L’invenzione della scrittura ha cambiato la vita dell’uomo molto profondamente. L’uso di segni per rappresentare parole e cose ha rappresentato il primo passo per la libertà. Non più limitato dalla sua memoria, l’uomo ha potuto espandere le sue conoscenze utilizzando supporti esterni: dapprima tavolette di cera, successivamente fogli di pergamena, fino ad arrivare alla carta, e ora, con la tecnologia, solamente digitando tasti su un computer.

Scrivere non è solo un atto a fini pragmatici, scrivere significa molto di più. Significa dar sostanza ai pensieri, renderli concreti, imprimendoli sul foglio. Li si rende accessibili a tanti, e in ogni momento. E così facendo li si rende vulnerabili, oggetto di giudizi di tutti coloro che ne vengono a contatto. Ma la scrittura è anche il modo che l’uomo ha di toccare il cuore degli altri uomini. Attraverso le sue storie fa vivere grandi avventure, grandi emozioni a chi le legge. Fa entrare in nuove realtà, fa vivere nuove vite, fa avere nuovi punti di vista.

La scrittura parte dal pensiero, solo avendo qualcosa da esternare si può cominciare a scrivere. Quel bisogno impellente di esternare i nostri pensieri, di far sapere al mondo quello che abbiamo dentro. E basta appoggiare la penna al foglio, per dare il via al proprio flusso di pensieri. Un costante scorrere di sensazioni, di immagini, che solo attraverso la scelta della parola giusta prendono vita. E vita avranno per sempre.

Lo scrittore entra nella sua opera, perde consapevolezza del suo essere lì, in quel momento, seduto a quella scrivania ed entra con tutto sé stesso nei suoi pensieri, nelle pagine che scrive. Perde ogni cognizione del tempo e si immerge in un mondo che nasce dai suoi pensieri e che crea ad ogni parola che aggiunge. Ed invita ogni lettore a percorrere lo stesso viaggio, ad abbandonare la sua vita per un po’, e a seguirlo in una nuova avventura, in una nuova dimensione. Solo alla fine si risveglia, ritorna alla realtà e ammira la sua opera.

Accendere una lampada e sparire –
– questo fanno i poeti –
ma le scintille che hanno ravvivato –
se vivida è la luce –
durano come i soli. (Emily Dickinson)

Scrivere significa anche responsabilità. Nel momento in cui la parola prende vita, distaccandosi da colui che l’ha pensata, diventa inerte, eterna, indipendente dal padre che l’ha creata, egli non può più difenderla ma si difenderà da sola, con la sua forza, la sua chiarezza, la sua veracità. E allo stesso tempo però, ogni opera, ogni pagina è un piccolo pezzo di ogni scrittore. Un pezzo di anima che viene messa a nudo, nero su bianco, data in pasto ad un pubblico di cui chiunque può farne parte. Senza avere la certezza che chi riceverà le sue parole sia ben disposto a comprenderle per quello che davvero volevano significare. Ed è per questo che nascono conflitti, accuse, incomprensioni. E la storia è piena di casi di questo genere.

L’immagine di Giordano Bruno che muore, bruciato al rogo, in Piazza Campo dei Fiori a Roma, con a fianco i suoi libri dati alle fiamme è un’immagine che non ci deve far dimenticare la forza di questi uomini, che per difendere le loro idee, gli ideali che avevano portato alla luce grazie ai loro libri, per affermare la loro libertà di esprimersi e di pensiero, hanno rinunciato al dono più prezioso. La vita.

“Non esiste un vascello veloce come un libro, per portarci in terre lontane, né corsieri come una pagina, di poesia che si impenna – questa traversata può farla anche il povero senza oppressione di pedaggio – tanto è frugale il carro dell’anima.” Emily Dickinson

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