Passano i secoli, quasi sette per la precisione, ma gli uomini e le istituzioni non cambiano. E la Chiesa non fa eccezione. Anzi! Giorni fa leggevo per caso alcune lettere di santa Caterina da Siena ed una in particolare mi ha colpito tanto da citarvela qui di seguito.

Caterina nasce a Siena nel 1347, figlia di un modesto tintore e conta altri venticinque fratelli e sorelle. Del tutto priva di istruzione, Caterina fu in grado di svolgere una azione incisiva sulle più alte autorità della Chiesa al fine di riportare la concordia e la pace tra i popoli. In un’epoca in cui le donne non erano per nulla considerate, Caterina fu ricevuta e ascoltata da papi, cardinali, sovrani e capi di stato dell’intera Europa. Tra i molti risultati raggiunti, riuscì ad ottenere il trasferimento della sede papale a Roma dopo settant’anni di esilio francese ad Avignone. Riuscì anche a riportare la pace tra Firenze e lo Stato Pontificio da tempo in guerra fra loro, esortò l’Europa, allora particolarmente lacerata da guerre fratricide, ad unirsi nel nome di Cristo.

Ci rimangono di lei 381 lettere, spedite ai più potenti della terra, le “Preghiere” e il “Dialogo della divina provvidenza”, tutte opere che Caterina, seminalfabeta, dettava ai suoi scrivani. Morì a Roma nel 1380, a soli trentatrè anni. È stata dichiarata dottore della Chiesa da papa Paolo VI. È patrona d’Italia e d’Europa, protettrice delle infermiere e si festeggia il 29 aprile.

Ma veniamo alla lettera indirizzata a papa Urbano VI.

«Santissimo e dolcissimo Padre in Cristo dolce Gesù

Io Catarina, serva e schiava dè servi di Gesù Cristo, scrivo a voi, con desiderio di vedere illuminato l’occhio dell’intelletto vostro, perché possiate conoscere e vedere la verità; perché conoscendola l’amerete (…)

O santissimo e dolcisissimo Padre, ora è tempo di odiare il vizio in voi e nei sudditi vostri, e nei ministri della Santa Chiesa. (…) Non sostenete l’atto dell’immondizia, non simonia, non le grandi delizie, non giocatori di sangue, non fate che diventi luogo di baratto quello che dovrebbe essere tempio di Dio… clerici e canonici, che dovrebbero essere fiori e specchio di santità, gettano puzza d’immondizia ed esempio di miseria.

Oimè, oimè, oimè, Padre mio dolce! Con pena e dolore e grande amaritudine e pianto scrivo questo. Chè, dovunque io mi volgo, non ho dove riposare il capo mio.

Io vedo che nel vostro luogo si vede l’inferno di molte ingiustizie… non permettetelo… splenda nel vostro petto la margherita della giustizia, senza nessun timore. Perchè non bisogna temere, ma agire con cuore virile perché se Dio è per noi, nessuno sarà contro di noi. (…)

Godete ed esultate… di queste fatiche rallegratevi perché dopo le fatiche verrà il riposo, e la riformazione della Santa Chiesa».

Siamo sicuri che siano passati quasi sette secoli da questa lettera? Sembra scritta oggi….

Di Claudio Bollentini

Presidente di Monastica Novaliciensia Sancti Benedicti - https://www.linkedin.com/in/claudiobollentini/

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