Il maggior teologo e maestro di spiritualità dell’Ordine francescano nel medioevo, Bonaventura da Bagnoregio, indicò con l’espressione cognitio Dei experimentalis quel che noi oggi, collegandoci a Dionigi l’Areopagita, chiamiamo «mistica». Hans Urs von Balthasar ha ripreso, con la definizione «esperienza esistenziale del divino», l’indicazione di Bonaventura. Tale «esperienza» ha luogo nell’”estasi”, nel rapimento, cioè nell’essere strappati via da quello che è proprio; nella “contemplazione”, visione di Dio nello “sprofondamento” e nella “elevazione”; nell’”illuminazione”, che è il prender parte alla luce divina: queste sono alcune modalità di esperienza (che non si distinguono nettamente tra di loro) della conoscenza mistica. Vi sono poi i gradini, i gradi, l’habitus e le pratiche (preghiera, meditazione), che conducono all’esperienza del divino.

Quando questo ambito di esperienza religiosa viene intellettualmente rielaborato e comunicato, nasce la mistagogia, ovvero l’introduzione all’esperienza mistica. Per la prima volta ciò accadde con l’opera del sopra ricordato Dionigi l’Areopagita diventato così il «padre» della mistica cristiana occidentale, ormai intesa come «letteratura». Se l’esperienza mistica e l’accesso ad essa vengono correlate alla dottrina di salvezza nell’ambito della dogmatica cristiana magari in rapporto con i doni straordinari di grazia, si parla allora di «teologia mistica» che è comunque quasi sempre legata alla mistagogia. La «metafisica», ovvero la teologia e filosofia speculative che vanno oltre l’esperienza, possono elaborare i fondamenti concettuali per una teoria della mistica o per la mistagogia, ma non devono mai essere equiparate alla mistica che rimane sempre – anche come «teoria» – riferita al soggetto umano, all’Io religioso, per lo più chiamato «anima».

Il concetto di «mistica», nella storia dell’indagine scientifica, indica spesso un «movimento», e, in tal senso, è emblematica la «mistica renana» da intendere addirittura come «l’epoca della mistica tedesca» dominata dalla figura del domenicano Meister Eckhart. Siamo una generazione dopo Bonaventura ed ormai al crepuscolo del medioevo. Le teorie eckhartiane dell’analogia e dell’univocità, oppure quella dell’intellectus agens, così importanti per lo sviluppo della mistica speculativa, non sono affatto da considerarsi come «mistica» in senso stretto. Mentre la teoria del distacco, necessaria per comprendere il concetto di nascita o di generazione, di Dio nell’anima, rappresenta la radice della mistica speculativa eckhartiana da intendere come una «mistica dello spirito», e niente affatto cognitio experimentalis. È un rapimento inespresso, senza parole. Il tacere su di essa, sulla mistica, è il suo segno distintivo?

Dionigi l’Areopagita parlò di àrreton, l’inespresso; Agostino e i mistici latini dopo di lui dell’ineffabile, della indicibilità dell’esperienza mistica: «Potevo esperimentarlo ma mai esprimerlo», dice Bernardo di Chiaravalle. Nonostante che l’indicibile faccia pressione sulla parola e riesca sempre di nuovo a trovarla – altrimenti non ci sarebbe letteratura mistica – il tacere sull’esperienza mistica non può mai essere prova e neppure indicazione della sua mancanza.

Spunti tratti da:

Kurt Ruh, Meister Eckhart – teologo, predicatore, mistico – Morcelliana, Brescia, 1989.

Foto: Manoscritto di Meister Eckhart

Di Claudio Bollentini

Presidente di Monastica Novaliciensia Sancti Benedicti - https://www.linkedin.com/in/claudiobollentini/

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