Il valico del Monginevro, prima di diventare quella grande via romana che per quattro secoli avrebbe unito l’Italia alla Gallia meridionale e alla penisola Iberica, era già conosciuto da millenni: fu percorso dalle popolazioni neolitiche provenienti dai territori del Rodano e stanziatesi in Alta Valle.

Solo in un’epoca molto posteriore diviene un tragitto ben definito: un embrione di strada comincia a esistere fra il IV e il III secolo A.C., in realtà è un insieme di tracciati celtici che collegano le valli della Dora e della Durance. La via è, dunque, uno dei tanti passaggi che uniscono i distretti di quello che verrà chiamato il Regno Cozio: un territorio solcato su entrambi i versanti alpini, tra le varie tribù, da una fitta rete di mulattiere e sentieri.

È questo abbozzo di strada cheCesare percorre nel 58 A.C con le sue Legioni: probabilmente si imbastiscono i primi lavori di miglioramento, continuati da Donno, il Re della stirpe regnante locale, negli anni succesivi e forse prima della morte del Romano la via è già tracciata, lungo quasi tutto il percorso, secondo i canoni di Roma, ma senza essere selciata e avere l’ampiezza che le conosciamo dal I secolo D.C.

In occasione della sottomissione del proprio regno all’Impero Romano, nel 13 A.C., sotto Augusto Ottaviano, Cozio I, figlio di Donno, dà nuovo assetto alle vie di comunicazioni preesistenti e in special modo a quella che unisce la piccola capitale Segusio al Valico delle Alpi Cozie: Mons Matrona. Le Alpi non rappresentano una barriera invalicabile: i contatti con le vicine popolazioni, facilitati dalla comunanza di stirpe, sono intensi e continui, né si interrompono durante il periodo invernale: i rapporti con le sue terre d’Oltralpe devono essere mantenuti nonostante le difficoltà che natura e terreno frappongono. Le montagne, poi, non spaventano le antiche popolazioni celtiche: non nutrono certo le diffidenze e le ansie dei Romani a cui la sconosciuta e maestosa cerchia alpina incute timore.

La Valle di Susa assume, per Roma, una funzione nodale tra la Gallia transalpina e la pianura Padana, sia per la circolazione di merci in entrambe le direzioni sia per i prodotti derivanti dalla pastorizia d’altura e dalle risorse minerarie, che per l’innegabile ruolo svolto dalle tribù locali nel tracciare e battere i sentieri d’alta quota, noti, con precisione, solo a loro.

La Via delle Gallie, costruita con mano d’opera locale e l’ausilio di ingegneri romani, attraverso le valli della Dora Riparia e della Durance, da Avigliana a Chorges, in proseguimento dell’arteria romana proveniente da Torino, è un’opera che serve all’Urbe, ma torna di massimo vantaggio anche per i suoi sudditi: diventa la più comoda e frequentata via transalpina dell’antichità. Come scrive Ammiano Marcellino: “la strada più breve, diretta e frequentata”.

La sua posizione geografica infatti la fà via media, ossia centrale, fra i più grandi empori dell’Impero d’Occidente: “Mediolanum”, “Arelate”, “Lugdunum” e “Massillia” e contribuisce alla sua fama.

Il viaggiatore giunto a Susa probabilmente ha facoltà di scegliere per quale strada raggiungere il Colle. Uscendo dalla Civitas,in corrispondenza dell’attuale Porta Savoia, può imboccare la strada tracciata, quasi sicuramente, durante il riordinamento cozziano: s’incammina sotto l’Arco di Augusto e volge verso ovest per prendere un percorso fiancheggiante l’acquedotto e da qui raggiungere gli attuali Gravere e Chiomonte, quindi Exilles e proseguire. Può anche imboccare l’antico Itinerario Gallico, anche questo quasi certamente riassettato, divenuto secondario ma soprattutto percorso dai pedoni. Attraversa quindi la Dora su un ponte, ai nostri giorni detto di San Rocco, sale alle borgate Santo Stefano, San Lorenzo e San Giovanni di Giaglione, passa poi sul torrente Clarea, nella valle omonima, raggiunge la Maddalena e poi prosegue sempre verso Exilles.

Ancora nella prima metà del 1900 questo percorso è in buone condizioni di transito per i piccoli veicoli: in parte selciato e di larghezza uniforme: 2,5-3 metri.

Che l’antica Strada di Francia passi su questi terreni è comprovato anche dal fatto che il vico di Caumontium, Chiomonte, è situato proprio nei pressi della Maddalena: solo alcune “grange” sorgono sul sito attuale e l’intero piccolo borgo vi si trasferirà solo verso il 700 quando l’intero traffico sarà tutto diretto verso la nuova Via di Francia. Ulteriore prova del passaggio è data dalla storia delle cascine della Maddalena: i “Mas di S. Martin”, un ostello per pellegrini governato dai monaci di S. Martin de Tours, in seguito passato fra i beni di San Giusto e poi alla Badia di Ulzio: un ospizio per viandanti presuppone un itinerario molto frequentato da essi.

L’ intenso via vai Alto Medioevale che gravita sull’alta Valle continua a fruire dei due itinerari: quello che, lasciata Susa, valicata la Dora, s’inerpica rapidamente dalla regione Pradonio fino alle prime case che costituiscono la borgata di Santo Stefano a Giaglione, continua ad essere particolarmente usato dai pellegrini, o comunque da chi non si muove per motivi commerciali e militari.

La frazione è un pugno di case allineate lungo la strada: negli anni di maggior prosperità, tra il 1522 e il 1530, saranno ben 56. Attorno all’anno 1.000, dopo la cacciata dei saraceni, i Monaci della Novalesa vi costruiscono una primitiva cappelletta: il monastero nel 1433 giungerà a possedere nel comune, oltre a terreni, 80 case, ossia circa un quarto dell’intero abitato.

I toponimi della zona, i ritrovamenti in luoghi circostanti di dolmen, coppelle e acervi di pietra rendono possibile l’ipotesi che qui già sorgesse un più antico sacello cristiano, costruito, come era d’uso, sulle rovine o nei pressi di un sito usato per culti pagani. Sulle pietre di confine sono state incise delle croci: consueta affermazione della cristianità su aree anticamente ritenute sacre.

L’intitolazione al Protomartire, Diacono della prima comunità cristiana di Gerusalemme, condannato alla lapidazione dal Sinedrio nell’anno 36 D.C., ne attesta l’antichità. Il culto è largamente diffuso in valle, fra gli altri paesi a Novalesa, Susa e Rivera: il primo Vescovo di Torino, San Massimo ha contribuito certamente alla sua affermazione. A Susa, nella cattedrale di San Giusto, sono stati rinvenuti frammenti di affreschi quattrocenteschi raffiguranti la sua uccisione e Jacques Crocheyras, dell’Università di Grenoble, nel suo Théatre religieux en Savoie au XVI siècle dà notizie di una rappresentazione del suo martirio in città in tempi imprecisati: forse il Mystère viene “jouè” fino al XVII secolo.

La chiesetta è probabilmente ristrutturata, una prima volta, nel XIII secolo: è una costruzione di limitate proporzioni, adatta a una piccola comunità rurale.

La pianta è semplice: una sola navata. L’ altare in origine, secondo le norme conciliari, è collocato contro la parete di levante: le disposizioni di Papa Clemente lo vogliono così orientato perchè il sole nascente è il simbolo della Redenzione. I fedeli, entrando dalla parte opposta, l’occidente, passano dall’oscurità del peccato alla luce della salvezza. In seguito sarà rivolto verso di loro. Due ampie finestre monofore, ad arco romano, si aprono a mezzogiorno. Sul fianco nord, a sinistra della porta, una più piccola, della grandezza poco più di una feritoia, con una strombatura che permette di vedere il celebrante dall’esterno: aperta in occasione di una delle ricorrenti epidemie di peste. I credenti, per motivi di sicurezza, assistono infatti alle funzioni stando all’aperto. È grande quanto basta a ricevere la comunione e non è una rarità: a Torino, durante la peste del 1630, se ne apre una sulla facciata della chiesa di San Domenico.

In questo periodo di pandemia una piccola digressione sulla situazione di quei tempi e su come la si affronta: la malattia colpisce, infatti, Giaglione, in vari anni, fra i più cruenti il 1564. I sindaci vengono convocati, il 30 agosto, dai Comissari per la Conservazione della Sanità per Susa e la Valle, “nella pubblica via in regione Pradonio”. Qui viene loro presentato il “meystro cirugico” Francesco Perrero di Oulx, ma residente ad Avigliana: assisterà gli appestati del paese per la maggiore raccolti in misere capanne all’attuale frazione San Giuseppe. La comunità, però, dopo una decina di giorni, lo ricusa, probabilmente perchè arrivato già febbricitante, definendolo “un barbiero ignorante e mal pratico”. Il pover’uomo, malato e respinto da tutti, morirà nel mese di ottobre in una baita della Val Clarea più per stenti che per peste: anche gli abitanti di Chiomonte lo allontaneranno a colpi di pietre. Nel mese di marzo del 1629 la peste ritorna virulenta con le soldataglie del Richelieu dirette all’assedio di Casale: nel corso dell’anno si contano 624 vittime. Nel 1630 le morti si aggirano sui 550: in soli due anni, su una popolazione di 1650 abitanti, il morbo porta via più di 1.100 persone. Muoiono, uno dietro l’altro, tre Curati e le sepolture non vengono più registrate: la cifra è dunque ipotetica.

La cappella è conosciuta in Italia e all’estero soprattutto per il ciclo di affreschi che abbellisce esternamente la facciata nord, fianco strada, citati nei testi della Brizio, del Griseri, del Toschi e di altri critici d’arte. Raffigurano le Virtù, i Vizi e le Pene dell’Inferno, noti come la Cavalcata dei vizi e delle virtù: un tema caro alla pittura quattrocentesca, diffuso in tutto l’arco alpino. E’ una rassegna allegorica di personaggi sul dorso di animali, tutti legati e attratti con una catena verso l’inferno che assume l’aspetto di un mostro con le fauci spalancate.

Il pittore è ignoto: non ha firmato l’opera e non sussiste alcun documento d’archivio che ne tramandi il nome: quelli contabili, gli unici che potrebbero farvi luce, nell’Archivio Comunale partono solo dal XVII secolo.

Secondo la storica francese Gabrielle Sentis nella scena inferiore si possono scorgere distintamente tre caratteristiche montagne a guglia: le ritiene poter essere la più antica rappresentazione delle Aiguilles d’Arves, presso il colle del Galibier. Questa interpretazione potrebbe fornire un indizio sulla provenienza dell’artista.

La storica dell’arte medioevale Elena Rossetti Brezzi attribuisce invece l’opera, con qualche dubbio, al “maestro di Jovenceaux” che avrebbe dipinto, oltre che nella frazione di Sauze d’Oulx, da cui trae il nome, anche in San Giusto e San Francesco a Susa, in San Pietro ad Avigliana, in San Sebastiano a Pianezza e nella chiesa del cimitero di San Maurizio Canavese.

Secondo gli studiosi i dipinti risalgono alla fine del XV secolo o al massimo a pochi anni precedenti: lo stile è il tardo gotico che in Europa fiorisce tra la fine del 1.300 e la prima metà del 1.400, ma che nelle nostre vallate è presente, si può dire, fino all’avvento del barocco.

Un’epoca in cui i pittori non si considerano dei semplici mestieranti: amano la loro arte e vi impiegano tutte le loro capacità, nonostante il periodo non certo favorevole alle attività artistiche: sono anni funestati dalle “calate” degli eserciti francesi in Italia, dalle lotte fra Francia e Spagna, spesso combattute proprio nella nostra regione e dalla completa decadenza dello Stato Sabaudo.

La difficoltà di trovare buoni artisti locali è una realtà: in Piemonte scarseggiano e i pochi disponibili sono assorbiti dalle committenze di Corti, Cattedrali e grandi Istituti Monastici.

Il dipinto giaglionese si inserisce degnamente in un compleso di affreschi analoghi fra loro per temi, stile ed epoca. I tre i soggetti: Virtù, Vizi e Castighi non sono un’esclusiva della cappella: li troviamo raffigurati, fra la fine del medioevo e l’età moderna, anche singolarmente, non solo nel Piemonte Occidentale ma pure nelle limitrofe vallate francesi. In essi gli artisti locali, meno legati ai precetti accademici, dimostrano di saper intercettare in pieno la spontaneità e l’immediatezza popolare.

Gli affreschi di Santo Stefano, come le altre opere coeve, hanno esclusivamente una funzione didascalica e morale: catechizzare i paesani e i numerosi pellegrini e viandanti, che percorrono l’antica strada gallo-romana, su ciò in cui devono credere, dissuaderli dal cadere vittime delle tentazioni e motivarli a seguire la retta via. Contrapporre, dunque, con espressiva e suggestiva chiarezza i concetti di bene e male.

Fra Giacomo da Rivalta scrive: “Le dipinture sono i libri dei laici e di ogni gente; un libro non scritto con caratteri dell’alfabeto ma con linee e colori i quli parlano con immediatezza alla mente e, più ancora, al sentimento e alla volontà”. Le scene affrescate sulle pareti, con colori ben definiti e vivaci, impressionanti nel loro realismo, diventavano “letture” per coloro che non sanno né leggere né scrivere. La loro vista induce passanti e pellegrini a riflettere e a temere l’orrore del vizio. L’abbondanza di particolari con cui si ritraggono le sofferenze delle anime perdute e la mostruosità dei loro torturatori è un insegnamento costante e tangibile: si supplisce con il “visivo” all’impossibilità della lettura di quei testi sacri che ammoniscono il peccatore e lo ragguagliano sulle punizioni infernali.

Lo storico dell’arte Enrico Castelnuovo (1929-2014) ritiene la Cavalcata dei Vizi e delle Virtù uno dei soggetti preferiti dai pittori che operano nell’area tra il mare, la Valle d’Aosta e l’immediato Oltralpe.

Colpisce l’identità quasi perfetta dei soggetti rappresentati: identici i Paradisi e gli Inferni, altrettanto simili le pene inflitte ai dannati. Stessi vizi a cavallo dei medesimi animali e nello stesso ordine. E’ evidente che gli artisti, oltre a influenzarsi l’un l’altro nel loro passare da paese a paese, si rifanno a fonti comuni: libri con incisioni e Mystères. Le strade e i villaggi della Valle sono disseminati di edifici religiosi affrescati con soggetti molto simili alle scene delle Sacre Rappresentazioni: una contaminazione reciproca. Muovendoci sul territorio fra i tanti che possiamo incontrare, nei centri più importanti come nelle frazioni sperse sulle montagne, abbiamo quelli sulla Chiesa parrocchiale di Cesana, su quella di San Lorenzo a Oulx, di San Barnaba nella frazione Soubras e di Jovenceaux presso Sauze d’Oulx. Altri si ammirano sulla facciata di San Sisto del Melezet, di S. Andrea sull’altipiano delle Grange Horres a Millaures, entrambi presso Bardonecchia, di Beaulard e di Salbertrand. Simile come contenuto, a Giaglione, i dipinti sulla parete esterna della Chiesa Parrocchiale di Novalesa intitolata a Sano Stefano: altri pellegrini, altri viandanti sulla strada dell’altro grande passo Valsusino, il Moncenisio, che con le sue bufere di neve, vento e nebbie sa spaventare, per gran parte dell’anno, ch si accinge a valicarlo, ma che con l’affermarsi dei Savoia surclasserà totalmente il Monginevro. Nella vicina valle di Lanzo, con la quale le comunicazioni sono abituali, li troviamo, ad esempio, a Forno di Lemie sulla cappella di San Giulio, datati 1486. Ai confini tra il Canavese e le antiche terre sabaude sono ammirabili, in due cicli diversi, sulla facciata della piccola chiesa campestre di San Ferreolo, presso Grosso Canavese. Nel resto del Piemonte sono presenti, tra l’altro, sulle pareti interne della chiesa di San Fiorenzo a Bastia di Mondovì, datati 1472 e firmati da Giovanni Mazzucco: ritenuti il più importante retaggio della pittura gotica francese in Piemonte. Altri fanno bella mostra di sé sulla Chiesa della Missione a Villafranca Piemonte. Marguerite Roques (1909-1980), un’altra storica dell’arte medioevale e docente all’Università di Bordeaux, elenca una quindicina di affreschi soltanto nel sud-est della Francia. Distanti non molti chilometri da noi si possono ammirare, ad esempio, sulle pareti di Sant’ Apollinare all’Argentière, un villaggio situato nel dipartimento dell’Alta Savoia e oggi parte del comune di Chamonix-Mont-Blanc, poi a Névache e a Plampinet, nella valle della Clarée, appena dopo il Colle della Scala e in Maurienne, tra gli altri paesi, a Bessans, Lanslevillard e Avrieux.

L’affresco ricopre una superficie rettangolare di 7,60×2,50 metri. Il disegno è sobrio ed efficace nella resa delle figure e dei gesti, i volti in particolare sono ricchi di realismo popolaresco. Il colore, in genere, è vario ed armonioso anche se non troppo ricco: le materie prime sono scarse e costose. La fascia più elevata, il Paradiso, presenta tonalità più brillanti e chiare. Quella inferiore, l’Inferno, è la più tetra, dominata da rossi scuri e nero. Tutto disposto ad arte: anche le tinte servono a classificare i regni ultraterreni.

È suddiviso in tre fasce sovrapposte ed è corredato da due iscrizioni, entrambe collocate in quella inferiore: praticamente all’altezza degli occhi per cui di comoda lettura, per chi è in grado di farlo.

Il testo è redatto in caratteri gotici, in un francese arcaico.

Le parole devono servire da monito ai Giaglionesi e ai viandanti. Quella posta sull’arco della porta recita pressapoco: “ Oh voi che riguardate questa storia, mettetela bene nella vostra memoria, fissatene bene le pene affinchè non siate –come- queste anime ingannate. Voi sarete ben miserabili se prenderete la sconcia via del diavolo; prendete invece il cammino della corda – della penitenza- di queste opere di misericordia”.

Quella a sinistra si ispira al racconto di Lazzaro inserito nel Traité des Peines de l’Enfer, manoscritto conservato nella biblioteca di Lione e aggiunto dal calligrafo, miniatore ed editore parigino, Antoine Vérard all’Art de bien vivre et bien mourir, stampato più volte fra il 1492 e il 1496: “ Come Lazzaro, fratello di Maria Maddalena e di Maria, il quale era stato risuscitato dalla morte alla vita, della qual cosa dubitava il suddetto Simone, comandò Nostro Signore al detto Lazzaro che raccontasse davanti a tutta la compagnia ciò che aveva veduto nell’altro mondo. Pertanto egli raccontò le pene che erano nell’inferno, le quali voi vedete e vedrà ogni persona che transita per questa strada”.

La striscia più bassa dell’affresco è dipinta allo stesso livello delle iscrizioni: ad altezza d’uomo. L’artista raffigura le Pene dell’Inferno, forse applicando una specie di legge del contrappasso.

Le figure sono numerose e molto piccole, il disegno è confuso e i colori sbiaditi. I dannati e i demoni, poi, sono stati sfigurati intenzionalmente dai fedeli: esaltati dai sermoni infuocati dei Predicatori esprimono la loro fede colpendo al viso, specialmente agli occhi, con chiodi, spilli e piccoli oggetti appuntiti di metallo, i personaggi “cattivi”. Questi uomi di chiesa li invitano a dimostrare concretamente con sputi per terra o colpi di punteruolo sulle figure dei dannati e dei demoni, la loro avversità al maligno. Usanza se non comune, comunque diffusa: alcune tele esposte nei vari musei italiani, volontariamente non restaurate, presentano questa caratteristica. Non ci si può neanche stupire più di tanto se la paragoniamo alla barbara usanza, durata a lungo, di marchiare a fuoco i ladri, le prostitute, i bancarottieri e altre categorie sociali.

Le scene sono sette e ben divise fra loro: aprono i dannati legati e stritolati da grandi ruote dentate, seguono quelli immersi in grandi caldaie. Altri si contorcono in enormi pozzi, le lance di alcuni demoni infilzano dei corpi distesi su tavolati. Diversi peccatori, riuniti attorno ad un tavolo su cui è collocato un grande piatto, dai gesti e dalle mimiche facciali, sembrano aver consumato cibo avvelenato o perlomeno immangiabile. Altre persone nuotano in una distesa di un qualche elemento: acqua, ghiaccio o chissà. Nell’ultima scena si scorgono tre peccatori nudi in cammino e un quarto in procinto di cadere: forse la pigrizia punita con l’eterno peregrinare.

Nella fascia mediana il pittore affresca sia la Cavalcata dei Vizi che l’Ingresso nell’Inferno.

i Vizi, i Sette Peccati Capitali, sono collocati in corrispondenza delle soprastanti Virtù. A rappresentarli altrettante figure umane: legate l’un l’altre, al collo, da un’unica grossa catena, procedono a cavallo di svariati animali. Ognuna è scortata da un diavolo nero, danneggiato anch’esso dalla “pietas”dei fedeli.

Ogni personaggio ha la sua scritta identificativa: i vizi e i rispettivi dannati sono indicati da un sostantivo e da un avverbio. La lingua usata è un latino grossolano che sostituisce, ad esempio, la congiunzione “et” con l’italianissima “e”. Nell’ordine sfilano dinnanzi allo sguardo: Superbos e superbiose, Avaricios e avariciose, Lusirios e Lisiriose. Seguono Iros e irose, Golos e golose, Envidios e envidiose. Alla fine: Prestos e prestose.

La Superbia che apre la cavalcata è interpretata da un giovane riccamente vestito, con corona in capo e una grande spada sguainata: è impettito sul dorso di un maestoso leone e ha accanto un diavolo che sorregge, a sua volta, una corona. Un uomo è a cavalcioni di un orso bruno, la mano destra è alzata a ostentare un gruzzolo di monete racchiuse in un sacchetto, la sinistra immersa in un’altra sacca di denari: ecco raffigurata l’avarizia. Segue una donna, la Lussuria, a cavalcioni di un caprone: si ammira in uno specchietto ovale, mentre, alle sue spalle, un diavolo la pettina con la destra e le offre una boccetta con la sinistra. L’abito, con una scollatura appena accennata, è rialzato e lascia interamente scoperta la gamba sinistra, calzata fino al ginocchio. L’ira, invece, è ritratta nelle sembianze di un giovane ricco, ben vestito, con una borsa appesa alla cintura: incedendo, su un leopardo, si pugnala il petto. Un uomo grassottello, a cavallo di un lupo, avviandosi anche lui verso l’inferno, tracanna da un otre portogli da un diavolo e con la mano sinistra sorregge un lungo spiedo, appoggiato alla spalla, sul quale è infilzato un grasso cosciotto: ecco avanzare la Gola. L’Invidia è dipinta come uomo in groppa a un cane che rode un osso: guarda di sottecchi e a braccia incrociate indica due direzioni opposte.Chiude la serie dei peccatori l’Accidia: una donna discinta con la veste sbrandellata, seduta all’amazzone su di un asinello e alle sue spalle s’intravede, abbandonata, una conocchia: la rocca per filare.

L’affresco prosegue, in corrispondenza del soprastante Paradiso, con l’ingresso nell’Inferno: la bocca gigantesca di un dragone che spalanca le fauci per inghiottire i malvagi. Gli occhi sono sbarrati e la sua gola sputa lingue di fuoco. Due demoni, sulla soglia, suonano il piffero e il tamburo. Tra le fiamme si scorgono alcuni dannati, altri sono dipinti sul dorso del mostro pungolati da spaventosi diavoli: è particolarmente evidente la somiglianza ai complessi marchingegni usati nei Mystères. Un ulteriore esempio di come questi e le pitture murali siano strettamente intrecciate.

L’affresco dovrebbe essere di poco posteriore proprio a una rappresentazione dell’Ystoria Sancti Vincentii, ispirata al Santo protettore di Giaglione: il messaggio del Mistero è così forse stato completato in modo permanente da quello visivo.

La stessa situazione, probabilmente, si verifica alla Ramats, oggi frazione di Chiomonte: gli affreschi quattrocenteschi, restaurati, della cappella di Sant’Andrea, sembrano avere un collegamento con l’omonima drammatizzazione teatrale qui rappresentata. Ritraggono le varie fasi del martirio e indugiano, con il solito vivo realismo, sulla fisionomia dei “cattivi”: per lo più grotteschi e al limite della caricatura, proprio come questi personaggi sono interpretati sul palcoscenico dagli abitanti del borgo.

Nella fascia superiore, a sinistra, si materializza il Paradiso. La pitura, verso il basso è in parte rovinata: si scorgono solo mura merlate a protezione dei Beati.

Al centro, tra le due torri, domina la figura del Creatore: un vecchio dalla importante barba bianca, le braccia allargate in direzione della porta della “celeste Gerusalemme”. Ai suoi piedi, in ginocchio e in silenziosa contemplazione, una per parte, due figure aureolate. È attorniato da otto angeli: in realtà sono dipinte solo le teste tra quattro paia di ali.

Nell’angolo di sinistra, rovinato, è visibile il gruppo dei Beati: si affaccia da una torre esagonale.

Nell’altra torre è dipinta la figura di San Pietro: ha un piccolo libro nella sinistra e due grosse chiavi appoggiate sulla spalla destra.

L’affresco continua con la rappresentazione delle Sette Virtù: collocate a destra del Paradiso e rappresentate con scenette allegoriche: in tutte una figura femminile, assistita da un Angioletto, compie un’azione corrispondente al nome della virtù scritta al disotto, nel solito latino sgrammaticato: nel complesso però una raffigurazione della donna, purtroppo in piena linea con il momento storico, ma che oggi non ci può non fare sussultare.

Ancora una volta, come nelle Sacre Rappresentazioni compaiono personaggi secondari e alcuni angeli partecipano direttamente all’azione. Tutti, Virtù comprese, sono a corpo intero, ma piccoli, quasi fossero dei fanciulli.

Le Virtù, sedute o inginocchiate su di un pavimento color ocra con fondo verde, si susseguono l’un l’altra. Apre l’Umilitas: seduta con le mani giunte, confortata da un angelo, pone ubbidiente il collo al giogo che un uomo, dall’abbigliamento signorile, le impone. La Largitas, sempre seduta, elargisce una moneta ad un povero dalla gamba monca, appoggiata su una rudimentale stampella, che si sostiene con un bastone ed è accompagnato da un ragazzotto a mani giunte. Ad esse segue la Castita, inginocchiata con le mani giunte, l’unica in un abito religioso scuro. Innanzi a lei un angelo regge un libro di preghiere aperto: la figura è parzialmente rovinata da un rappezzo dell’intonaco. La Paciencia, seduta a braccia incrociate sul petto,riceve, senza reagire, uno schiaffo da un uomo: è confortata da un angelo con la dalmatica, una tunica a larghe maniche e lunga fino alle ginocchia. È la volta della Temperancia: seduta a mensa, mesce acqua e vino in un bicchiere. Sulla tavola, un’asse sostenuta da due cavalletti su cui è stata stesa una tovaglia e posto un piatto in terraglia, sono apparecchiati cibi poveri: una rapa, del pane e del vino. Naturalmente non vi sono posate. La forchetta non è ancora usata: si mangia con le mani e sulle tavole ricche i servitori soccorrono i commensale con bacili di acqua profumata per detergersi le dita. Il coltello, lo scalco, serve solo se c’è carne da porzionare e il cucchiaio solo in caso di rarissime portate liquide. È la volta della Caritas: velata, allatta simultaneamente due neonati fasciati da capo a piedi. Conclude la Dilegecia – Diligencia – sempre seduta, questa volta accanto al cestino da lavoro: cuce un abito, mentre l’Angelo le porge un paio di grosse forbici.

Affreschi murali e Mystères ennesima espressione di scambi culturali e artistici con paesi confinanti, al di qua e al di là delle barriera alpina.

Un pensiero su “Santo Stefano a Giaglione: la Cavalcata dei vizi e delle virtù sulla via delle Gallie”

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