Nel 1988, la costruzione di un ponteggio per lavori architettonici offriva l’opportunità di raggiungere l’affresco con la Crocifissione che, ben visibile in una foto della campagna fotografica Frick del 1934-1935 ( fotografo era M. Sansoni ), appariva ormai deperito in modo tale da essere pressoché illeggibile. Situato su una parte della costruzione orientata a nord-ovest, al di sotto del coro vecchio, era rimasto in posizione inaccessibile sullo strapiombo formatosi in seguito alla distruzione dell’ala nord-ovest degli edifici, quella delle celle e dei chiostri.

L’esposizione alle intemperie ne rendeva necessario, per salvarlo dal totale degrado, lo stacco, che veniva effettuato nello stesso anno, e che rivelava la presenza di altri due strati di intonaco dipinto al di sotto di quello superficiale. I tre strati dell’affresco si trovavano al di sopra e al di sotto di tre archetti a tutto sesto in muratura ancora adesso visibili sulla costruzione.

Tra il primo livello e la Crocifissione, si trova un sottile strato di intonaco martellinato che presenta una sinopia raffigurante un Cristo crocifisso. Pur trovandosi sotto l’archetto centrale, in posizione all’incirca corrispondente a quella del Cristo trecentesco, non si tratta della sua sinopia, ma di una figura indipendente da questa e molto più antica. Non è dato sapere perché di questo strato sia rimasta solo la sinopia e non l’opera realizzata, anche se forse si può supporre che, volendo mantenere la partizione architettonica fornita dagli archetti, gli autori dello strato trecentesco abbiano demolito superficialmente quello precedente per evitare che l’intonaco nuovo risultasse non abbastanza profondo rispetto all’aggetto della muratura. La datazione di una sinopia presenta indubbiamente, per la scarsità di confronti disponibili, dei margini di incertezza notevoli e proporzionali alla sua antichità. Il leggero inarcarsi della figura verso sinistra, la lieve inclinazione del capo sulla spalla destra, il panneggio a pieghe parallele, un andamento della linea fortemente sintetico ma molto efficace nella descrizione del busto, del panneggio, dei piedi come slogati nell’ampiezza della torsione, sembrano alludere ad una datazione alla seconda metà del XII secolo, coincidente con l’ultima fase di fioritura dell’Abbazia, prima della decadenza del XIII, e ad un modello non italiano.

La fotografia degli anni Trenta documenta l’aspetto della figura del Crocifisso allora ancora visibile, e di cui è rimasta sull’intonaco appena un’ombra. In un’altra foto riportata dal Gaddo, si intravedono inoltre ancora le braccia dell’angioletto in basso che si tendono a raccogliere il sangue di Cristo dalle ferite dei piedi, il teschio alla base della croce, i piedi del San Giovanni. Questa parte dell’affresco è andata completamente perduta.

Durante lo stacco si sono inoltre potute recuperare alcune parti del dipinto che, trovandosi sotto l’archetto a sinistra del Cristo, nascosto da una parte più tarda della costruzione, non risultano mai fotografate, e che fanno parte della stessa scena: una testa tonsurata di monaco, un San Benedetto che regge il libro della Regola, di cui restano anche altri cinque frammenti della parte centrale,una piccola parte di cornice a fascia bianca e rossa,ed ancora un vasto frammento che contiene la parte inferiore della figura di San Benedetto e quella di un personaggio con veste verde e manto rosso, forse una Maddalena. Dalle porzioni di affresco sopravvissute e dalle antiche fotografie si ricostruisce una scena di Crocifissione dall’iconografia elaborata, con San Benedetto, forse la Maddalena, la Vergine, il Cristo sulla Croce sormontata dal pellicano che si erge sul teschio, con tre angeli che raccolgono il sangue delle piaghe, San Giovanni e probabilmente, nell’archetto di destra, uno o due altri personaggi scomparsi.

La parte visibile dell’affresco è da tempo nota, anche attraverso le fotografie antiche, agli studiosi, ed è stata attribuita ad area lombardo-piemontese .

Nell’analisi del dipinto,la struttura fisica del corpo di Cristo, porta ad un atelier Avignonese, soprattutto la forte angolazione del bacino rispetto al torace, con la piega profonda della linea del fianco destro, il capo reclinato sul braccio reso sottilissimo dalla tensione provocata dal peso del corpo. Un profilo che si ritrova, più o meno accentuato, in diverse opere della cerchia di Simone Martini, ed in particolare in alcune attribuite al suo atelier avignonese.

Il Maestro della Sacra, che dovrebbe operare, come già supponeva Costanza Segre Montel, verso il 1350,o poco oltre, sembra influenzato da correnti di gusto che si muovevano nella Avignone degli anni Quaranta e Cinquanta. Una accentuazione emotiva la sua, che trova forse un paragone di clima nel Cristo della Crocifissione di Bertrand de Montfavet, datato anch’esso, da M.Laclotte e D. Thiébaut, al 1350 circa, e che forse può essere considerato uno dei tramiti in Piemonte di futuri sviluppi di gotico internazionale.

Fonte: A. Guerrini – La Sacra di San Michele – Storia Arte Restauri – Seat 1990

Di Emerenziana Bugnone

Socia Monastica Novaliciensia Sancti Benedicti, volontaria culturale e accompagnatrice.

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