aggiungono erbe come la moscatella e l’arquebuse.

Quello bianco è prodotto in minima quantità: le uve sono generalmente mescolate a quelle nere di seconda qualità.

In media si calcola che occorrono da 18 a 24 miriagrammi di uva per produrre un ettolitro di vino, compreso il torchiato.

Quando la vigna è condotta a mezzadria il mezzadro ritira per sé un terzo del vino che ottiene.

Dando un’occhiata a ciò che succede, nello stesso periodo, dal punto di vista del consumo, al di fuori della Valle possiamo registrare alcune curiosità. Nel 1884 per i ragazzi ospitati presso gli “Artigianelli” il vino, 150 grammi, è previsto solo alla domenica. Sempre nello stesso anno alle, appena nate, Cucine Popolari di Torino si può acquistare per 10 centesimi un bicchiere di vino: a differenza delle altre pietanze però non può essere asportato. Le razioni alimentari si distribuiscono in cambio di marche acquistate all’ingresso: dal 1884 al 1888 nelle sette sedi cittadine se ne vendono 585.500 solo per il vino. Sono frequentate da operai, muratori, studenti, scrivani, carrettieri, contadini venuti in città a vendere i loro prodotti, facchini e venditori ambulanti.

Nel 1891, Gustavo Straforello in La Patria, Geografia dell’Italia, Provincia di Torino, edizione poi riveduta e ampliata nel 1902 dal Cavalliere Giuseppe Isidoro Amedeo, constata che la produzione enologica è molto rilevante, con una generale prevalenza di quello nero, essendo molto estesa la coltivazione della vite. Fra i vini più rinomati della Provincia, accanto al Caluso troviamo il Fresa o Freisa di Chiomonte.

Il vino è fabbricato alla massima parte dei proprietari dei fondi, e così la produzione è imperfetta, manca il – tipo costante -. I produttori amano la varietà dei vigneti e dei vini, e così non si sa trarre partito dall’eccezionale virtù del suolo e della bontà dei vigneti”.

Nel Mandamento di Susa, nel capoluogo il vino è molto pregevole ed è ancora considerato il prodotto principale del territorio. Anche a Bruzolo quello che esce dalle cantine dei bravi viticoltori è “eccellentissimo”. Quello di Chiomonte continua ad essere rinomato e i produttori sono numerosi. Anche i vigneti di Exilles danno un’uva eccellente, da cui si ricava un “Chiaretto deliziosissimo”, così come è molto pregiato il nero e il moscato che “ben può paragonarsi nel sapore e negli effetti al leggero ma frizzante vino di Chiomonte”. Sono numerosi non solo i produttori ma anche i commercianti.

Nel Mandamento di Avigliana la bevanda è prodotta a Sant’Ambrogio dove è molto sviluppato anche il commercio all’ingrosso.

Nel Mandamento di Condove, a Borgone è eccellente e si esporta pressoché per intero, anche a Caprie se ne fa commercio e a Mocchie ve ne sono alcuni produttori. Quello delle zone montuose della Rucèia, dove sono allocate vigne che traggono vantaggio dalla buona esposizione e dall’azione riscaldante delle rocce riflettenti i raggi solari, fino all’inizio del 1900 è tra i più apprezzati e richiesti nelle osterie.

Nel Mandamento di Oulx, a Cesana operano parecchi commercianti soprattutto da quando la filossera ha distrutto i vigneti in Francia ed è aumentata notevolmente la richiesta per la sua esportazione.

La malattia, come già sottolineato dall’Assandro, ha fatto rincararne il prezzo e spinto gli agricoltori, delle zone vitate, ad incrementare gli impianti.

Nel 1929 il flagello parassitario colpisce però anche la viticoltura valsusina: in soli due anni vengono completamente annientate le vigne chiomontine e via via tutte le altre, facendo mancare di colpo a molte famiglie non solo la gradita bevanda, ma anche una essenziale fonte di reddito: la vendita all’affezionata clientela dell’Alta Dora e francese, in special modo di Modane. I reimpianti che sono seguiti hanno visto subentrare a Chiomonte e dintorni, al posto dei vecchi vitigni di “Avanà”, quelli piemontesi e non solo: le varietà di questo diverse da quelle originarie, poi Barbera, Freisa, Bonarda, Neiret, Dolcetto, Merlot, Lambrusco, Uva d’Urbiano, Ciliegiolo ed altri. Le uve dei vitigni minori non sono quasi mai vinificate in purezza, ma si spremono tutte insieme: bianche, nere e rosse. Da ciò derivano ripercussioni sulla qualità organolettica del vino: il gusto si fa meno fine in quanto i vitigni innestati su piede americano non danno più la qualità a cui si era abituati.

Ai primi di agosto del 1997 alla Valle di Susa è assegnata la D.O.C al vino di produzione locale: il Rosso Valsusa, esistente anche nella tipologia Novello.

La Denominazione di Origine Valsusa è stata approvata con Decreto del Ministro dell’Agricoltura del 31 ottobre 1997 riserva la D.O.C. ai vini rossi ottenuti da uve Avanà, Barbera, Dolcetto e Neretta cuneese spremute da sole o congiuntamente per almeno il 60% del prodotto. Il rimanente 40% è costituito da altri vitigni raccomandati ed autorizzati per la Provincia di Torino, tra cui Bonarda, Merlot e Pinot.

Prima di essere consumato, deve essere fatto invecchiare obbligatoriamente per almeno 2 o 3 anni.

È un vino corposo, dal colore rosso rubino più o meno carico, con dei riflessi aranciati. Ha un profumo intenso, vinoso, con delle evidenti note fruttate di frutti di bosco e ciliegie selvatiche. Il suo sapore è asciutto, armonico, acidulo, moderatamente tannico, talvolta con lieve sentore di legno. La sua gradazione alcoolica minima è pari a 11% vol.

Ottimo con stracotti, carni in umido, carni bianche alla cacciatora, si accompagna con le pietanze della cucina tradizionale piemontese e formaggi, purché maturi.

La zona di produzione del Valsusa D.O.C. comprende 19 Comuni da Almese ad Exilles, fino a un’altitudine di circa 1.100 metri.

Nel 2003 è autorizzato un altro importante vitigno locale: il Becuèt o Bequèt.

Noto in Alta Valle anche come Beucèt, Biquèt o Bequèt. È un vino di colore rosso rubino tendente al viola. Ha profumi intensi con riconoscimenti di rosa canina, geranio e ribes rosso. In bocca è fresco, tannico e sapido.

Ottimo per accompagnare i tipici piatti piemontesi ricchi di gusto e condimenti.

Il Becuèt fornisce corpo, struttura e colore all’Avanà, di cui, a tutti gli effetti, viene considerato un vitigno miglioratore, dando vini ricchi di estratto e di spiccata originalità, per i quali è consigliato un periodo di affinamento, soprattutto in legno.

Abbiamo ancora:

L’Avanà.

Il vitigno è autoctono della provincia di Torino e la sua zona di massima diffusione è proprio la Valle. L’affinità con alcuni vitigni francesi, come il Troyan e il Gamay d’Orléans, ha sempre fatto pensare a una provenienza d’Oltralpe risalente ai tempi in cui il Piemonte e Savoia erano un unico Regno. L’analisi del DNA ha confermato che l’uva Hibou noir, coltivata in Savoia e nello svizzero Vallese, è la stessa Avanà ancora coltivata proprio in Valle. Dal 1418 al 1713 d’altronde, Piemonte, Savoia e Vallese erano uniti nel Ducato di Savoia.

Avanà in purezza.

Vinificando le uve provenienti da questo antico vitigno autoctono, introvabile in altre zone, si ottiene un vino rosso rubino chiaro, che vira presto all’arancio, dal profumo fresco di fiori e frutta, di media struttura, con retrogusto che ricorda la mandorla selvatica e con note caramellate. Si tratta di un vino di pronta beva non adatto all’invecchiamento.

Ottimo con salumi e formaggi delicati, abbinabile a tutto pasto.

Avanà e Barbera.

I due vitigni in abbinamento danno generalmente un vino di colore rosso rubino intenso, con caratteristici riflessi violacei; il profumo è pieno, avvolgente, ricco di sensazioni fruttate e vanigliate. Il sapore è armonico e vellutato.

Vino da tutto pasto trova però la sua massima espressione con secondi a base di selvaggina o di carni rosse. Ottimo anche in abbinamento ai formaggi di montagna.

Va servito in calici ad una temperatura tra i 18 – 20°C.

Avanà e Becuèt.

Il vino è di colore rosso rubino intenso con riflessi violacei molto intensi. Profumo intenso e molto complesso con un finale etereo, con sentori che ricordano la violetta e la marasca. Il sapore è di grande struttura e pienezza, con notevole intensità gustativa che permette di abbinarlo ai più importanti piatti della cucina valsusina.

Va servito a 18°C.

Il Carcairun.

Denominato anche Carcairùn ‘d Fransa o Gamay è una curiosità valsusina. Il Gamay è il tipico vitigno della zona del Beaujolais: base per la produzione dei fruttati vini “nouveaux” da macerazione carbonica. Colore rosso rubino, al naso dominano intensi aromi di frutta rossa e delicate note floreali. È importante anche la mineralità. Al palato è un vino moderatamente caldo, dalla buona acidità e dal tannino leggero e vellutato. Buona la persistenza. Del Carcajrun colpiscono e conquistano la qualità fine degli aromi e la piacevolissima acidità. Invita alla beva grazie alla sua fragranza e all’incredibile leggerezza.

Ottimo in abbinamento ad antipasti a base di salumi, primi piatti con sughi di carne e carni rosse poco strutturate. Ideale anche per accompagnare formaggi di media stagionatura.

Di recente si sta affermando nella Bassa e Media Valle il Baratuciat: la diffusione attuale è sporadica e limitata alle zone di Almese e Chianocco, ma secondo le testimonianze dei viticoltori era molto presente prima della ricostruzione postfillosserica.

Gli stessi viticoltori locali ne ricordano varianti del nome anche piuttosto distanti: Bertacuciàt o Berlu ‘d ciàt. I primi riferimenti storici locali risalgono alla fine del 1800: la sua prima citazione si ha, nel 1877, nel documento redatto dalla Commissione Ampelografica della Provincia di Torino, in cui si segnala la sua presenza, ridotta a pochi esemplari, esclusivamente nel comune di Villarbasse con il nome di Berlu ‘d ciàt o Berlon ‘d ciat bianco.

Nel 2008 il vitigno autoctono bianco della morena della Val di Susa viene iscritto nel Registro Nazionale delle Varietà di Vite.

Nel 2019 il Consorzio dei produttori della DOC Valsusa ottiene l’inserimento della DOC.

Oggi, in Piemonte, il vitigno è coltivato su 8 ettari, con una produzione di circa 20.000 bottiglie.

Il vino ha colore giallo paglierino con riflessi verdognoli. Il profumo è intenso, ha note di mela verde, ananas, fiori sambuco, di eucalipto, fieno e miele d’acacia. In bocca è complesso, con una lunga scia sapida, accompagnata da una giusta acidità. Il retrogusto è mandorlato e, grazie all’elevato estratto secco, è considerato un vino bianco longevo. Essendo un bianco equilibrato e di corpo è adatto ad accompagnare pesci fini come l’orata o anche carni crude. Tuttavia, per meglio apprezzarne tutta la finezza e l’eleganza, il consiglio è di berlo da solo, magari con qualche lieve stuzzichino e la compagnia di pochi fidati amici.

Fine.

Bibliografia:

  • Casalis G., Dizionario geografico degli Stati del Re di Sardegna, Torino, 1841.
  • Giuliano W., Tracce di storia enologica: vigne e vini della Valle di Susa 4000 anni di storia.
  • Di Maio M, Viti Alta Dora Riparia, in Segusium, 1997
  • Gerbi V. (DISAFA, Università di Torino), Schneider A. (C.N.R.) e altri, Il Valsusa D.O.C., 2005.
  • Maggiorino A., Monografia agraria illustrata della Valle di Susa, in Giunta per l’Inchiesta agraria 1884.
  • Straforello G, 1891, La Patria, Geografia dell’Italia, Provincia di Torino
immagine decorativa: tagliere di uva, formaggi e affettati
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