Lo scopo che il teatro Sacro si proponeva era, come già detto, di catechizzare gli spettatori e far conoscere le narrazioni bibliche, quasi inaccessibili alla grande massa del popolo, se non per quel poco che poteva apprendere durante le funzioni religiose. Questo intento era completato dai già citati cicli pittorici. Gli artisti, quasi sempre anonimi, prendevano spesso spunto dalle scene dei Mystères, per dipingere il giudizio e il castigo infernale raffigurando diavoli e tormenti in modo talmente realistico da indurre alla riflessione: dinnanzi alle immagini raffigurate sulle pareti, le persone semplici non si domandavano se rappresentassero il vero o il falso, ma credevano, senza esitazione, a ciò che vedevano. Tutto si imprimeva nella mente con la forza della fede. Certe immagini molto elementari, gli affreschi sui piloni votivi di campagna sono stati molto più vicini ai credenti che non i preziosi “retlabes”, i trittici o i quadri commissionati dalla nobiltà. In tempi di quasi totale analfabetismo quello era l’unico modo per rendere popolari i dettami della fede, per far conoscere a tutti gli strati sociali le vicende dell’Antico e del Nuovo Testamento: una sorta di “Bibbia dei poveri”.

Come le Rappresentazioni, poi, potevano avere anche una valenza votiva comunitaria contro i pericoli incombenti o in ringraziamento per le sciagure scampate.

A Giaglione sono presenti preziosi affreschi sulla parete esterna sinistra della cappella di Santo Stefano: raffigurano le Virtù, i Vizi e i Castighi infernali, noti come la Cavalcata dei Vizi e delle Virtù, in analogia con altri dipinti di molte zone del Piemonte occidentale e dell’immediato Oltralpe: Bessans, Lanslevillard, Avrieux. Secondo gli studiosi d’arte risalgono alla fine del XV secolo o al massimo a pochi anni precedenti: di poco posteriori alla rappresentazione dell’Ystoria Sancti Vincentii ispirata al Santo protettore del paese. Il messaggio del Mistero, forse, è stato così completato in modo permanente da quello visivo: il muro affrescato di una cappelletta, si di campagna, ma posta su una strada particolarmente frequentata perchè porta ai passi alpini.

L’esistenza di questo Mystère, rappresentato in pieno XV secolo, è resa nota da Baldassare Molino, nel 1975, nel suo Giaglione, storia di una comunità: ne ritrova nell’archivio comunale un unico foglio, scritto in francese, a caratteri gotici, databile all’ultimo quarto del secolo e lo ritiene composto da un’unica giornata. Sono elencati solo i personaggi: su 38,10 almeno sono diavoli o comunque figure infernali. Probabilmente è messa in scena, a Pentecoste, sul sagrato della chiesa parrocchiale per opera della Confraternita dello Spirito Santo: il suo lungo declino, con alterne vicende, a partire dalla fine del XV secolo determina con molta probabilità anche la scomparsa di questo Miracle.

La visione concessami, da privati della zona, di due manoscritti trascritti da Favro Domenique, Sergente dei Reali Cantonieri del Moncenisio, uno del 1833 e l’altro del 1855, fanno pensare a due giornate. Il primo: Livre de l’histoire de la Representation du Glorieux Martir Saint Vincent, patron de Jallions – L’an du Signeur e l’anne du monde 1829, di 207 pagine presuppone un unico giorno di recitazione, ma il secondo di 401 pagine è suddiviso in due giornate, di cui la seconda in 5 atti. La data delle copie pone dei dubbi anche sui tempi di messa in scena: perchè fare una coppia di un Mystère recitato l’ultima volta, a quanto pare, nel XV secolo? Si vuole riproporlo? Inoltre quello del 1833 fa riferimento al 1829. I motivi possono essere molteplici e solo studi più approfonditi su archivi e testo possono fornire risposte più esaurienti. I testi confermano anche la presenza di numerosi personaggi “diabolici” e un esame più approfondito potrà, probabilmente, confermare le complesse scene infernali, “les diableries”, supposte dal Molino.

Altro manoscritto, questa volta proveniente dall’Archivio parrocchiale del paese, sempre portato alla luce da Baldassarre Molino, composto da 40 fogli e 1896 versi, recitati da 68 personaggi è l’Inventio Crucis, ossia l’Istoire de la Sante Croys.

La tradizione della Croce ha origini lontane. Le versioni che portano al racconto, riferito da Jacopo da Varazze nella leggenda Aurea del XIII secolo, sono essenzialmente tre. La prima, della fine del IV secolo, vuole che la Croce e i chiodi siano ritrovati da Elena, madre dell’Imperatore Costantino, dopo che nel 326 ha iniziato a far demolire, sul Golgota, quanto rimane degli edifici pagani costruiti dai Romani in onore di Venere. La seconda è la “leggenda di Ciriaco”: Giuda, divenuto poi Vescovo di Gerusalemme con il nome di Ciriaco, ritrova la Croce. La terza è la leggenda siriana della “Dottrina di Addai”: la Croce è rinvenuta dalla moglie del vice-Imperatore Claudio, sotto l’Impero di Tiberio.

La festa della Croce, Exaltatio S. Crucis, con ogni probabilità è stata instituita nel 335, in occasione della dedica delle nuove basiliche costruite sui luoghi del Santo Sepolcro e del Calvario: Eusebio, Vescovo di Cesarea e Palestina, quando vi giunge per l’intitolazione della Chiesa della Resurrezione, però, non menziona la scoperta della Croce. L’Inventio si colloca probabilmente fra il 335 e il 347: da quest’ultima data San Cirillo attesta la venerazione di cui la Croce sarà da allora oggetto.

In occidente la rappresentazione è contemporanea alla celebrazione della festa, qui affermatasi dal VII secolo e collocata, secondo l’officiatura romana, al 14 settembre. Alla fine dell’VIII secolo, poi, il Sacramentario di Gallone associa gli episodi di invenzione della Croce e dei chiodi.

La devozione alla Croce ha particolare importanza per i Francescani: soprattutto nelle chiese dell’Ordine si trovano affreschi relativi alla sua tradizione e al ritrovamento. In Piemonte, però, il tema è poco presente nelle Rappresentazioni: la concorrenza dei cicli francesi, particolarmente quelli legati alla Passione, è talmente preminente da monopolizzare l’attenzione.

Il motivo per cui è rappresentata in paese, quasi un’esclusiva in Valle, può essere dovuto al fatto che il convento di Frati Francescani di Susa fornisce a Giaglione i Vicecurati come dimostrato da un documento del 1609 relativo a una vertenza fra la comunità e il locale parroco.

Tre secoli prima di questa Istoire esiste un poema francese intitolato la “Vie de Saint Silvestre et l’invention de la Sainte Croix”: il paragone con il testo giaglionese è interessante. L’inizio del poema è ispirato alla leggenda del Santo, ma il seguito è interamente tratto dalla leggenda di Giuda-Ciriaco a cui si ispira il manoscritto.

Il racconto si svolge nel periodo storico che vede Costantino Imperatore romano d’Occidente dopo la morte di Galerio: 5 maggio 311. E’ impregnato di inesattezze storiche ed è improntato su quello del Da Varazze: Costantino ha la visione del monogramma di Cristo con la scritta “in hoc signo vinces” alla vigilia di una battaglia contro i barbari stanziati oltre il Danubio, la leggenda della visione si colloca invece in altri tempi e luoghi. Uno dei personaggi, Papa Eusebio, è morto già nel 310 e i barbari citano con una trasposizione di trecento anni il profeta Maometto.

La trama: il luogo in cui è conservata la vera Croce è conosciuto da un ebreo, Giuda, che viene denunciato dai suoi concittadini alla regina Elena che è alla ricerca del sacro legno. La donna lo convoca: per i suoi dinieghi viene condannato a essere calato in un pozzo senza cibo e bevande. Dopo sei giorni finisce per rivelare il suo segreto, addirittura si converte e prega il “dolce Gesù” decidendo di andare a recuperare lui stesso le tre Croci e portarle a Gerusalemme: le consegna, con i chiodi, a Elena. Ritorna a Roma con lei per farsi batezzare e l’Inferno, per bocca di Satana, gli dichiara guerra: ha rovinato il lavoro del suo predecessore, Giuda Iscariota. Morale per gli spettatori: quest’ultimo ha tradito il Cristo, un altro Giuda ha riparato al male compiuto con la restituzione proprio della Croce del Salvatore.

Scarne sono le notizie di messa in scena nei paesi vicini: una a St.-Jean-d’Arves nella Maurienne e l’altra a Novalesa.

Il Mistero non è ripartito in scene ma sicuramente la recitazione si sposta una quarantina di volte fra i vari ambienti in cui il palco è necessariamente diviso. La lingua usata è il francese cinquecentesco, così come i nomi dei personaggi, mentre le indicazioni di scena sono in latino.

Il testo, nonostante la lingua, non si distanzia molto dal dramma liturgico latino: differisce essenzialmente per l’introduzione delle scene infernali, ma nei diavoli il comportamento non è licenzioso, ma formale: al contrario di altri Mystère, allora già in voga, manca del tutto di episodi grotteschi e grossolani.

La trascrizione è di mano del notaio Vincenzo Aschieri, della potente famiglia Aschieri de Jalliono, feudataria del luogo: la grafia è riconoscibile per la presenza in archivio comunale di numerosi suoi scritti.

Quanto alla data della trascrizione viene in aiuto un fascicolo di atti di lite della comunità contro la vedova di un cerusico: questi è deceduto, verso la fine di ottobre del 1564, dopo essere venuto in paese a curare gli appestati. La donna chiede il pagamento del suo stipendio, a cui si oppone la comunità rappresentata dal suddetto notaio: nel 1565 la supplicano affinchè “supercedesse in detta causa insino havessero giogato et perfetto detta historia et Passione.”

Il Mistero è quindi alestito nel 1565: la peste nell’anno precedente ha mietuto parecchie vittime e si ripresenterà di nuovo l’anno seguente.

L’archivio comunale conserva alcuni fogli di una Vindicta Passioni, sempre di mano del notaio Aschieri, di autore anonimo, con l’intestazione Vindicta Passionis Domini nostri Jesu Christi, ex qua precessit destructio Jerusalem, cui tamen premittitur sepelimentum Sancte Crucis et inventio eiusdem”. I primi versi dimostrano proprio che gli spettatori hanno appena visto rappresentare la Passione. Così infatti recita il Praeceptor: fin que le salvuer Jesu Duquel la Passion haves veu…”

E pochi versi più avanti:“Et veres tout premierement comant fut fet l’enterremant de la digne croys de Jesus en la quelle il fut pandù a fin quis s’en perdit la memoyre..”

L’autore ha inserito la narrazione della Croce nella prima giornata, mantenendone separata la trascrizione, infatti, la Vndicta, nei primi fogli, narra le vicende di Vespasiano e Tito Vendicatori dei giudei responsabili delle vicende del Golgota, poi L’Inventio si presenta con un proprio Prologo che, nonostante il Praeceptor abbia appena presentato la Vindicta, esordisce nei confronti del pubblico come se la rappresentazione dovesse ancora iniziare. Allo stesso modo conclude autonomamente: con un epilogo e un Te Deum.

L’Inventio presenta con la Vindicta singolari analogie nei versi, nei nomi latini di alcuni personaggi e nelle indicazioni di scena sempre in latino: l’autore può essere lo stesso e forse l’ha composta prima della Vendetta.

L’impegno per la comunità è assai gravoso: è già arduo rappresentare Vindicta e Passione, più impegnativo ancora allungare la recita con l’inserimento dell’Inventio Crucis. È anche possibile che il testo sia stato rappresentato già nel secolo precedente con l’Historia Sancti Vincentii, prima che l’interesse dei giaglionesi si sposti totalmente verso i Misteri ciclici della Passione e della complementare Vindicta: fra i 10 diavoli della Storia di San vincenzo, 8 sono in comune con l’Inventio Crucis.

Una messa in scena comune dei due Misteri si ha in Francia a St.-Ceneré, presso Laval, dipartimento della Mayenne, nel 1511.

La Passione e la Vindicta occupano interamente i tradizionali tre giorni di festa della Pentecoste: ricorrenza annuale d’obbligo per la locale Confraternita, la Confratria Sancti Spiritus, che organizzava anche il banchetto con la distribuzione di cibo agli indigenti.

La versione più conosciuta della Passione in ligua francese è quella del “Docteur maistre” Jean Michel, rappresentata ad Angers nel 1486: a questa si rifanno i vari manoscritti, alcuni interi e altri frammentati, delle rappresentazioni giaglionesi a cui prendono parte oltre cento persone.

Jacques Cocheyras dell’Università di Grenoble, attento studioso dei Mystères valligiani, nel suo Théatre religieux en Savoie au XVI siècle, pone la prima messa in scena in paese verso il 1500 e segnala, nella vicina Maurienne, una rappresentazione nel 1512 a St-Jean-de-Maurienne e una a Bessans fra il 1507 e il 1512. Tra Giaglione e i paesi della media-alta Maurienne, come Bessans, Bramans, Termignon, Lanslevillard, ci sono da sempre vivaci contatti, sia per affinità culturale e linguistica sia per relazioni commerciali e sia per motivi lavorativi e artistici: parecchie volte i Giaglionesi vi si sono recati a reclutare pittori, stuccatori e maestri da muro per opere edili e apparati scenici.

Nel 1649 la messa in scena adempie a un voto comunitario formulato nel primo semestre dell’anno precedente: non si sa se l’impegno riguardi anche la Vengence. Così avviene anche nel 1660. La finalità è la stessa: “discassiar la camola” dalle viti.

Nel 1671 viene recitata, sempre “durante le tre feste di Pentecoste” , la Passione et destructione di Jerusalem: largamente documentata dai parcellari dei Sindaci. La trascrizione è di mano del notaio

Giovanni Battista Ruffinetto, luogotenente del Procuratore Giacomelli e affittavolo del conte Ripa per l’alpeggio in regione Savine.

I pochi brani superstiti ricalcano la Passione del Michel, salvo la riduzione in tre giornate. Non si hanno notizie, non essendoci il testo, sulla Destructione. L’unica cosa quasi certa è che gli attori sono in scena mattina e pomeriggio: 3 giorni per la Passione e altrettanti per la Destructione e tutto si svolge sicuramente in sole tre giornate.

Viene nuovamente allestita nel 1699.

Altra rappresentazione di cui si ha notizia certa è del 27 maggio 1738 e ci arriva dalle pagine del Livre de Raison di J. Fr. Beddat del 1739 di St-Michel-de-Maurienne: il libro dei conti del paese. Il documento è intitolato: “Représentation de la mort et Passion de N.S. Jesus Christ faite à Jaillons au-dessus de Suze en Piedmont le 25 may 1738.”

La prima e la terza giornata sono chiaramente un’elaborazione di quella del Michel: il copista si è limitato ad ammodernare il linguaggio, ad aggiungere qualche indicazione di scena e ad apportare alcuni tagli, specie all’inizio, per renderla recitabile in tre giorni.

Il discorso è diverso per la seconda giornata, conservata a Chambéry: mancano le variazioni e le aggiunte tipiche dell’edizione di Jean Michel. Il Cocheyras rilevando la maggiore antichità di questa rispetto alle altre due così scrive: “ Et aussi très probablement que nous avons là le dernier maillon de la plus ancienne tradition de représentation de la Passion que nous avons recontrée jusqu’ici en Savoie”.

L’originale di questo manoscritto dovrebbe risalire per lo meno al XVI secolo, poiché come scrive il Canonico Louis Gros di St. Jean-de-Maurienne nella sua relazione “Etude sur la deuxième journée du Mysthère de la Passion joué à Jaillon en Piémont” presentata al XIV Congresso Nazionale delle “Société Savantes” a Chambery nel 1960: “la mention d’arbalète disparue en Europe depuis la fin du XVI siècle” permette questa datazione.

La giornata studiata dal Gros appartiene probabilmente alla Passione messa in scena nel 1564, quindi anteriore alla revisione del Michel, unitamente alla Vindicta ritrascritta dal notaio Aschieri di cui si è parlato poco sopra e che non ha nulla a che fare con il Mystère de la Vengence o Vengenge et distruction de jerusalem sempre a lui attribuito.

Per tutto il resto dell’ “ancien régime” le sempre più dilatate esibizioni mantengono comunque una certa vitalità all’interno delle piccole comunità valligiane come Giaglione, molto meno nell’Alto Clero e nei funzionari dell’Intendenza: iniziano a guardarle con sospetto, la catechizzazione dei fedeli passa ormai per altre strade.

Non si può escludere che una recita si sia avuta nel 1805: questa data appare su una copia di una seconda giornata recante sulla copertina il nome di un certo Vincen Bellet des Gijaglions, il quale lo ritrascrive da un testo più antico andato perduto. Sulla data il professor Jacques Chocheyras riporta il brano di una lettera del Canonico Gros: “cette date de 1805 m’intrigue, ce n’était plus le temps du théatre religieux. Le Piémont était sous la domination francaise. Est-ce bien la date d’une représentation? Ne serait-ci pas le date ou V. Bellet a achevé sa copie?”

La copia si trova presso gli archivi della Savoia a Chambery depositata da Clemente Blandino: l’ha ereditata dallo zio A. Gros che a sua volta l’ha scoperta, nel 1939, a Torino, nel corso di una visita antecedente allo scoppio della guerra.

Il Renier nel suo ll Gelindo, Dramma Sacro piemontese della natività di Cristo, del 1896sostiene che recite avvengono anche nel 1807 e nel 1814: esiste in effetti una copia datata 1807 a firma di Giuseppe Maberto.

La data 1831 sul manoscritto Passion de Notre Seigneur Jésus Christ selon St. Mathieu, conservato presso l’ALI, a Torino, oggetto della pubblicazione delle prime due giornate nel 2012 a cura del Centro Culturale Diocesano di Susa e la mia consultazione, sempre presso gli stessi privati in possesso dlla Storia di San Vincenzo, della “premiere”e della “seconde journée” del Livre de li Histoire de la Representasion de la Vengeance sur la Passion de nostre Seigner Jesu Christ”, trascritte ancora da Favro Domenique, fanno presupporre un’ultima rappresentazione in quegli anni, magari ancora una volta contemporaneamente, della Passione e della Vindicta, ma non vi sono prove a riguardo.

La trascrizione del 1831 è dovuta all’amanuense Claudio Rey dell’Ecclause,come si legge nell’ultima pagina della terza giornata: “Rey Claudius Eclausiae scripsit, Die vigesima quinta februari Anni Domini 1831 Ad usum Jacobi Conti Jaillonensis”.

È probabile che si sia valso del testo rappresentato nel 1738. Consta di tre giornate piuttosto impegnative: la prima è di 263 pagine, la seconda di 313 e la terza di 232.

Interessanti le parole del Favro al termine della prima giornata della Vindicta, finita di copiare il 20 febbraio 1840 al rifugio N° 7 della strada reale del Moncenisio: “Cette ecriture fatte dans le livre a ette recopie du Bon Livre qui li ai donej a la Commune des Jallion et les tenents dedans la mesons de la Commune du mème en droits et qu’ils ces truve dans cette commune le dits livre en trois partie tant de la pafsion des notre Seigneur que des la vangience en troi partie aux cj en trois parties et a chaques parties il sera la journè, et a chaques parties vous les verre en trois partiee la pafsion des notre Seigneur que la vangience en trois parties et aussi en troi livre recopiè a main dans toutes les verritable parties des ces livre”. Continua sottolinendo che “En ce pedant dans cette commune l’on joové plusieur fois, le mort pafsion des notre Seigneur Jesus Christe et aud tant la vangeance dans la meme lieus sur les meime Theatre..”.

Curiosa la chiusura del libro: “Et Favre Domenique aijants sa muser et a faire ce livre dans l’istant de ces mois des fevrier e t il en ceras des ceux qui diroints que ce livre ils sera mal fées et moi je leur diraijs qu’is porronts nen faire de melieur.

Et donq je mes contantes de na voir fait et cants des celuijiciy.

L’ans du Seigneur et du monde et l’anns Besesille, l’anns 1840”.

Copia la seconda giornata qualche anno prima: nell’agosto del 1835 al rifugio N° 2, presso Bar, sempre della reale strada del Moncenisio.

Una cosa è certa: a metà, circa, del 1800 la menoria dei Mystère, qualora non siano ancora in scena, è viva nella comunità, infatti gli archivi comunali custodiscono i tre libri della Passione e i Tre della Vindicta, più la Storia di San Vincenzo.

Aubin Louis Millin, nel suo Vojages en Savoie, en Piemont, a Nice, a Genès, del 1816 scrive anch’egli delle Sacre Rappresentazioni accostandovi l’elemento più caratteristico della tradizione del paese, gli Spadonari: “… Voici ce que j’ai de plus positif d’un habitant du pays sur ce genre d’exercises. On representoit, il n’ya pas encore longtemps, dans ces montagnes, des tragèdies religieuses. L’Espadonages est un reste de ses antiques représentation de la Decollation de S. Jean Baptiste qui ont été données a Salbertrand en 1637 et 1725 en suite a Giagliosse en 1731….les espaduners du Salbertand on histruit ceux des communes voisines. Ces espèces de soldats escortaient les executeurs chargès de decapiter S. Jean Baptiste”.

La Sacra rappresentazione è, con la festività patronale, l’evento religioso più importante della comunità: tutto sommato nulla di strano che una tradizione così radicata in paese ne entrasse a far parte, magari con balli fra una scena e l’altra, subentrando o alleggerendo il compito a quel “Sot”, lo sciocco, non troppo gradito alle Autorità religiose e civili, che intrattiene il pubblico nelle pause con battute salaci, talvolta al limite della decenza. Non sussiste però alcuna prova documentabile a suffragare l’ipotesi.

La messa in scena dei Mystère, dunque, si dirada o cessa del tutto, ma ogni anno, fino a tutto il XVIII secolo, in occasione della Settimana Santa, la comunità giaglionese paga un corrispettivo al Parroco per la recita del Passio a conclusione della novena pasquale. Non è una semplice lettura ma un’animazione vera e propria, fra le navate della chiesa, dove il sacerdote recita il testo sacro e i vari personaggi citati si muovono sulla scia delle parole lette: un vero ritorno alle origini delle Rappresentazioni. E’ forse anche un accontentarsi? L’allestimento dei Misteri è diventato troppo impegnativo, insostenibile economicamente e soprattutto sempre più osteggiato dalla autorità civili e religiose.

Della Sacra Rappresentazione di San Biagio a Venaus è rimasto soltanto il nome: ne dà notizia Jacques Cocheyras ponendola in realzione con altri Misteri messi in scena nella zona di Laval, prima del 1757.

Il primo studioso a parlare di una Histoire de Saint Etienne, Santo Stefano, a Novalesa, è nel 1898 Felice Chiapusso che nel Saggio Genealogico di Alcune Famiglie Segusine pubblica un documento del 1741. Parlando di un certo Marco Chiapusso scrive: “ tradizione in Novalesa che questo Marco, robusto e agile, fosse chiamato nelle rappresentazioni sacre, allora in uso nei nostri comuni, a fare la parte di Satana e che vi riuscisse a soddisfazione del pubblico. Potrà interessare che qui accenni a una rappresentazione sacra che ebbe luogo nel 1741 a Novalesa come appare nella seguente scrittura che è di mia proprietà”.

il Chiapusso continua: “il dramma rappresentato in quella circostanza aveva per titolo SaintEtienne diacre et premier martire. Tragicomedie Sainte. È da ricordare che Santo Stefano protagonista della tragicommedia è il Santo titolare di Novalesa. Questo dramma in cinque atti, mi è venuto in dono da mio cugino Giuseppe Chiapusso Geometra, forma due volumi manoscritti, con legatura del tempo.”

Alla fine del 1800 il manoscrito del martyre di Santo Stefano è dunque integro. Attualmente se ne conosce solo la prima giornata, datata 1763: probabilmente una copia tratta dal testo del 1741. E’ composta da 122 pagine, di cui le iniziali e le finali piuttosto compromesse da macchie di umidità. Il Mystère è suddiviso in 6 atti e la lingua è il francese, intercalato da brevi passi in latino nelle indicazioni sceniche, tipo: recedit, recedit Herodie, in tribus partibus teatri, circundant theatrum, aliquis facies signum crucis genuflectatur. Sul suo autore nulla è pervenuto, neanche il nome.

Nelle carte dell’Abbazia si conservano anche otto fogli di un manoscritto dell’Inventio Crucis provenienti dalla chiesa parrocchiale: 277 versi. Il testo dovrebbe risalire alla prima metà del 1600. I versi alessandrini e il rispetto, quasi totale, delle rime possono far pensare più che a una trascrizione a una stesura da parte di una persona locale colta e che, come alcuni dettagli fanno pensare, è a conoscenza del testo giaglionese.

I frammenti rimasti fanno presupporre però un testo più lungo di quello del vicino paese, con una trattazione diversa dell’argomento e l’introduzione di nuovi personaggi come il doyen, il decano, o il curè, il curato.

Varie espressioni concorrono a collocarlo nel tempo: “bombardes” e “carabines” sono tipiche del primo 1600. Alcuni versi poi fanno pensare ai momenti di guerra avvenuti in Valle alla fine del 1500, così come le invettive contro gli Ugonotti.

(Segue: L’allestimento del Mystère).

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