La splendida e chiara prosa di Cassiano ci viene in aiuto nella conferenza che ha per titolo “La similitudine dell’arciere”. Lo scopo dell’arciere in una competizione è prendere il centro, il fine è vincere il premio. Lo scopo è emendare il nostro vissuto dai vizi per acquisire le virtù, essere per la gloria di Dio. Il fine è quindi quello di stare con Dio. Dopo una ricerca sincera, costante, esclusiva. Non esiste solo la vita monastica, provate a considerare “La similitudine dell’arciere” nella vostra vita, nel vostro mondo. Avete mai pensato al fine e allo scopo di quello che fate quando lavorate, studiate oppure in famiglia e nel tempo libero? Ma lasciamo parlare Cassiano e buona meditazione.

“Pensiamo ad alcuni tiratori d’arco che vogliono dar prova della loro perizia davanti a un re di questo mondo. Essi si sforzano di conficcare dardi e saette sopra certi piccoli scudi sui quali stanno dipinti i premi e sanno che, se non mirano diritto, non potranno ottenere il fine, cioè il premio desiderato. Supponiamo ora che il bersaglio sia sottratto allo sguardo degli arcieri; anche se la loro mira sarà lontana dalla buona direzione, non se n’accorgeranno, perché mancherà un punto di riferimento che indichi se la direzione è buona o sbagliata. Così fenderanno inutilmente l’aria, incapaci di conoscere il loro errore, perché non hanno una regola che li avverta della direzione sbagliata, o del punto verso il quale, la loro vista malcerta debba richiamare e raddrizzare la traiettoria del tiro.

Applichiamo ora l’immagine alla professione monastica. Il suo fine è la vita eterna, dice infatti l’Apostolo: « Voi avete come frutto la vostra santificazione, come fine la vita eterna ». La via che porta al fine è la purezza del cuore, che l’Apostolo giustamente chiama santità. Senza di essa è impossibile raggiungere il fine; è come dire in altre parole: la vostra via è la purezza del cuore, il termine d’arrivo è la vita eterna. Il santo Apostolo, parlando altrove della nostra meta, dice: « Dimenticando quel che mi è dietro le spalle, e slanciandomi alle cose davanti, vado dietro al segno, per raggiungere il premio della suprema vocazione di Dio ». Il testo greco è in questo luogo ancor più chiaro: esso suona così: « Katà schopón dióco ». È come se l’Apostolo dicesse: « Nel mirare al bersaglio, io dimentico ciò che sta dietro a me — cioè i vizi dell’uomo carnale — e cerco di raggiungere il mio fine che è il premio celeste ».

Dobbiamo perciò ricercare con ogni diligenza ciò che può condurci alla purità del cuore; dobbiamo pure guardarci da tutto ciò che da essa ci allontana. Si tratta infatti di cose pericolose e dannose.

II bersaglio da raggiungere è la ragione del nostro agire e del nostro soffrire. Perché la sua vista ci segua sempre, chiara e inobliabile, abbiamo abbandonato parenti, patria, onori, ricchezze, piaceri del mondo. Perciò, dopo che ci siamo proposti questo bersaglio, tutti i nostri atti e pensieri debbono tendere a raggiungerlo. Se esso, per nostra disgrazia, non ci stesse sempre davanti agli occhi, tutti i nostri sforzi diventerebbero vani e sprecati, si disperderebbero senza alcun profitto. Peggio ancora: sorgerebbe in noi una folla di pensieri sregolati, contrastanti gli uni con gli altri. È inevitabile infatti che un’anima, la quale non ha più un punto a cui riferirsi e ancorarsi, cambi ad ogni ora e ad ogni momento, a seconda dei pensieri che sopravvengono e sotto la sollecitazione degli avvenimenti esteriori: cambi cioè il proposito, col cambiare delle impressioni*”.

Claudio Bollentini

*Giovanni Cassiano, Le Conferenze spirituali, Edizioni Paoline, 1965.

Di Claudio Bollentini

Presidente di Monastica Novaliciensia Sancti Benedicti - https://www.linkedin.com/in/claudiobollentini/

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