La storia universale e la storia della filosofia a lei strettamente connessa ci pongono di fronte alla più alta realizzazione dello spirito. La storia, appunto filosoficamente pensata, non è da intendersi come un insieme di contingenze, uno scarno elenco di fatti, è da leggersi invece come l’immagine migliore della ragione e come un fattivo progresso della libertà. In essa sono compresi tutti i lati dell’esistenza umana che sono ben rappresentati dal concetto di tradizione nel momento in cui questa viene reiteratamente preservata e tramandata ai posteri. Ma tale realizzazione attende ancora di essere compresa come tale. E forse lo rimarrà per sempre, fino a quando l’uomo esisterà sulla Terra, come una mosca nella bottiglia, perché qualsiasi ricerca spirituale non ha mai fine. Lo spirito è assoluto, diceva Hegel, perché liberato da ogni residuo di accidentalità, da ogni legame di dipendenza, e lo è non solo quando si realizza, come mostra la storia, ma anche quando riconosce in queste realizzazioni se stesso. Secondo lui, questo riconoscimento avviene plasticamente in tre momenti: nell’arte, nella religione, nella filosofia.

L’arte è quindi il primo momento, il primo gradino della spiritualità assoluta nel senso pensato da Hegel. Essa «ha il compito di rendere manifesta l’idea in forma sensibile per l’intuizione immediata», ovvero manifestare in modo sensibile il contenuto spirituale universale. Ma il sensibile è insufficiente ad esprimere concretamente il contenuto spirituale perché tende propriamente ad un infinito non esprimibile. L’arte costruisce e affina il nostro giudizio estetico ed è questa, a mio avviso, la funzione basica che interiorizziamo in ottica spirituale.

Il secondo gradino dei momenti dello spirito assoluto è la religione che non è da considerarsi come antitesi o contraltare dell’arte, ma come un momento ad essa superiore, perché il suo oggetto, Dio, trova qui espressione non più necessariamente solo in forma sensibile. Dio è la realtà nel suo grado sommo e dunque è la verità più alta e pertanto va oltre il mero giudizio estetico. Egli è l’oggetto adeguato del sapere, ma nella religione è ricevuto e non prodotto dallo spirito stesso, e perciò è conosciuto in una forma ancora inadeguata, che Hegel chiama rappresentazione. Come l’arte è superata nella religione, così la religione deve essere superata nella filosofia, che ha il medesimo contenuto della religione, ma lo conosce nella forma pienamente razionale della dialettica. Con ciò il circolo dei circoli del sapere è definitivamente chiuso. La ripresa della dialettica hegeliana riapre la possibilità di un futuro della storia: il cerchio, divenuto spirale, assicura allo spirito un cammino in avanti.

La matassa principale da dipanare è a questo punto il rapporto tra religione e filosofia, tra fede e ragione e il bisogno conseguente di raggiungere una conciliazione ultima e soddisfacente. Il terreno di confronto tra religione e filosofia è la comune ricerca della verità. Ma ciò, nella religione, accadendo in forma rappresentativa, ossia attraverso contenuti che vengono ricevuti dalla ragione e la precedono, anziché essere dialetticamente prodotti dalla ragione stessa, suppone un ultimo superamento che ha luogo appunto nella filosofia. La religione è razionale. I suoi contenuti sono pensieri, anche se vi sono presenti in forma di rappresentazioni, la realtà qui è verità, nella filosofia si realizza invece la speculazione. Non vi è pertanto motivo di diffidenza tra religione e ragione. La filosofia vera non è opposizione alla religione, ma riconciliazione con essa. La forma della religione è come detto la rappresentazione, quella della filosofia è il concetto. L’una si affida alla speranza, alla fede, l’altra ai concetti e alla speculazione. E la fede, per essere sincera e consapevole ricerca della verità, cioè di Dio, deve quindi superarsi nella filosofia. E rischiare di finire in trappola, penso io, come la mosca nella bottiglia. E in generale, che lezione trarne? Chiunque può e deve darsi delle risposte. «Qual è il tuo scopo in filosofia? – si chiedeva Ludwig Wittgenstein – Indicare alla mosca la via d’uscita dalla trappola».

Di Claudio Bollentini

Presidente di Monastica Novaliciensia Sancti Benedicti - https://www.linkedin.com/in/claudiobollentini/

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