Gli archivi comunali della Valle sono prodighi di notizie riguardo ai Misteri allestiti nel corso degli anni: i parcellari dei Sindaci sono una miniera di informazioni le più svariate e curiose. Tutto questo permette di ricostruire un vero e proprio “diario di lavoro”: una sequenza meticolosa dei preparativi necessari.

Le rappresentazioni hanno solitamente luogo a maggio, nei tre giorni festivi di Pentecoste: quasi tutti i Misteri sono suddivisi in tre giornate che aprono, ognuna, con un prologo e chiudono con un epilogo.

I preparativi però iniziano un anno prima: si tratta di un impegno gravoso che riceve la giusta ricompensa nella notevole affluenza di pubblico ma, soprattutto, nell’atto di fede che la realizzazione del mystère comporta.

L’inizio di tutto è quasi sempre un voto, o un suo rinnovo, da parte delle varie comunità valligiane.

Il paese di Salbertrand, nel 1662, supponendo che i disastri di cui è vittima sono dovuti a una punizione divina per non aver, da lungo tempo, rappresentato la Storia di San Giovanni Battista, decide di riprenderne l’usanza. Il 29 maggio i Capifamiglia, riuniti, con il curato, nel cimitero della chiesa parrocchiale, in presenza dei notai Deyme e Coste deliberano di riprendere “L’histoire et representation de la Saincte vie et martire du precurseur de notre Sauveurs Jesus Christ st. Jeanbapstiste, leur patron, en action de graces des faveurs et du bonheur qu’ilz ont receu et recoiventejurnellement par les merites et intercession envers Dieu et la Saincte et trés sacréé Vierge, sa beniste mere, de ceux glorieux Sainct, a quoi ce nonobstant ilz n’auroient satisfaict denviron soixante deux ans,tant par la peste e la morte de huit centz septante deux personnes de la maladie contagieuse en l’année 1630, que par les longues et estranges souffrances depuis le commencement des guerres d’Italie, divers logementz forcés et par estape ou ilz ont quasi jouéleur reste et particulierement depui l’année 1646 que l’estape de la cavallerie a esté establie en ce lieu par ordre du roy et de monseigneur le Duc de Lesdiguieres”.

Seguono le firme del curato, del capellano, dei “particolari “e “nous notaire royaux en fois subsignés: M. Deyme notaire – Coste Notaire”.

Avvalora l’atto la ratifica del Vicario Generale di Oulx, Jean Allois, a nome del prevosto commendatario, con l’impegno di mettere in scena regolarmente il Dramma. : “Nous Jean Allois docteur en st. théologie, chanoine et sacristain de la prévoté saint Laurent d’Oulx et vicaire général du reverendissime et illustrissime père en Dieu messire René de Birague, prevot et perpétuel commendataire de la dite prévoté ayant veu l’acte du voeu ci devant escript, avons iceluy loué approuvé et confermé et ordonné qu’il sera exécuté selon sa forme et teneur l’hystoire dont s’agit, préalablement par nos veue, examiné et corregé, et à condition que les acteurs qui auront été choisis par les commis en seront trouvé capables; de quoy nous nous réservons semblablement la connoissance affin que tout se passe à l’honneur et gloire de Dieu et èdification du prochain. De quoy avons fait le présent signé de notre main et scellé du scel de mondit seigneur le prévot.

Ce neuvième avril mil six centss soixante trois. Allois – Vicaire general”.

Dopo circa 62 anni la rappresentazione ha quindi luogo alla Pentecoste dell’anno successivo.

Le prime otto pagine del manoscritto del Mistero sono occupate dall’atto notarile che ne certifica la rappresentazione.

Da questo obbligo gli abitanti saranno poi dispensati nel 1703 dall’Arcivescovo di Torino: “ce douzieme may mille sept centz trois monseigneur Larcheveque de Turin estant dans ce lieu et faisant sa vizitte dans la plebaine aprés avoor veu le voeu et conclusion cy devant escrit touchant Lhistoire de st. jean a dechargé La communauté et les habitants du dict voeu pour Lavenir par son ordre dont L’extrait est cy joint.”

Per adempiere a questi voti è necessario richiedere i vari permessi alle autorità civili e religiose.

Lorenzo Aschieri, Signore di Giaglione e Conservatore della sanità, nonché un buon mediatore, nel 1564 procaccia al paese il permesso ducale di “giogare” la Passione: la procedura è complessa, bisogna ottenere le deroghe alle norme attive per l’epidemia di peste che dal 1564 colpisce la zona.

Il 1566 è ancora periodo di epidemia e i segusini sollecitano anch’essi Lorenzo per mettere in scena l’Histoire Saint Sébastien: pagano il segretario che stende la supplica e “rfià tre volte le lettere et pigliò grandissima pena per far passare predette lettere”. La Rappresentazione viene messa in scena.

Verso la fine del 1659 Giaglione chiede al Priore Carroccio di poter adempiere al voto fatto per “discassiar la camola” dalle viti e rappresentare la Passione. Analoga richiestà è indirizzata alla Contessa Ripa.

Nel 1671 per lo stesso motivo viene messa in scena la Passione et Destructione di Jerusalem.

Il 2 luglio 1670 giunge in paese, da Susa, il Procuratore Bernardino Giacomelli: i sindaci, per motivi di servizio pubblico, all’uscita dei Divini Uffizi radunano il popolo. I primi cittadini sono preoccupati perchè “la camula” stà danneggiando le vigne in modo irreparabile e invitano i presenti ad armarsi di buona volontà per sconfiggerla. Giacomelli apostrofa il popolo ed ordina ai debitori della Confraternita dello Spirito Santo di far fronte ai loro doveri e di riniziare, a partire dal 1671, a festeggiare come si deve la Pentecoste: si ricominci a rappresentare “su pubblico teatro” la distruzione di Gerusalemme. Vienefirmato un atto che tutti promettono di rispettare.

La messa in scena dei Misteri è quasi ovunque curata dalle Confraternite.

Il 7 luglio uno dei due sindaci si reca dal Governatore per informarlo che la popolazione ha deciso di aderire alla sua richiesta supplicandone quindi l’autorizzazione e pregandolo di intercedere presso l’Abate Canovio per ottenerne licenza: lo omaggia con due polli.

Lo stesso giorno l’altro sindaco si reca a Torino per presentare la supplica proprio all’Abate e per chiedere al Conte di Giaglione, il Ripa, anche la sua intercessione presso il prelato.

Il 27 aprile 1754 una lettera del Ministro dell’Interno di Carlo Emanuele III, indirizzata al Comandante di Susa, il Cav. Ochis, fa riferimento a una richiesta della comunità di Chiomonte per rappresentare in maggio una tragedia, di cui non si conosce testo e titolo, per cui nemmeno se sia un dramma sacro: “S.M. a cui ho avuto l’onore di rassegnare il contenuto dell’umanissimo foglio di S.V. Illustrissima del 25 andante, risguardo al permesso chiesto da’ particolari di Caumont di rappresentare nell’imminente maggio una tragedia, non ha difficoltà che Ella lo accordi; ma prima conviene sapere in quale idioma e da chi è stata composta e quale titolo abbia tale opera, per accertarsi che nulla possa produrre di pernicioso. Ne attenderò pertanto il distinto riscontro, godendo dell’opportunità di riaffermarmi”. Non si sa se è stato allestito.

Autorizazioni che non sempre vengono concesse.

Il 23 maggio 1603, mentre in Valle imperversa la peste, la Principessa Margherita di Savoia scrive al Duca Carlo Emanuele, il padre, avvertendola che :“la representazione che quelli di Giaglione volevano far a quella Pentecoste, si è interdita, si per levar l’occasione d’accumular in quel concorso diversità di gente, che per non dar introito alli vicini d’Orso Ciaumont ( Chiomonte) et altri luoghi circonvicini che ci volevano venire”. Intervento necessario perchè la gente accorre a queste recite a dispetto della peste o proprio a causa di essa: partecipare a uno spettacolo religioso equivale, o quasi, a espiare i molti peccati del mondo: la peste è uno dei tanti castighi inflitti agli uomini da un Dio offeso dal loro comportamento.

Nel 1807, a Torino, la richiesta dei Chiomontini di poter recitare la vita di San Sebastiano viene respinta senza appello: “ d’apres les istructions de S.E. le Senateur Ministre de la Police Géneral je ne puis point permettre la représentation des pieces où figurent des personagges qui sont revérés sur les autels”. I tempi stanno cambiando: in piena età napoleonica il teatro religioso popolare non conosce più la fortuna dei secoli precedenti e in molti casi viene vietato.

Ottenute le necessarie autorizzazioni bisogna revisionare o più semplicemente copiare i testi: per intero, le “parcelle”, oppure scrivere solo i “cayeti”, le singole parti per gli attori. Colui che è incaricato di trascriverli si ingegna ad avvincinare il linguaggio il più possibile all’epoca della rappresentazione. È necessario poi farli autorizzare.

Nel 1670 la comunità di Giaglione affida il compito di riscrivere il testo della Rappresentazione della Passione di Nostro Signore con la distruzione diGerusalemme al notaio Giovanni Battista Ruffinetto, afffittavolo del Conte Ripa per l’alpeggio delle Savine: il 13 gennaio 1671 è presentata, a Susa, al Procuratore Giacomelli per l’approvazione. Alcuni giorni prima una delegazione parte per Torino per innoltrare una supplica al “Reverendissimo Commendatore Canovio” affinché conceda alla comunità la Rappresentazione e incarichi qualcuno di correggere eventualmente i “Libri”.

Il 15 febbraio due mule trasportano a Torino, dal Canovio, un sindaco e un suo accompagnatore: gli portano i Libri da visionare. Il 26 altri si recano a ritirarli “admessi, approvati et rimessi”.

A spese della comunità è acquistata la “carta grande per copiare i libri e quella necessaria per la stesura dei “biglietti”, le singole parti.

Nell’estate precedente l’attività è però frenetica per trovare qualcuno che visioni, se necessario corregga la trascrizione, copi le singole parti: il 23 luglio 1670 si va a Lanslebourg da Mons. Gilet: il sacerdote non ha tempo. Il 13 agosto dal curato di Chiomonte: gli lasciano il testo, ma il 17 lo ritirano perchè non possono attendere la sua revisione. Il 21ci si reca nuovamente in Savoia, questa volta a cercare il curato Dofieul: è irreperibile. Il 14 settembre viene raggiunto finalmente un accordo con Padre Rossetto di Exilles, nell’allora Delfinato: accetta di “compor li libri della representatione et rismontar alli attori”.

Il Sacerdote viene più volte in paese a ritirare acconti per il suo lavoro. Nel mese di dicembre è particolarmente sollecitato a sbrigarsi: il 29 consegna una parte delle “parcelle”, ma ancora a marzo del 1671 lo si trova impegnato nel finire il suo compito.

Il 30 dicembre uno dei sindaci si presenta al Procuratore Giacomelli, con un quarto di bue, per ottenere il permesso di radunare una parte dei “particolari di Giaglione”: si deve distribuire loro i “biglietti” e attribuire ad ognuno il personaggio da interpretare .

Per la rappresentazione del 1699 si acquisteranno solo le pelli per far ricoprire i tre libri della Passione.

Nel 1725 a Salbertrand è Joseph Simiand, o Simian le Cadet, “regista “ dello spettacolo a revisionare il testo: la sua firma appare nell’ultima pagina del manoscritto.

Con l’avvicinarsi della data di messa in scena si entra nel vivo dei lavori e sin da marzo si pensa all’erezione del palco. Per la sua costruzione si giunge a un vero e proprio scempio dei boschi: nel XVIII secolo il governo giungerà a vietare il taglio di quelli comunali, severamente compromessi, quando non distrutti, proprio da questo uso.

Nel 1671a Giaglione, sin dal 2 aprile ci si reca proprio nei boschi a tagliare e trasportare legna: i “malesò”.

Alle prime rappresentazioni del XV secolo bastano i sagrati delle chiese, ma con l’avvento di quelle cicliche e l’accorrere del pubblico, sempre più numeroso, dai paesi vicini, è necessario cercare luoghi più adatti, anche un semplice pendio alla base del quale si erigono le scene e i meccanismi per animarle.

A Giaglione l’Ystoria Sancti Vincentii , in pieno XV secolo, è inscenata sicuramente sul piazzale della chiesa e lo stesso, assai facilmente, avviene, nel 1565, per l’Istoire de la Sante Croys: poche decine di persone riescono a svolgere il loro ruolo su uno spazio relativamente ristretto.Per le future rappresentazioni è necessaria però una collocazione migliore: il “Prato Joco”, un pendio a nord-est della chiesa, dove, sul suo fondo, un modesto rialzo suggerisce l’idea proprio del palco. Dal francese “jeu”, il “ludus” dei latini, dato ai drammi sacri e restato nell’uso comune: “jouer le mystère”, ossia recitare il mistero. Nel 1671 a rappresentazione avvenuta il comune deve ripagare un danno di 130 lire ducali per le “herbe de’ prati del palco e circumvicine guastate e consumate dalli forestieri”: un sesto dell’intera spesa.

A Salbertrand le prime due giornate del Mystère di San Giovanni Battista, nel 1725, hanno luogo all’aperto, in un ampio prato al limitare del paese. La terza, a causa della pioggia battente, del forte vento e del rumoreggiare del torrente Gironda, probabilmente in piena, è messa in scena in chiesa.

La rappresentazione di Giaglione, della Passione, avvenuta nel 1738 trova posto sul libro dei conti di St-Jean-de-Maurienne, accompagnata da uno schizzo del palco: “le dit teatre avait 100 pas de long et 9 pas de large…”. Traducendo: una larghezza di 65-70 metri e una profondità di 6, senza tenere conto del proscenio che vede lo svolgimento dell’azione quando il testo non prevede gli attori chiusi nei singoli scomparti. L’interesse dei sindaci transalpini è sollecitato proprio dall’imponente allestimento scenico.

Della messa in scena della Storia dei Santi Cornelio e Cipriano di Mattie, del 1817, scrive anche Goffredo Casalis nel suo Dizionario geografico-storico-statistico degli Stati di sua Maestà il Re di Sardegna: “ Venne costrutto un palco in aperta campagna della lunghezza di venti trabucchi, e sorretto da valide travature”. Questo è allestito nei pressi della chiesa parrochiale: in un prato affittato a 60 lire. Per costruirlo i paesani tagliano duecento alberi di “malegine”, successivamente suddivisi e venduti fra i membri della comunità.

Antistante il palco, sui sedili, prendono posto gli spettatori affluiti dal paese e dalle comunità circostanti. Le autorità non si mescolano alla folla e le comunità costruiscono per loro dei palchi rudimentali: il loro rango sociale va preservato.

L’8 maggio 1671 alcuni abitanti di Giaglione si recano a Susa per trasportare in paese, in “cadrega”, la moglie del Governatore. L’accompagnano il marito e il procuratore con la consorte: assistono alle prove degli attori, ma soprattutto scelgono il luogo dove costruire la loro “baracca” per assistere alla recita.

A Mattie, nel 1817 “Tutta la popolazione, dall’opposta roccia scoscesa, sommamente godette di un siffatto spettacolo”: così scrive il Casalis nell’opera prima citata.

La finzione scenica che rappresenta i vari ambienti allineati di là dal proscenio, fà leva sulla compiacenza e credulità degli spettatori. L’uso e la messa in pratica del “meraviglioso” è basato, vista l’inaguedatezza dei mezzi e la semplicità di chi vi assiste, sull’ingegnosità degli allestitori.

Il palcoscenico è diviso in scomparti raffiguranti paesaggi, città, edifici, templi, semplici stanze o anche ricostuzioni meramente simboliche per quegli ambienti difficilmente riproducibili sulla scena.

A Giaglione nel 1565, nella Inventio Crucis, le scene di navigazione sono simboleggiate da rudimentali sagome di barchette, gli edifici sono il risultato di cartoni dipinti da pittori dozzinalii, battaglie e scaramucce sono più parlate che realmente combattute. Il “fumus aromativus” che si alza dal luogo dove è sepolta la Croce, è facile da riprodurre, il “terremotum subterraneum” richiede al massimo un gran rumore, con la complicità dei diavoli sotto il palco, unito a un traballare di attori e quinte.

Nel 1671 la scenografia per la Passione et Destructione di Jerusalem è decisamente più complessa.

Il legname di “malegine” abbattuto, già in abbondante quantità, nei boschi non è sufficiente: si comprano assi a Venaus per costruire la Torre di Pilato e la citta di Gerusalemme. Si pagano in parte con denaro e in parte con “8 mezze di pane di segala” fornite dal fornaio.

Dal paese della Valle Cenischia proviene anche Giacomo Clar che, per alcuni giorni, aiutato da giaglionesi, “ ha travagliato per mastro da boscho per far la città di Jerusaleme, la torre portagy et altre cose necessarie per il teatro”.

Nel 1725 è il resoconto di Joseph Simiand a illustrare la scenografia del Mistero di San Giovanni Battista a Salbertrand: “le théàtre avoit 45 thoises de longueur. Les fusées de la corde étoient composées pour 55 thoieus de longeur”. Ancora: “Les loges du théatre ètaient rangées comme s’ensuit: le ciel à la droite, au bas d’iceluy le désert, ensuite Nazaret dans les montagnes de Judée, le palais du roy Philip, le fleuve de Jourdain, en sa place se trouvoit la ville de sebaste. La 3eme journée ensuite la maison de Zacharie qui servit de palais a Salommée. La 2eme et 3eme journée palais de Saint Jean, d’Herode, Jérusalem, temple, la prison, l’auberge, le palais d’Arètas, la troupe, l’enfer”.

I fondali e i singoli ambienti che costituiscono il palco vanno dipinti.

Nel 1671 a Giaglione sono il pittore Pierre Garaudel e suo figlio, provenienti dalla Maurienne, a prestare la loro opera: soggiornano in paese dall’11 marzo fino a Pentecoste con vitto, allogio e materiale necessario per adempiervi a carico della comunità. Il lavoro è pagato in parte in denaro e in parte in vino. A rappresentazione avvenuta il Garaudel sarà più volte in paese per esigere l’intera somma dovutagli, l’ultima, il 2 novembre, giunge con 6 muli per caricare il vino che gli spetta.

I costi per l’allestimento sono enormi: a quelli appena descritti vanno aggiunti l’affitto delle tapezzerie di scena, dei costumi degli attori e del materiale vario per gli “effetti speciali” durante la rappresentazione e di tutte le altre mille cose necessarie per il funzionamento di una macchina si rudimentale ma comunque mastodontica. Per le nostre piccole comunità è difficile farvi fronte ed è necessario imporre una “taglia”.

Il 18 marzo 1671 uno dei sindaci di Giaglione si reca a Susa, dal Procuratore Giacomelli, per sottoscrivere il “quinternetto”destinato “per esiger la taglia imposta per il bisogno et fatigue” della Rappresentazione. Il 6 aprile sarà a Torino per affari concernenti la comunità e “piure arecat”

il denaro ricavato da essa.

Nel XVIII secolo i drammi religiosi iniziano a diradarsi in tutta la Valle anche perchè il governo impone di non superare le 400 lire di spesa: i costi enormi dell’allestimento non devono gravare pesantemente sulle comunità.

All’Archivio di Stato di Torino è conservata una lettera relativa all’ Histoire des Saints apotres Pierre et Paul messa in scena nel 1718 a Exilles: “ En vertu du puvoir qui nous accordè par S.M. nous permetton aux particuliers d’Exilles de faire aux fetes de la Pentecoste de l’année prochaine 1718 la Representation de Laquelle il s’agit au Territoire du Nazaret a condition que la depance n’exederat la somme de quattre cent Livres tournois, qu’elle se ferait par le Particuliers qui de leur bon gré voudront la faire sans qu’il puisse entrer en Rolle et que Rien ne s’y passerat d’escandaleux d’opposé à l’Eglise et la Religion catholique Romaine et au Bonnes Moeurs, fait a Suze ce 18 Juillet 1717. Guillier, Intendent Juge-Mage”. Da parte del Sovrano s’insiste non soltanto sull’ineccepibile moralità che deve avere la rappresentazione, ma anche sul contenimento della spesa che, pur essendo ad esclusivo e volontario carico dei “particolari”, non deve in ogni caso superare la somma fissata dalla concessione. Sulle spese le Autorità non transigeranno: l’Intendente di Susa, con ordinanza del 10 aprile 1731 condannerà i deputati dalla Comunità, a quella rappresentazione, alla restituzione della somma eccedente le 400 lire tornesi. I principali organizzatori erano stati il notaio exillese Jean de la Coste e suo cognato Jean Mago, aggiudicatario del banco del sale.

Nel 1725 a Salbertrand gli attori, come scrive Joseph Simiand, il “regista”: “ont payé 4 lires 13 sols par tete pour le frais de la dicte representation etant a remarquer que le roy (siamo nel 1724 e le Valli sono unite dal 1713 al Regno di Carlo Emanuele III di Savoia) par son decret au bas du placet n’a voulu permettre aucune imposition sur le corps de la Communauté mais seulement d’exiger 3 lires de chaque acteur”.

La lettera del 31 marzo 1753 del Ministro dell’Interno di Carlo Emanuele III all’Intendente di Susa, sulla facoltà concessa agli abitanti di Gravere di rappresentare il martirio di Sta. Barbara in adempimento all’antico voto espresso dagli allora maggiorenti, così stabilisce:“La comunità et uomini di Gravere sono ricorsi a S.M. colla acclusa supplica esponendo che per evitare li funesti accidenti ne’ passati tempi sofferti ed attribuiti al differito adempimento del voto fatto da’ loro antenati di rappresentare in pubblico di 20 in 20 anni “la vita ed il martirio di S. Barbara” loro protettrice, hanno pensato di soddisfare a tale voto a proprie spese dei particolari nelle prossime feste di pentecoste, atteso massime che dall’ultima rappresentazione sono già trascosi ventinove anni: implorano perciò il reale permesso. La M.S. sulla relazione fattagli di detta supplica il 7 febbraio scorso, si degnò aderire alle pie intenzioni dei supplicanti e mentre di suo regio ordine scrive a cotesto signor comandante di permettere nel suacennato tempo la supplicata rappresentazione, con dare le necessarie provvidenze per impedire disordine vuole la M.S. che la S.V.Illma, dia dal canto suo le disposizioni che si richiedono, acciò rispetto alla spesa che si farà in tale congiuntura, si osservi quanto si praticò nell’ultima rappresentatione eseguita nel 1724, e fu prescritta da regie patenti del 25 marzo stesso anno, cioè che detta spesa non ecceda la somma di lire 300, e sia a conto de’ particolari che vi vorranno concorrere spontaneamente, senza che se ne possa fare addossamento al registro. È persuaso dalla di lei attenzione a rendere inviolabilmente adempiuta la sua volontà in questo particolare con ragguagliare a suo tempo dell’esito della predetta rappresentazione”.

termine di tutto, passata l’euforia del successo non resta che fare i conti.

Nel 1699 a Giaglione si guadagna anche qualcosa: 9 lire, esatte da due savoiardi venuti a vendere cibarie agli spettatori. Nel 1671, il 18 luglio, i sindaci si radunano per “fare le parcelle dell’Esposti et dinari usati “per la Rappresentazione: siamo attorno alle 500 lire.

A Salbertrand, nel 1725, la nota spese ammonta a 600 lire. Il reddito di una famiglia contadina composta da cinque persone, appena sufficiente per non morire di fame si aggira sulle 250 lire: il che rende l’idea dell’impegno dei paesi.

Immagine pubblicata: Giaglione, prato presso la Chiesa parrocchiale dove si recitava la Sacra Rappresentazione.

Segue: Si va in scena: attori e scenografia nei Mystère.

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