La letteratura spirituale e mistica di ogni tempo abbonda di metafore, allegorie, racconti leggendari. Tra queste immagini spicca di sicuro la montagna con il suo fascino recondito e selvaggio. La montagna, i suoi simboli e i misteri: la vetta, la scalata, la fatica, gli ostacoli, in una parola l’ascesi. Il breve racconto che pubblico qui di seguito è tratto dal mio libro La Novalesa, Nihil sub sole novum, Macchione editore, Varese, 2019. Buona lettura.

“Quando arrivai alla Novalesa, tentai anch’io di avventurarmi in quella lunga e difficile scalata (del Rocciamelone, n.d.r.). Ai miei tempi però non si favoleggiava più di tesori nascosti vicino alla vetta, ma solo si raccontava della bellezza dell’ambiente da scoprire, delle cime da conquistare e della natura incontaminata in cui immergersi. Una ottima escursione per riflettere, meditare e pregare. Ai più faceva ancora paura quell’itinerario, ma non a me, abituato nel corso della vita a scegliere sempre l’opzione più temeraria e complicata tra le altre più semplici o fattibili. E così una volta ci provai, da solo. Ricordo di aver camminato per ore in mezzo a boschi rigogliosi e lungo impervi e panoramici crinali, di aver ammirato cascate fragorose e tanti fiori, di aver incontrato molti animali selvatici, di aver schivato qualche insidioso crepaccio, per non parlare del pericolo delle continue frane. Ad un certo punto, in quello che mi apparve subito come un imperdibile belvedere sulla valle sottostante, mi fermai a riposare. Forse ero a metà strada, mi raccolsi in meditazione ed in preghiera. Con mia viva sorpresa notai in quel piccolo pianoro una giovane e leggiadra pastora con al seguito una decina di capre in quel momento intente a pascolare sotto lo sguardo attento di due cani dal comportamento apparentemente poco amichevole. Mi avvicinai immediatamente e, dopo un veloce saluto, facemmo amicizia, parlammo a lungo della montagna e delle sue leggende e dei suoi eterni insegnamenti, del futuro da immaginare, della nostalgia per il passato che non ritorna, della fede, chiedeva insistentemente di me, della mia vita, del monastero. Mi ascoltava attentamente quando parlavo, era incuriosita dal fatto che un monaco si fosse spinto da solo fin lassù, in un ambiente così selvaggio e ostile. La stessa cosa pensai di lei, ma non le domandai nulla in proposito. Restai sul vago per quanto riguardava la mia vita privata e la mia storia personale. Mi informai invece delle sue capre, dei suoi cani e del suo lavoro di pastora che immaginavo duro e faticoso, ma anche lei fu avara di particolari sul suo conto, non mi disse nemmeno il suo nome. In sostanza ricordo solamente che mi confidò che quella dell’allevamento caprino era una attività di famiglia, da sempre, che a lei piaceva e che le offriva l’impagabile occasione di starsene in montagna da sola, in alpeggio, tra panorami silenziosi e idilliaci. Cercava di confondersi e di perdersi idealmente tra vette, vallate e pascoli, di diventare un tutt’uno con questo splendido ambiente naturale. Le condizioni del tempo intanto stavano cambiando rapidamente, il cielo non era più sereno come alla partenza, ma plumbeo, stava diventando sempre più scuro e tirava vento. Cominciò a piovere ad intermittenza e poi forte, sempre più forte, a tratti fortissimo. Pensai immediatamente di rientrare, ci ripensai in un attimo, ormai non si torna indietro, mi imposi perentorio! Non volevo fare la fine dei tanti scalatori del passato, tornati con le pive nel sacco dopo aver recitato pomposi proclami di facile successo alla partenza. Sorrisi compiaciuto, ero sicuro di aver fatto la scelta giusta. La pastora radunò il gregge con l’aiuto dei cani e mi seguì a qualche passo di distanza senza incertezza e senza proferire parola. Proseguivamo sotto la pioggia battente. Lei guardava le nubi sempre più minacciose e visibilmente appariva spaventata, i cani latravano innervositi. Ad un certo punto mi superò di scatto e allungò il passo. Ogni tanto si voltava verso di me e sorrideva, ma non si fermava, continuavo a guardarla, a fissarla, come se fosse una musa. Poi si voltava ancora e sorrideva, mi chiamava magister con tono sussiegoso e questo mi piaceva, mi invitava quasi urlando a raggiungerla. Camminava velocemente tallonata dalle sue capre e dai due cani che ora sembravano impauriti. Dopo una curva a gomito, d’improvviso scomparve nel bosco insieme con i suoi animali. La cercai ripetutamente con lo sguardo, non la rividi più, provai a chiamarla, ma rimasi da solo con i rumori della natura.A quel punto preferii tornare indietro, il diluvio era veramente incessante e, approssimandosi l’ora del tramonto, c’era anche il rischio che la pioggia si trasformasse in neve. Mentre rientravo di buona lena, quasi a rotta di collo giù per la sconnessa mulattiera, pensavo sempre a lei. Chissà cosa aveva pensato realmente di me e di quello che stavo facendo, della mia vita, chissà se le piacevo, mi ripetei più volte. Chissà se l’aveva capito che era lei la montagna.

Claudio Bollentini

Di Claudio Bollentini

Presidente di Monastica Novaliciensia Sancti Benedicti - https://www.linkedin.com/in/claudiobollentini/

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